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14 Aprile 2026 - 16:33
Askatasuna, le martellate e il coraggio di non votare
Il Consiglio regionale del Piemonte, oggi, ha votato "a larghissima maggioranza". E quando la politica vota “a larghissima maggioranza” c’è sempre da diffidare: vuol dire che hanno trovato un modo per essere tutti d’accordo senza esserlo davvero.
Tre ordini del giorno, tre fotografie. Non della realtà, ma della politica che la interpreta, la piega, la usa.
La prima è quella più ingombrante. Due agenti di polizia feriti a Torino il 31 gennaio, durante gli scontri legati allo sgombero di Askatasuna. Martellate, non metafore. Il Consiglio approva l’ordine del giorno presentato da Sergio Bartoli (Lista Cirio): riconoscimento istituzionale, possibile benemerenza, encomio simbolico. Trentasette sì.

Sergio Bartoli
E poi tre non votanti. Non contrari, non astenuti, non dissenzienti: non votanti. Che, tradotto, significa che Alleanza Verdi Sinistra e Movimento 5 Stelle hanno scelto di non partecipare al voto.
È una scelta politica precisa, anche se costruita per sembrare il contrario. Perché il non voto è il modo più elegante per dire: non ci stiamo, ma non vogliamo dirlo troppo forte. È una posizione che evita la responsabilità della contrarietà e insieme sfugge alla trappola del consenso.
Ed è esattamente lì che si infila Roberto Ravello, vice capogruppo di Fratelli d’Italia, che fa quello che la politica fa meglio: semplifica. “Giù la maschera”, dice. Accusa Avs e Cinquestelle di stare “dalla parte sbagliata”, di legittimare la violenza antagonista, di non sapersi mai smentire.
È un’accusa netta, costruita su un’idea altrettanto netta: o stai con lo Stato o stai con chi lo colpisce. Funziona bene, è comunicativamente perfetta, ma come tutte le semplificazioni ha bisogno di ignorare qualcosa.
Per esempio il fatto che nessuno, dentro quell’Aula, difende chi prende a martellate un poliziotto. Nessuno. Il punto non è quello. Il punto è Askatasuna.
Che non è solo un centro sociale. È un dispositivo politico. Una parola che divide automaticamente, senza bisogno di spiegazioni. Appena la pronunci, la discussione finisce e comincia il posizionamento.
Da una parte c’è chi la usa come simbolo dell’illegalità tollerata, del cedimento dello Stato, di una zona franca dove tutto è giustificato. Dall’altra c’è chi la difende come spazio politico, come presidio sociale, come pezzo di città che sfugge alle logiche istituzionali.
In mezzo ci sono i fatti. Che però, come spesso accade, interessano meno delle narrazioni.
E allora succede una cosa curiosa: due agenti vengono aggrediti, e invece di discutere dell’aggressione si discute del contesto. Della storia di Askatasuna, del suo ruolo, del suo significato. Come se il fatto fosse troppo semplice per essere politicamente utile.
Perché la verità è che Askatasuna serve.
Serve alla destra, che può indicarla come prova permanente del disordine. Serve a una certa sinistra, che può difenderla senza doversi assumere fino in fondo le contraddizioni che porta con sé. Serve alle istituzioni, che da anni oscillano tra sgomberi annunciati e convivenze di fatto.
È un equilibrio instabile, ma funziona. E quando qualcosa lo incrina — come le martellate del 31 gennaio — la politica reagisce non per risolvere, ma per ristabilire le posizioni.
Il non voto di Avs e Cinquestelle sta lì dentro. Non è una svista, non è un incidente. È una scelta: non entrare in una dinamica che riduce tutto a uno schema binario. Non farsi trascinare in un voto che, pur partendo da un fatto grave, diventa inevitabilmente un voto su Askatasuna.
Il problema è che, così facendo, si finisce esattamente dove ti vogliono portare gli altri. Perché il non voto, in politica, non è mai neutro. È un vuoto che qualcuno riempie. E infatti Roberto Ravello lo riempie subito: ambiguità, complicità, distanza dalla condanna.
E il gioco è fatto.
Nel frattempo, mentre l’Aula si divide (senza dirlo troppo), il Consiglio approva anche un altro ordine del giorno, firmato da Claudio Sacchetto (Fratelli d’Italia), sulla modifica della normativa degli abbruciamenti. Tema tecnico, quasi invisibile, e proprio per questo interessante.
Si introduce una nuova categoria: la zona pedemontana. Non pianura, non montagna, ma una via di mezzo. Una definizione che sembra geografica e invece è profondamente politica: quando non si riesce a far stare tutto dentro due categorie, se ne crea una terza.
È il compromesso elevato a sistema. Anche l’aria, anche il fumo, anche l’inquinamento diventano materia di mediazione. Non troppo rigidi, non troppo permissivi. Dipende.
L’Italia funziona così: aggiunge livelli per evitare scelte nette.
E poi, all’improvviso, l’unanimità. Quella vera. Quaranta sì. L’ordine del giorno di Gianna Gancia (Lega), sottoscritto anche da Forza Italia, sulla Carta europea della disabilità.
Qui la politica smette di giocare. O meglio: smette di avere un avversario. Agevolazioni per l’accesso a musei, teatri, impianti sportivi. Priorità negli uffici pubblici. Meno burocrazia. Tutti d’accordo. È il momento più lineare della giornata. Ed è anche il più raro.
Perché la politica italiana funziona così: quando c’è da dividere, si accende. Quando c’è da includere, si spegne e vota all’unanimità.
Alla fine restano tre voti e una sensazione. Che il vero tema non sia mai quello scritto negli atti, ma quello che ci gira intorno.
Nel caso di Askatasuna, il tema non è la violenza — che tutti condannano — ma l’imbarazzo di condannarla senza sentirsi arruolati. Il disagio di prendere posizione senza finire dentro una narrazione già scritta.
E allora si sceglie la via più sofisticata: esserci senza esserci. Non votare. È una forma di sopravvivenza politica. Non elegante, ma comprensibile. Il problema è che, mentre la politica sopravvive, le questioni restano. Askatasuna resta. Gli scontri restano. Le ambiguità restano. E anche le martellate, purtroppo, restano.
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