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Madrid apre la porta a quasi 500.000 irregolari e riaccende la battaglia europea sull’immigrazione

Non è solo una misura amministrativa: è un test politico, economico e sociale per la Spagna di Pedro Sánchez, tra urgenza operativa, diritti negati e un’opposizione che ora contesta ciò che ieri aveva contribuito a mettere in moto

Spagna, la sanatoria che cambia il Paese: Madrid apre la porta a quasi 500.000 irregolari e riaccende la battaglia europea sull’immigrazione

Sanchez

Alle otto del mattino di giovedì 16 aprile 2026, migliaia di persone non si metteranno in fila davanti a un ufficio. Apriranno un portale. Cliccheranno su un modulo. Cercheranno un certificato. Controlleranno una data sul passaporto, una ricevuta d’affitto, un vecchio documento sanitario. Per molti, la differenza tra invisibilità e riconoscimento passerà da lì: da una procedura online, da un termine scritto in piccolo, da una prova di presenza in Spagna prima del 1° gennaio 2026. In un continente che discute di confini, Madrid ha scelto di intervenire su chi il confine lo ha già attraversato e da tempo vive, lavora, cresce figli e tiene in piedi interi segmenti dell’economia senza avere piena cittadinanza amministrativa.

Il governo di Pedro Sánchez ha approvato martedì 14 aprile 2026 il real decreto che avvia una vasta regolarizzazione straordinaria destinata, secondo le stime ufficiali, a circa 500.000 persone migranti in situazione irregolare. La misura consente a chi ne avrà diritto di ottenere un’autorizzazione iniziale di residenza e lavoro valida un anno, con possibilità poi di transitare verso i canali ordinari previsti dal nuovo Regolamento di Extranjería. La procedura si aprirà in via telematica il 16 aprile, mentre l’accesso in presenza partirà da lunedì 20 aprile 2026 — non a giugno — e in entrambi i casi il termine finale sarà il 30 giugno 2026.

La correzione della data non è un dettaglio tecnico. È il cuore operativo della misura. Nelle ultime ore, infatti, alcune ricostruzioni hanno confuso l’avvio delle pratiche in presenza; ma la nota ufficiale della Moncloa è chiara: prenotazioni e canale web si attivano il 16 aprile, mentre gli uffici cominceranno a ricevere dal 20 aprile. In un processo destinato a coinvolgere centinaia di migliaia di persone, la precisione del calendario sarà decisiva almeno quanto la volontà politica.

Chi potrà accedere davvero alla regolarizzazione

Il decreto si rivolge a due categorie principali. Da un lato, le persone che abbiano presentato domanda di protezione internazionale in Spagna prima del 1° gennaio 2026; dall’altro, gli stranieri in situazione amministrativa irregolare entrati nel Paese prima della stessa data. In entrambi i casi, il requisito chiave è dimostrare una permanenza continuativa di almeno cinque mesi al momento della domanda. A questo si aggiunge un secondo filtro: l’assenza di precedenti penali e di elementi che facciano ritenere la persona una minaccia per l’ordine pubblico, la sicurezza pubblica o la salute pubblica.

Dal punto di vista pratico, il governo ha previsto due canali. Il primo è telematico, aperto 24 ore su 24 per tutta la durata della finestra utile. Il secondo è presenziale, ma solo su appuntamento. Le domande online potranno essere presentate direttamente con certificato digitale, tramite delegati registrati, professionisti abilitati — come avvocati e gestori amministrativi — oppure attraverso enti iscritti al registro dei collaboratori per l’immigrazione. La scelta segnala un obiettivo preciso: evitare il collasso degli sportelli e ridurre l’imbuto burocratico che in Spagna, come in molti altri Paesi europei, trasforma spesso la regolarizzazione in un percorso a ostacoli.

L’autorizzazione concessa, ha chiarito il governo, abiliterà automaticamente al lavoro in tutto il territorio nazionale e in qualunque settore. Non si tratta quindi di un permesso limitato a un datore di lavoro o a un comparto specifico. È un passaggio importante, perché punta a spostare nell’economia formale attività che già esistono: cura domestica, agricoltura, ristorazione, logistica, edilizia, lavoro autonomo diffuso. Secondo il documento di domande e risposte diffuso dalla Moncloa, il permesso iniziale avrà una durata di un anno; trascorso questo periodo, i beneficiari dovranno incanalarsi nelle figure ordinarie previste dalla normativa sugli stranieri.

