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Il Piemonte brinda, i braccianti pagano. Il vino è doc, il lavoro molto meno

A Vinitaly il Piemonte brinda a export e mercati globali con Paolo Bongioanni e Patrizio La Pietra, ma la denuncia di Alice Ravinale, Valentina Cera e Giulia Marro smaschera il retroscena: fino a 40 milioni di euro di lavoro nero nelle Langhe

Il Piemonte brinda, i braccianti pagano. Il vino è doc, il lavoro molto meno

Il Piemonte brinda, i braccianti pagano. Il vino è doc, il lavoro molto meno

Al Vinitaly 2026 il Piemonte si mette in vetrina: luci, calici, storytelling da esportazione e una politica che sembra vivere in una dimensione parallela, dove tutto funziona, cresce, si espande. Nello Spazio Piemonte appena inaugurato si brinda all’eccellenza, si celebrano le 61 denominazioni, si esibisce con orgoglio persino il trofeo delle Atp Finals e, come ciliegina sulla torta, si presenta un “sontuoso” panettone al vino rosso e pera Madernassa. Sembra quasi una parodia, se non fosse tutto tremendamente reale.

L’assessore regionale Paolo Bongioanni snocciola sicurezza e ottimismo: il vino piemontese non deve avere paura, i mercati si allargano, dagli Stati Uniti al Canada, dalla Scandinavia all’Estremo Oriente, fino alla Cina e all’India. Arriva pure l’Osservatorio sui mercati vitivinicoli, una macchina perfetta di dati, analisi e scenari per aiutare le aziende a vendere meglio e di più. Al suo fianco, il sottosegretario Patrizio La Pietra garantisce il sostegno del Governo, la presenza dello Stato, la spinta del sistema Paese. Tutto sotto controllo, tutto in ordine, tutto pronto per affrontare “il momento difficile”.

Peccato che questo racconto si fermi esattamente dove comincia la realtà.

Perché mentre dentro la fiera si studiano i prezzi del vino a Shanghai e si pianificano strategie per conquistare nuovi mercati, fuori – nelle vigne vere, quelle delle Langhe – c’è un buco nero che nessuno, o quasi, ha voglia di guardare. Un buco fatto di lavoro irregolare, contratti fantasma, ore non dichiarate. Un buco che oggi ha finalmente una dimensione precisa, e che rende tutta questa narrazione istituzionale non solo incompleta, ma profondamente ipocrita.

A riportare la questione sul tavolo, rompendo un silenzio che dura da troppo tempo, sono Alice Ravinale, Valentina Cera e Giulia Marro, che rilanciano i dati dell’inchiesta “Grappoli amari” del giornalista Luca Rondi per Altreconomia. Non slogan, non sospetti: numeri. Numeri costruiti confrontando i contratti di braccianti agricoli attivati nelle Langhe tra il 2023 e il 2024 con il fabbisogno reale di manodopera necessario nelle diverse fasi della produzione.

Il risultato è una fotografia che fa saltare il banco. Tra il lavoro dichiarato e quello effettivamente svolto c’è una distanza enorme. Non una discrepanza fisiologica, non qualche irregolarità sparsa. Una voragine. Tradotta in denaro: tra i 26,3 e i 39,8 milioni di euro di lavoro nero in due anni.

Ripetiamolo, perché è questo il punto che qualcuno spera passi sotto traccia: fino a quasi 40 milioni di euro di lavoro non dichiarato. Nelle Langhe. Nel cuore di uno dei territori simbolo dell’eccellenza enologica italiana. Non in qualche periferia invisibile, ma nel brand internazionale che la politica porta in giro per il mondo come fiore all’occhiello.

E allora la domanda diventa inevitabile: di cosa stiamo parlando davvero quando parliamo di eccellenza?

Perché mentre Bongioanni inaugura osservatori per studiare i mercati esteri, nessuno sembra aver fretta di osservare quello che succede a pochi chilometri da lì. Mentre si investe su export, enoturismo e posizionamento internazionale, non si vede la stessa determinazione nel mettere mano alle condizioni di lavoro, ai controlli, alla regolarità dei contratti. Come se fosse un dettaglio. Come se non fosse parte integrante della filiera.

E invece è esattamente lì che si gioca la credibilità del sistema.

Il dato emerso non è solo un problema etico – che già basterebbe – ma una questione economica e politica enorme. Perché quella massa di lavoro nero altera la concorrenza, abbassa artificialmente i costi, penalizza chi le regole le rispetta. Mentre la Regione racconta un sistema coeso e competitivo, nei fatti tollera – o quantomeno non contrasta con sufficiente forza – una distorsione che rischia di minarlo dall’interno.

E il silenzio, a questo punto, diventa una scelta.

Non si può dire che il problema non esista. Non si può dire che manchino i dati. Non si può dire che sia una sorpresa. Quello che manca è una presa di posizione politica chiara, netta, visibile. Manca la stessa energia che si mette nelle conferenze stampa, negli stand, nei progetti di internazionalizzazione.

vendemmia

Si annunciano strumenti sofisticati per leggere i mercati globali, ma non si costruisce con la stessa urgenza un sistema altrettanto efficace per leggere – e correggere – le distorsioni locali. Si parla di sostenibilità come mantra, ma si evita accuratamente di declinarla sul piano sociale, quello più scomodo.

E così il rischio è quello di una narrazione a due livelli: da una parte il Piemonte che brilla, esporta, attrae turisti e capitali; dall’altra quello che regge pezzi della propria produzione su lavoro sottopagato, irregolare, invisibile.

Due facce della stessa medaglia, tenute insieme da un silenzio istituzionale che oggi diventa sempre più difficile da giustificare.

Insomma se davvero si vuole difendere il “buon nome” del vino piemontese – come spesso si ripete – allora non basta raccontarne la qualità nel bicchiere. Bisogna garantire quella qualità lungo tutta la filiera, a partire da chi lavora nei campi. Altrimenti l’eccellenza resta uno slogan, buono per le fiere e per i comunicati.

La denuncia di Ravinale, Cera e Marro mette il dito esattamente lì dove fa più male: nella contraddizione tra ciò che si racconta e ciò che si evita di raccontare. E richiama la Regione a una responsabilità che non può più essere rimandata o diluita tra un progetto e l’altro.

Perché continuare a ignorare una forbice così ampia tra lavoro dichiarato e lavoro reale non è più sostenibile, né politicamente né economicamente. E ogni giorno che passa senza una risposta concreta non fa che rafforzare l’idea che questa zona grigia, in fondo, faccia comodo a qualcuno.

Nel frattempo, al Vinitaly si continua a brindare. Ma fuori dallo stand, tra i filari, c’è un conto aperto che nessun osservatorio sui mercati potrà mai sistemare.

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