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22 Aprile 2026 - 19:45
Dalla paura della guerra ibrida al ritorno della massa militare: come la Bundeswehr vuole arrivare a quasi mezzo milione di uomini tra effettivi e riserva, e perché questa scelta cambia gli equilibri del continente
Il numero che rompe un tabù tedesco non è soltanto 260.000. È la somma finale, molto più eloquente: 460.000 tra militari in servizio e riservisti entro il 2035. Per un Paese che per decenni ha costruito la propria identità strategica sulla cautela, sull’interdipendenza economica e su una forza armata spesso considerata sottodimensionata rispetto al suo peso economico, il nuovo disegno illustrato dal ministro della Difesa Boris Pistorius segna una cesura netta. Berlino non parla più di semplice adeguamento: parla di deterrenza, di superiorità tecnologica, di minaccia russa e di una Bundeswehr capace di diventare “la forza convenzionale più forte d’Europa”. È il lessico di una Germania che ha smesso di considerare la sicurezza come un fatto acquisito.
La strategia resa pubblica il 22 aprile 2026 nasce da un presupposto che a Berlino viene ormai ripetuto senza più cautele: la Russia è indicata come la principale minaccia alla sicurezza europea e tedesca. Nelle linee illustrate da Pistorius, Mosca non agirebbe soltanto con la forza militare convenzionale, ma anche attraverso strumenti ibridi: spionaggio, sabotaggi, cyberattacchi e campagne di disinformazione mirate a logorare la coesione occidentale, a indebolire la NATO e a separare strategicamente gli Stati Uniti dall’Europa. Non è un dettaglio retorico: significa che, per i vertici tedeschi, il campo di battaglia non coincide più con il fronte ucraino o con i confini orientali dell’Alleanza, ma investe reti digitali, infrastrutture, opinione pubblica, logistica e filiere industriali.
Per la prima volta nella storia dell’esercito federale tedesco, il ministero della Difesa ha presentato una vera strategia militare di cornice, accompagnata da una strategia per la riserva. Le versioni integrali dei documenti restano classificate, ma le linee generali diffuse da Berlino chiariscono l’obiettivo politico: trasformare le forze armate tedesche in uno strumento più grande, più rapido, più resiliente e più integrato con le esigenze operative della NATO. Il generale Carsten Breuer, massimo grado militare tedesco, ha insistito su un punto essenziale: i futuri scenari di sicurezza non separano più nettamente guerra, crisi internazionale, economia e società. In altre parole, la difesa nazionale non è più vista come un recinto per soli soldati, ma come un sistema che coinvolge Stato, infrastrutture critiche, industria e popolazione.
Questo cambio di paradigma si colloca dentro la più ampia Zeitenwende, la “svolta d’epoca” annunciata da Olaf Scholz dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ma oggi spinta a un livello più operativo dal nuovo quadro politico e militare. Se la prima fase della svolta tedesca era consistita soprattutto nel colmare ritardi di bilancio e nell’attivare il fondo speciale da 100 miliardi di euro, la fase attuale punta a ridefinire struttura, consistenza numerica e capacità di mobilitazione della forza armata. Non solo comprare più mezzi, dunque, ma ripensare la macchina militare nel suo insieme.

Il presidente Merz
Il bersaglio fissato da Berlino è preciso: portare i militari in servizio attivo dagli attuali circa 185.000 a 260.000 entro il 2035 e far crescere i riservisti fino a 200.000. Il totale di almeno 460.000 persone in uniforme segnala che la Germania non vuole soltanto una forza professionale più robusta, ma una capacità di espansione in caso di crisi prolungata o conflitto ad alta intensità sul fianco orientale dell’Alleanza. Alcuni vertici militari, secondo quanto emerso in Germania, avrebbero preferito un obiettivo ancora più ambizioso, oltre quota 300.000 effettivi. Pistorius, invece, ha scelto un traguardo che appare enorme rispetto alla situazione odierna, ma ancora politicamente difendibile in una società rimasta a lungo diffidente verso tutto ciò che somiglia alla militarizzazione.