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Perché Sánchez ha scelto il decreto

La decisione di procedere con un real decreto ha una portata politica almeno pari a quella amministrativa. Formalmente, l’esecutivo sostiene che la via scelta è pienamente legittima e coerente con lo spirito della Iniziativa legislativa popolare che chiedeva una regolarizzazione straordinaria. Sostanzialmente, però, il decreto consente al governo di evitare l’impasse parlamentare: Sánchez non dispone di una maggioranza solida e il precedente tentativo di affrontare la materia attraverso il percorso legislativo si era arenato. Anche AP sottolinea che il ricorso al decreto ha permesso all’esecutivo di aggirare un Parlamento dove il governo non ha i numeri e dove un precedente tentativo di sanatoria si era bloccato.

Il paradosso è che la misura nasce anche da una lunga pressione parlamentare e sociale. La proposta di regolarizzazione promossa dalla piattaforma Regularización Ya aveva superato il tetto minimo di firme e il Congreso de los Diputados ne aveva avviato l’esame nel 2024. In quella fase, la presa in considerazione era passata con 309 voti favorevoli e 33 contrari. Il testo, peraltro, chiedeva proprio che il governo definisse la procedura attraverso un Real Decreto entro sei mesi. Ma da allora la macchina legislativa si è inceppata, mentre l’esecutivo ha scelto di riprendersi l’iniziativa.

Una misura che parla anche all’economia

Il governo spagnolo non presenta la regolarizzazione solo come una risposta umanitaria o di civiltà giuridica. La incardina, con insistenza, dentro il discorso economico. Elma Saiz, ministra dell’Inclusione, della Sicurezza sociale e delle Migrazioni, sostiene da mesi che la crescita occupazionale spagnola non sarebbe stata la stessa senza il contributo dei lavoratori stranieri. Secondo i dati richiamati dalla Moncloa, nel 2025 la Spagna ha superato i 3,1 milioni di lavoratori stranieri affiliati alla Seguridad Social, pari al 14,1% del totale dei contribuenti, mentre dal 2019 l’occupazione straniera è cresciuta del 45%. Sempre secondo il governo, oltre 10 milioni di residenti in Spagna sono nati all’estero.

Dietro i numeri c’è una tesi precisa: una parte consistente di chi oggi è irregolare lavora già. Lavora però in condizioni fragili, spesso nel sommerso o in forme di subordinazione opaca, con un doppio danno: meno diritti per chi presta l’opera, meno contributi e meno trasparenza per lo Stato e per il mercato. Nelle argomentazioni ufficiali, la regolarizzazione serve a “ordinare” situazioni lavorative già esistenti, trasformando lavoro invisibile in lavoro riconosciuto, imponibile e tracciabile. Non è una promessa astratta: il governo richiama l’esperienza della sanatoria del 2005, che secondo i dati e gli studi citati dalla Moncloa migliorò integrazione lavorativa e mobilità, aumentò il gettito fiscale e ridusse l’informalità in settori ad alta intensità di manodopera migrante.

A sostegno della misura si è espresso anche il Consejo Económico y Social (CES), che in febbraio ha definito la regolarità amministrativa una condizione imprescindibile per l’integrazione sociale e lavorativa. Il presidente del CES, Antón Costas, ha parlato della migrazione ben gestita come di una “benedizione” per economia, demografia e mercato del lavoro. Il linguaggio è politico, ma il punto è concreto: in un Paese che invecchia e ha bisogno di forza lavoro in più settori, la regolarizzazione viene presentata come un investimento di sistema, non come un gesto episodico.

Il nodo dei richiedenti asilo e dell’irregolarità “prodotta” dal sistema

Uno degli aspetti più rilevanti è che il decreto include anche persone che avevano chiesto asilo prima del 1° gennaio 2026. È un punto centrale nel dibattito spagnolo degli ultimi mesi. Diverse organizzazioni, tra cui CEAR, avevano denunciato gli effetti di un sistema nel quale molti richiedenti protezione, una volta respinta o arenata la domanda, rischiavano di precipitare in un limbo amministrativo. Nel suo rapporto pubblicato a febbraio, CEAR ricordava che il tasso di riconoscimento dell’asilo in Spagna era sceso all’11% nel 2025 e definiva la regolarizzazione straordinaria un’opportunità per ridurre l’irregolarità in cui sono finite migliaia di persone, comprese alcune potenzialmente meritevoli di protezione internazionale.

Qui si coglie uno dei limiti strutturali delle politiche migratorie europee: l’irregolarità non è sempre l’esito di un ingresso clandestino recente. Spesso è il prodotto di una lunga permanenza, di procedure che si trascinano, di dinieghi, di norme che cambiano, di requisiti impossibili da soddisfare per chi pure vive da anni nello stesso quartiere, ha figli a scuola e un lavoro reale ma non pienamente formalizzato. In questo senso, la regolarizzazione spagnola non fotografa soltanto un fenomeno migratorio: fotografa un fallimento amministrativo accumulato nel tempo.

