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Iran, la piazza della sfida e il dubbio del potere

Missili esibiti, slogan di guerra, negoziati congelati: a Teheran il regime prova a mostrarsi compatto, ma dietro la coreografia della forza affiora una frattura politica che può decidere il futuro del conflitto.

Iran, la piazza della sfida e il dubbio del potere

Missili esibiti, slogan di guerra, negoziati congelati: a Teheran il regime prova a mostrarsi compatto, ma dietro la coreografia della forza affiora una frattura politica che può decidere il futuro del conflitto.

Un missile Khorramshahr-4 che avanza lentamente tra la folla in piazza Enghelab, uomini armati sopra un lanciatore mobile nel cuore di Teheran, altoparlanti che riversano slogan contro gli Stati Uniti e contro Israele. È da questa immagine, insieme teatrale e minacciosa, che conviene partire per capire il momento iraniano: non da un comunicato ufficiale, non da una dichiarazione diplomatica, ma da una messinscena di potenza pensata per essere vista, ripresa, rilanciata. Perché nell’Iran di queste ore la politica passa anche, e forse soprattutto, attraverso la rappresentazione della forza. Eppure, proprio mentre il potere mette in scena la sua compattezza, emergono segnali di una discussione interna molto meno lineare: c’è chi invoca una nuova escalation, chi rifiuta concessioni, chi insiste sul fatto che fermare la guerra sia ormai una necessità nazionale.

L’estensione del cessate il fuoco annunciata dal presidente americano Donald Trump ha congelato, almeno temporaneamente, la ripresa delle ostilità aperte, ma non ha affatto sciolto il nodo centrale: a Teheran nessuno sembra disposto a presentare la tregua come un passo verso un compromesso politico. Al contrario, le autorità iraniane, la catena militare e una parte consistente dell’apparato mediatico continuano a parlare come se la guerra potesse riprendere in qualsiasi momento. La linea ufficiale è che il Paese non arretrerà di fronte a pressioni, ultimatum o blocchi navali; la linea implicita è che la deterrenza, per funzionare, deve essere esibita.

piazza

La coreografia del consenso

Le manifestazioni organizzate nella capitale non sono state soltanto raduni di sostegno. Sono state un dispositivo politico. Nella zona centrale di Enghelab Square è stato mostrato pubblicamente un missile balistico tra gli applausi dei sostenitori del sistema, mentre poco più a nord, a Vanak Square, uomini mascherati armati di fucili d’assalto sono comparsi su mezzi militari trasformati in palcoscenici mobili. In serata, cortei motorizzati con canti religiosi e bandiere dei gruppi dell’“asse della resistenza”, compreso Hezbollah, hanno attraversato diversi quartieri della città. Il messaggio era semplice e potente: lo Stato vuole far vedere di essere ancora capace di occupare lo spazio pubblico, di mobilitare fedeltà e di incanalare la rabbia verso l’esterno.

Questa scenografia, tuttavia, va letta per quello che è: un segnale rivolto a pubblici diversi. All’esterno, agli avversari, per dire che l’Iran conserva strumenti di ritorsione e volontà di usarli. All’interno, ai propri sostenitori, per rassicurarli sul fatto che non ci sarà alcuna resa. Ma anche ai settori esitanti dell’élite, per delimitare il perimetro del discorso pubblico: chi parla di compromesso deve farlo senza apparire debole, chi invoca prudenza deve evitare di essere accusato di cedimento. In altri termini, la piazza serve a costruire consenso, ma anche a disciplinare il dissenso interno al sistema.

La televisione di Stato spinge sulla linea dura

A rendere più evidente questa dinamica è il comportamento dei media ufficiali. La televisione di Stato iraniana ha adottato in questi giorni un tono apertamente intransigente, privilegiando analisti, conduttori e commentatori che insistono sulla necessità di mostrarsi inflessibili nei confronti di Washington. In un caso particolarmente significativo, un presentatore ha sostenuto – senza indicare fonti verificabili – che l’87 per cento degli iraniani preferirebbe tornare alla guerra piuttosto che accettare concessioni importanti nei negoziati. Un’affermazione di forte impatto propagandistico, ma priva, allo stato delle informazioni disponibili, di basi trasparenti e controllabili.