Il punto debole, però, è anche il più evidente: reclutare. La Bundeswehr combatte da anni con problemi strutturali di personale, attrattività e permanenza in servizio. Il rapporto annuale discusso dal Bundestag ha descritto una situazione ancora tesa sul fronte degli organici; per i nuovi arruolati del 2023, circa il 27% ha lasciato le forze armate entro i primi sei mesi. È un dato che pesa più di qualsiasi slogan, perché mostra quanto sia difficile non solo attirare giovani, ma trattenerli. Per questo la sfida del 2035 non sarà misurata soltanto dal denaro disponibile, bensì dalla capacità di trasformare il servizio militare in un’opzione credibile e sostenibile per una nuova generazione di tedeschi.
Su questo terreno la Germania ha scelto, almeno nella fase iniziale, una formula intermedia. Il governo non ha reintrodotto la coscrizione obbligatoria, sospesa nel 2011, ma ha elaborato il cosiddetto “nuovo servizio militare”, che punta prima sulla volontarietà. Il modello prevede un questionario obbligatorio per tutti i giovani uomini al compimento dei 18 anni, mentre per le donne la compilazione resta volontaria, in linea con l’attuale assetto costituzionale tedesco. L’obiettivo è ricostruire la base informativa e organizzativa necessaria a una mobilitazione più ampia, rafforzare la riserva e incrementare gradualmente gli effettivi, lasciando però aperta la possibilità di passare a misure più vincolanti se la situazione strategica peggiorasse o se il reclutamento volontario non bastasse.
In altre parole, Berlino sta tentando di conciliare due impulsi opposti. Da un lato, la necessità militare di massa, continuità e disponibilità rapida di personale. Dall’altro, una cultura politica in cui il ritorno puro e semplice alla leva suscita resistenze profonde, sia sociali sia pratiche. Il compromesso scelto da Pistorius riflette bene la Germania del dopoguerra fredda: consapevole di non potersi più permettere l’illusione della pace perpetua, ma ancora riluttante a ricorrere agli strumenti più duri del passato.
Se fino a pochi anni fa la domanda decisiva era “chi pagherà?”, oggi a Berlino la risposta è molto più chiara. Nel marzo 2025 il Parlamento tedesco ha approvato una storica riforma delle regole costituzionali di bilancio: le spese per difesa e sicurezza oltre la soglia dell’1% del PIL possono essere escluse dal tradizionale freno al debito. In parallelo è stato istituito anche un fondo infrastrutturale da 500 miliardi di euro. La decisione ha rimosso il principale ostacolo politico e finanziario all’espansione della Bundeswehr: per anni la Germania aveva promesso più sicurezza senza dotarsi degli strumenti fiscali necessari a sostenerla nel lungo periodo. Oggi quella barriera è stata almeno in parte abbattuta.
L’effetto di questa svolta si vede anche nelle previsioni di spesa. Secondo il governo tedesco, la spesa per la difesa dovrebbe salire al 2,4% del PIL nel 2025 e raggiungere il 3,5% entro il 2029. Si tratta di un salto enorme per un Paese che solo di recente ha superato, con fatica, la soglia del 2% richiesta dalla NATO. L’Alleanza ha certificato che nel 2024 la Germania ha finalmente toccato il parametro del 2%, mentre nel 2025 tutti gli alleati risultano aver raggiunto o superato quella soglia minima. Ma il punto politico, oggi, è un altro: il 2% non basta più. La guerra in Ucraina, la pressione sul fianco orientale e il nuovo obiettivo NATO concordato nel 2025 hanno spostato in alto l’asticella.