Le critiche: PP, effetto calamita, legalità

L’opposizione guidata dal Partido Popular ha reagito duramente. Il leader Alberto Núñez Feijóo ha definito la misura “insostenibile”, mentre esponenti del partito hanno sostenuto che una regolarizzazione di massa rischi di premiare l’irregolarità, esercitare un effetto di richiamo e aggravare la pressione sui servizi pubblici. È la linea classica del centrodestra europeo sull’immigrazione: valutazione individuale, legame stretto con il lavoro, ostilità verso i provvedimenti generalizzati.

Il dato politicamente più imbarazzante per il PP è però un altro: il partito aveva sostenuto in Congresso l’avvio della proposta di legge di iniziativa popolare nel 2024, anche sotto la pressione di settori cattolici e del terzo settore. Oggi, invece, promette battaglia giuridica e parlamentare. Elma Saiz ha accusato i popolari di essersi riallineati alle posizioni di Vox, ricordando che la Commissione europea, secondo il governo, ha considerato la materia rientrante nella sovranità spagnola e che anche il Consejo de Estado ha avallato la strada della riforma regolamentare. Sono argomenti che rivelano quanto il dossier sia diventato un terreno di polarizzazione interna, ben oltre il merito tecnico della misura.

Il governo respinge l’obiezione dell’“effetto chiamata”. Nel documento ufficiale sostiene che non vi sia un incentivo all’arrivo irregolare quando esistono una data di taglio precisa, un termine chiuso per la presentazione delle domande e un quadro normativo che rafforza i canali regolari. Sempre secondo la Moncloa, il 95% dei migranti arriva oggi in Spagna attraverso vie regolari e gli arrivi irregolari via mare si sarebbero ridotti di oltre il 42% nel 2025. Sono dati usati dall’esecutivo per difendere la razionalità del provvedimento, anche se il loro impiego nel dibattito politico resta inevitabilmente controverso.

Una sanatoria eccezionale, ma non senza precedenti

Presentarla come una svolta assoluta sarebbe fuorviante. La Spagna ha già realizzato sei regolarizzazioni straordinarie tra il 1986 e il 2005, incluse due sotto governi conservatori. La più rilevante fu quella del 2005, con 576.506 concessioni; i governi di José María Aznar ne avevano autorizzate oltre mezzo milione tra 2000 e 2001. Il dossier della Moncloa ricorda inoltre che, a livello UE, dagli anni Novanta vi sono state più di 40 regolarizzazioni, con casi recenti in Italia e Portogallo nel 2020 e nel 2021. In altre parole, la misura di Sánchez non rompe un tabù europeo: riattiva una pratica che gli Stati usano periodicamente quando la realtà sociale supera la capacità della burocrazia di governarla.

Questo non la rende automaticamente semplice. Una regolarizzazione di tale ampiezza vive o muore sulla capacità amministrativa di gestire prove documentali, appuntamenti, traduzioni, certificati penali, errori di sistema e ricorsi. El País riferisce che il governo si è detto pronto perfino ad assistere i richiedenti nell’ottenimento dei certificati dei precedenti penali dai Paesi d’origine, nei casi in cui i tempi burocratici rendano più difficile completare la pratica. È un dettaglio che fa capire quanto il successo dell’operazione dipenderà dalla macchina, non soltanto dalla norma.

La posta in gioco per i lettori europei

Per un lettore italiano, la scelta spagnola merita attenzione per almeno tre ragioni. La prima è che mostra un diverso rapporto tra migrazione e mercato del lavoro: Madrid parla apertamente di bisogni produttivi, contributi previdenziali e sostenibilità del welfare. La seconda è che la misura prova a ridurre un’area grigia ormai strutturale, dove lo Stato tollera di fatto presenze e lavoro ma non li riconosce pienamente. La terza è che, in tempi di crescente durezza retorica sulle frontiere, la Spagna scommette su una politica di emersione interna, non sulla sola deterrenza.

Resta da vedere se la scommessa funzionerà. Se gli uffici reggeranno, se i criteri saranno applicati con uniformità, se il permesso annuale si trasformerà davvero in integrazione stabile e se il costo politico dell’operazione non supererà i benefici economici rivendicati dall’esecutivo. Ma una cosa, già oggi, è chiara: la Spagna ha deciso di riconoscere ufficialmente che quasi mezzo milione di persone non erano un’anomalia temporanea, bensì una parte già esistente del Paese reale. Il decreto non cancella le tensioni sull’immigrazione. Le porta semplicemente alla luce, con una domanda di fondo che riguarda tutta l’Europa: che cosa fa uno Stato quando scopre che l’irregolarità non è un margine, ma un pezzo della propria normalità?

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