Non è un dettaglio marginale. In un contesto segnato da una pesante restrizione del flusso informativo, la costruzione mediatica della volontà popolare diventa essa stessa un fatto politico. Fars, agenzia vicina ai Pasdaran, ha diffuso perfino un video realizzato con intelligenza artificiale in cui Trump e il suo team appaiono umiliati dall’assenza dei negoziatori iraniani. La propaganda non si limita dunque a mobilitare simboli patriottici o religiosi: cerca di ribaltare il tavolo narrativo, suggerendo che sia l’avversario ad apparire confuso, indeciso, vulnerabile.

Il blackout informativo come arma politica

Questo sforzo di controllo narrativo è favorito da un elemento decisivo: il quasi totale blackout di Internet imposto dalle autorità. Secondo Al Jazeera, mercoledì il blocco era entrato nel suo 54º giorno; Human Rights Watch e il Committee to Protect Journalists hanno documentato come il crollo della connettività, precipitata del 98 per cento il 28 febbraio 2026 secondo dati citati da HRW, renda molto più difficile per giornalisti, osservatori indipendenti e cittadini verificare ciò che accade sul terreno. CPJ ha definito il blackout il più lungo della storia recente del Paese, mentre HRW lo ha descritto come una misura che mette i civili a rischio, ostacola l’accesso alle informazioni essenziali e limita la documentazione di possibili violazioni.

In un sistema così chiuso, l’immagine che passa è quasi sempre quella autorizzata dal potere. Le parate, le interviste a cittadini armati, i video di donne ritratte accanto a missili e droni, perfino la selezione estetica dei simboli servono a suggerire un consenso nazionale ampio e trasversale. Ma l’effetto più profondo del blackout è un altro: riduce la possibilità di misurare la distanza tra Paese reale e Paese rappresentato. Quando lo spazio digitale viene quasi azzerato, la propaganda non deve più convincere tutti; le basta occupare il vuoto.

I militari: “dito sul grilletto”

Sul piano strategico, il messaggio lanciato dai vertici militari è stato ancora più esplicito. Il comando centrale Khatam al-Anbiya ha dichiarato che le forze armate hanno il “dito sul grilletto” e sono pronte a rispondere a qualsiasi aggressione con attacchi più forti di prima. Il capo dell’aerospazio dei Pasdaran, Majid Mousavi, ha avvertito i Paesi vicini che un eventuale uso dei loro territori o delle loro infrastrutture per colpire l’Iran li esporrebbe a conseguenze dirette, fino a dover “dire addio” alla produzione petrolifera regionale. In parallelo, i Pasdaran hanno rivendicato il sequestro di due imbarcazioni nello Stretto di Hormuz; Associated Press ha riferito di nuovi attacchi iraniani a navi nell’area proprio nelle ore successive all’estensione del cessate il fuoco.

Qui il punto non è solo militare. Il potere iraniano sta segnalando di voler mantenere aperta la leva energetica e marittima come strumento di pressione. Lo Stretto di Hormuz non è un teatro secondario: è una cerniera cruciale per il traffico petrolifero globale, e ogni minaccia credibile in quell’area ha immediate ricadute politiche, economiche e simboliche. La deterrenza iraniana, dunque, non si esprime solo con i missili esibiti nelle piazze, ma anche con la capacità di ricordare al mondo che la sicurezza delle rotte energetiche passa, in parte, dalla sua scelta di alzare o abbassare la tensione.

Negoziati sì, ma senza umiliazione

L’altro fronte è quello diplomatico, e anche qui la linea di Teheran resta durissima. L’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, ha ribadito che un nuovo round di colloqui a Islamabad può avvenire solo se gli Stati Uniti rimuoveranno il blocco navale imposto ai porti iraniani. AP ha confermato che Trump ha esteso il cessate il fuoco pur mantenendo la pressione marittima, in attesa di una proposta “unificata” da parte iraniana. In altre parole: la tregua regge, ma in un clima in cui una delle parti considera il blocco già una violazione sostanziale del cessate il fuoco.

Questo è uno degli aspetti più delicati dell’intera crisi. L’Iran non chiude formalmente la porta ai negoziati, ma pretende che essi avvengano in condizioni che non possano essere lette come capitolazione. È una postura coerente con la cultura strategica della Repubblica islamica: il negoziato è accettabile solo se può essere raccontato come prosecuzione del confronto con altri mezzi, non come riconoscimento della superiorità avversaria. Non a caso Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento ed ex comandante dei Pasdaran, ha parlato del negoziato come di un “metodo di combattimento”, pur ammettendo con realismo che la potenza militare americana resta superiore.