Il piano di riarmo tedesco non è un esercizio astratto. Ha una geografia precisa: il Baltico, la Polonia, la Lituania, il corridoio logistico verso l’Est. Negli ultimi anni Berlino ha rafforzato in modo visibile la propria presenza sul fianco orientale della NATO. Un passaggio simbolico e operativo decisivo è stata la creazione della brigata tedesca in Lituania, destinata a raggiungere circa 5.000 uomini entro la fine del 2027. È la prima volta dalla Seconda guerra mondiale che la Germania schiera stabilmente all’estero una brigata di questa portata. Il messaggio è doppio: rassicurare gli alleati orientali e dimostrare che la deterrenza tedesca non è più soltanto finanziaria o industriale, ma anche territoriale e militare.
Questo conta anche nella ridefinizione dei rapporti di forza dentro l’Europa. In termini di spesa, peso industriale e capacità potenziale, la Germania è il solo Paese dell’Unione europea che può tentare una rapida crescita militare di scala continentale. La Francia conserva il vantaggio della forza nucleare e di una cultura strategica più consolidata; la Polonia investe percentualmente molto di più e ha un orientamento apertamente da prima linea contro la Russia. Ma è la Germania ad avere la massa economica necessaria per tradurre in apparato stabile l’ambizione di una difesa europea più robusta. Se il piano verrà attuato, la mappa della sicurezza del continente ne uscirà ridisegnata.
Per Berlino, tuttavia, il vero test non sarà soltanto quantitativo. Costruire l’esercito convenzionale più forte d’Europa significa esporsi a una domanda che in Germania pesa più che altrove: come conciliare il riarmo con la memoria storica, con il controllo parlamentare e con la diffidenza di una parte dell’opinione pubblica? La risposta di Pistorius e dei vertici militari sembra essere questa: la nuova forza tedesca dovrà essere chiaramente incardinata nella NATO, nel quadro multilaterale europeo e in una narrativa di difesa, non di proiezione autonoma di potenza. È una distinzione cruciale, perché rende politicamente più accettabile l’espansione militare. Ma non elimina il dilemma di fondo: una Germania più armata cambia inevitabilmente il modo in cui l’Europa guarda a se stessa.
Anche per questo il lessico della minaccia ibrida è così importante. Presentare la sfida russa come una pressione continua su infrastrutture, reti, cyberspazio e società permette al governo di spiegare che non si tratta di preparare una guerra classica nel senso novecentesco, bensì di mettere in sicurezza un Paese vulnerabile in quasi ogni sua articolazione. La difesa totale, pur senza essere nominata sempre in questi termini, torna così al centro del dibattito tedesco: non solo carri armati e munizioni, ma resilienza civile, logistica, protezione di infrastrutture critiche, mobilità militare e capacità di reggere uno shock prolungato.
Resta però la distanza tra l’annuncio e la realizzazione. Avere più soldi non garantisce automaticamente più soldati; fissare obiettivi numerici non significa aver risolto i colli di bottiglia di reclutamento, addestramento, caserme, equipaggiamenti e filiere industriali. La Germania sta certamente accelerando: ha reso più flessibile il quadro fiscale, sostiene aumenti di spesa fino al 3,5% del PIL, ha avviato il nuovo servizio militare e sta consolidando la postura sul fianco orientale. Ma il successo del piano dipenderà dalla capacità di tenere insieme tre fattori raramente sincronizzati: consenso politico, capacità industriale e personale disponibile.
Se ci riuscirà, il risultato sarà molto più di una riforma militare. Sarà la fine definitiva dell’idea di una Germania “gigante economico e nano strategico”, formula che ha accompagnato per anni il dibattito europeo. Se invece il reclutamento resterà insufficiente o l’opinione pubblica rallenterà la corsa, Berlino rischierà di moltiplicare i miliardi senza colmare davvero il divario tra ambizione e capacità reale. In ogni caso, una cosa è già chiara: il 22 aprile 2026 non è la data di un semplice annuncio ministeriale. È il giorno in cui la Germania ha detto apertamente che la sicurezza del continente, da ora in poi, passerà anche dalla sua massa militare.
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