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14 Aprile 2026 - 17:05
Alberto Cirio
C’è sempre, nei dibattiti, un punto di partenza narrativo. E oggi, in Consiglio regionale, quel punto non è stato un atto, né una delibera, né una nomina. È stato un ricordo. O meglio: un’evocazione. Il nonno partigiano tirato spesso in ballo dal nipote, Alberto Cirio.
Questa volta l'han tirato fuori, non senza una certa insofferenza, le Opposizione. Perché va bene tutto, ma a forza di evocarlo rischia di diventare una figura istituzionale anche lui. E invece no: oggi il nonno non c’era. E soprattutto non c’era il nipote.
Già, perché mentre il Consiglio regionale discuteva di un rimpasto di Giunta che più che un riassetto sembra una partita a risiko, il presidente della Regione Alberto Cirio era assente.
In compenso, c’era Davide Nicco, presidente del Consiglio, a fare da cerimoniere di una vicenda che definire lineare sarebbe un insulto alla geometria. Comunicazioni puntuali, certo. Precise. Quasi notarili. Ma con un dettaglio: raccontavano una storia politica tutt’altro che neutra.
Si parte dal 30 marzo 2026. Decreto. Firma. Saluti e baci. Elena Chiorino si dimette da assessora. Fine della corsa? Macché. Inizio del domino.

Elena Chiorino
Cirio prende le deleghe “ad interim”. Che, tradotto dal burocratese, vuol dire: vediamo cosa succede mentre decidiamo chi mettere dove. Nel frattempo, però, il sistema si muove.
Perché Chiorino, eletta nella lista regionale insieme a Maurizio Marrone – stesso partito, Fratelli d’Italia, stessa area politica – era stata sospesa da consigliera al momento della nomina in Giunta. Norme alla mano, niente di strano.
Al suo posto entrano i supplenti: Daniela Cameroni e Claudio Sacchetto. Prima e secondo dei non eletti. Tutto regolare. Tutto pulito. Tutto... temporaneo.
Poi succede che Chiorino esce dalla Giunta. E quindi rientra in Consiglio. Automatico. Come una porta scorrevole. E chi esce? Sacchetto. Fine della supplenza. Arrivederci e grazie.
Ma non è finita. Perché nel frattempo Cameroni viene nominata assessora (11 aprile, per gli amanti delle date). E quindi decade anche lei da consigliera supplente. Risultato: un giro completo di sedie musicali dove alla fine qualcuno resta sempre in piedi. O meglio: qualcuno resta fuori.
E fin qui sarebbe anche una storia da manuale di diritto amministrativo. Se non fosse che nel frattempo, in Aula, l’aria si scalda. E non poco.
Perché il vero tema non è chi entra o chi esce. Il vero tema è chi non entra proprio: Alberto Cirio.
“Ha fatto una conferenza stampa ma non è mai venuto in Consiglio”, attacca Vittoria Nallo. Traduzione: quando ci sono i giornalisti va bene, quando ci sono i consiglieri un po’ meno.
Poi arriva Alice Ravinale e alza il livello. “Mi sono stufata di sentire parlare del nonno partigiano e poi vedere certe scelte”. Ecco, appunto. Il nonno. E mentre il fantasma del nonno aleggia sull’Aula, la politica entra a gamba tesa.
Sarah Disabato (M5S) prova a riportare il discorso sul concreto: perché a Daniela Cameroni un assessorato “depotenziato”? Non è all’altezza o qualcuno ha deciso che certe deleghe è meglio tenerle altrove?
Domande semplici. Risposte? Non pervenute.
Dal PD, invece, si va giù pesante. Domenico Rossi sfodera la metafora definitiva: “Nemmeno alla bocciofila”. Che ormai è diventata unità di misura politica. Se una cosa non passerebbe alla bocciofila, allora siamo messi male.
E qui, a quanto pare, siamo messi malissimo.
Nadia Conticelli prova a restare sul piano istituzionale: mai visto un cambio di Giunta senza la Giunta. Che detto così sembra una battuta, ma non lo è.
Poi arrivano le critiche più tecniche, che però fanno ancora più male. Emanuela Verzella parla di “spacchettamento delle deleghe”. Tradotto: avete smontato un sistema che teneva insieme lavoro, formazione e istruzione.
"Complimenti. Adesso spiegate perché...".
E infine Gianna Pentenero, che mette il dito nella piaga e lo lascia lì: “Non vedo imbarazzo”. Che in politica è forse l’accusa più grave. Perché significa che non è un errore. È una scelta.
A chiudere la parte istituzionale ci pensa Alberto Avetta. Con pazienza certosina ricorda lo Statuto e riporta tutti alla realtà: serve un nuovo supplente. E indovinate un po’? Torna Claudio Sacchetto. Il secondo dei non eletti. Il grande ritorno.
Un cerchio che si chiude. O forse no.
Perché fuori dall’Aula la partita continua. E si gioca a colpi di comunicati.
Il PD non usa mezze misure. Domenico Rossi parla di “fuga dal confronto”. Dice che Cirio scappa, minimizza, evita. Che mentre il Consiglio aspetta, lui è altrove. Magari a incontri politici. Magari a sistemare equilibri di partito.
E poi la frase che pesa: le deleghe non le decide lui, ma Fratelli d’Italia. Boom.
Gianna Pentenero rincara: conferenze stampa sì, Aula no. Viaggi politici sì, confronto istituzionale no. E nel mezzo una nuova assessora – Cameroni – che parte già con meno poteri. Un debutto, diciamo, con handicap.
Infine il colpo finale: le donne in Giunta. Marginalizzate. Limitate. Ridimensionate. Altro che valorizzazione.
Alla fine della giornata resta una sensazione piuttosto chiara. Non è stato solo un rimpasto. È stato uno scontro.
Tra chi racconta e chi governa. Tra chi c’era e chi no. Tra il nonno partigiano evocato e le scelte molto contemporanee che si fanno oggi.
E soprattutto resta una domanda, semplice semplice, che gira per i corridoi di Palazzo Lascaris e che nessuno, finora, ha davvero affrontato:
ma Alberto Cirio, oggi, dov’era?
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