Il fronte interno: falchi contro realisti

È proprio qui che affiora la vera notizia politica. Dietro la retorica monolitica, la leadership iraniana discute. Da un lato c’è il blocco dei falchi, forte in Parlamento, nel sistema giudiziario, nei settori più ideologici dell’apparato di sicurezza e nei media allineati. Questo fronte teme che qualsiasi accordo troppo visibile venga interpretato come un segnale di debolezza, deluda la base mobilitata nelle piazze e apra la strada a nuove pressioni esterne. Le parole del capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, secondo cui il “nemico” non è nella posizione di fissare i tempi per l’Iran, si collocano esattamente in questa logica.

Dall’altro lato si muove un campo più prudente, nel quale rientrano figure che non contestano la narrativa della resistenza ma ritengono che il Paese non possa sostenere indefinitamente il costo di una nuova escalation. Il presidente Masoud Pezeshkian, pur con margini di potere limitati rispetto ai centri reali della sicurezza, ha escluso una resa agli Stati Uniti, ma ha anche sostenuto che la soluzione non sta nell’aumentare le tensioni bensì nella “ragione”, nel dialogo e nell’evitare ulteriore distruzione. Un messaggio che, in un sistema politico come quello iraniano, va letto con attenzione: non è pacifismo, è realismo di sopravvivenza statale.

Il peso della devastazione

A spingere verso la cautela non sono solo calcoli diplomatici. C’è la realtà materiale di un Paese colpito duramente. Durante le settimane di bombardamenti, secondo il resoconto di Al Jazeera, sono stati colpiti impianti di petrolio e gas, acciaierie, complessi petrolchimici, centrali elettriche, produttori di alluminio, reti ferroviarie e ponti; anche case, ospedali, scuole e università hanno subito danni. Human Rights Watch, in un’analisi pubblicata il 22 aprile 2026, ha inoltre richiamato l’attenzione sulla possibile illegalità degli attacchi contro infrastrutture energetiche se il danno ai civili risulta sproporzionato rispetto all’obiettivo militare.

Il nodo, quindi, non è soltanto ideologico. È economico, sociale, logistico. Se un apparato propagandistico può raccontare la sofferenza come sacrificio patriottico, la ricostruzione delle reti energetiche, dei trasporti e dei servizi essenziali resta una sfida concreta. Per questo alcune voci interne al Paese, comprese figure religiose influenti come Abdolhamid Ismaeelzahi a Zahedan, hanno chiesto un “accordo equo” per uscire da un vicolo cieco, avvertendo che lo spazio aereo sotto controllo nemico e la fragilità delle difese rendono il prolungamento della guerra un rischio enorme per il futuro nazionale.

La vera posta in gioco

La domanda, allora, non è se l’Iran sia pronto a combattere ancora. La risposta ufficiale è sì, e il regime la sta gridando con ogni mezzo disponibile. La domanda vera è se il sistema politico iraniano ritenga sostenibile un nuovo ciclo di guerra ad alta intensità. E qui la risposta diventa più sfumata. La piazza militarizzata, i video propagandistici, la retorica del sacrificio e l’ostentazione missilistica servono a tenere alta la soglia della deterrenza e a evitare l’impressione di cedimento. Ma lo stesso bisogno di martellare quel messaggio suggerisce che, dentro il potere, il punto non sia affatto pacifico.

In definitiva, la Repubblica islamica sta cercando di governare due tempi diversi. Il tempo corto della mobilitazione, in cui bisogna mostrarsi duri, pronti, vendicativi. E il tempo lungo della sopravvivenza statale, in cui bisogna evitare che il Paese venga trascinato oltre una soglia di distruzione difficilmente reversibile. Tra questi due tempi si apre la frattura che attraversa oggi Teheran: non una contrapposizione tra guerra e pace in senso assoluto, ma tra chi pensa che la forza si misuri nella capacità di rilanciare e chi, più silenziosamente, comincia a considerare la tregua non come una pausa tattica, bensì come l’ultima occasione utile per non precipitare più in basso.

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