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13 Aprile 2026 - 23:36
il sindaco Matteo Chiantore
Ivrea prova a smettere di inseguire i fatti e sceglie, almeno questa volta, di reagire. Dopo giorni di paura, rabbia e racconti che hanno attraversato la città come un filo teso, la giunta comunale ha approvato una delibera che segna un passaggio preciso: il Comune presenterà denuncia-querela per il brutale pestaggio avvenuto nella notte del 3 aprile in via Gobetti, all’esterno della discoteca La Fenice.
È lo stesso episodio che nei giorni scorsi abbiamo raccontato. Tre uomini sulla trentina, che non si conoscono tra loro, avvicinati uno alla volta all’uscita del locale, colpiti separatamente, senza un motivo apparente. Calci, pugni, minacce. Una dinamica che colpisce per la freddezza e che richiama, proprio in questi giorni, l'omicidio di Giacomo Bongiorni, a Massa, davanti al figlio di 11 anni. Tornano a Ivrea il bilancio era stato pesante: ricoveri in ospedale, decine di giorni di prognosi, una città che si sveglia con una domanda semplice e spiazzante: perché?
Ora arriva la risposta istituzionale.
Con la delibera approvata nel pomeriggio di lunedì 13 aprile, la giunta guidata ha autorizzato formalmente il primo cittadino, in qualità di legale rappresentante dell’ente, a sporgere denuncia contro ignoti – e contro tutti coloro che verranno individuati nel corso delle indagini – per i fatti accaduti quella notte.

Non solo. Il Comune mette nero su bianco un passaggio che è anche politico: quella violenza non è solo cronaca nera. È un danno diretto alla città, alla “sicurezza urbana” e alla “quiete pubblica”, beni che – si legge nell’atto – rappresentano un interesse primario dell’amministrazione e la cui lesione colpisce anche l’immagine stessa di Ivrea.
L’amministrazione si riserva la possibilità di costituirsi parte civile nel procedimento penale che ne deriverà, per chiedere il risarcimento dei danni, materiali e d’immagine.
In segnale forte ma anche un tassello dentro una storia più lunga.
Perché il pestaggio della Fenice non arriva dal nulla. Arriva dopo mesi in cui Ivrea ha iniziato a raccontarsi in modo diverso, soprattutto di notte. Le “zone rosse”, i controlli, le ordinanze del Prefetto che si susseguono e che a maggio verranno ulteriormente estese. Misure che provano a contenere un fenomeno che però sembra sempre un passo avanti, sempre difficile da afferrare davvero.
Arriva dopo piazza Rondolino. Un anno fa. Un ragazzo accoltellato tre volte alla schiena, poi preso a sprangate, colpito quando era già a terra. Venti punti in testa, zigomi rotti, mandibola fratturata. Una violenza da lasciare senza parole, ma che oggi torna nei racconti come un precedente, non più come un’eccezione.
Arriva dopo il Buffet della stazione. Le sedie che volano, il sangue sui tavoli, nei bagni, ovunque. Una rissa che smette di essere rabbia e diventa spettacolo. Ripresa, condivisa, commentata.
E poi ci sono le parole. Quelle che restano più dei fatti.
“Al massimo finisci dentro per due settimane”. Dette con leggerezza, quasi con distacco, da una ragazza al microfono di una giornalista di Rete 4. Come se la violenza fosse un rischio calcolato, una variabile accettabile.
In questo quadro, anche i nomi diventano simboli. Tra gli altri quello de “Il Biondo”, come lo chiamano a San Grato.
Diciotto anni, raccontano, sempre in giro con lo stesso gruppo. Una figura che rimbalza tra i racconti dei cittadini, tra messaggi vocali e discussioni fuori dai locali. Non è solo una persona, ma l’immagine di qualcosa che molti faticano a definire ma che tutti riconoscono: gruppi che si muovono compatti, che occupano spazi, che trasformano la notte in un territorio da controllare.
Certo Ivrea non è solo questo, certo. È anche una comunità che prova a reagire, a capire, a trovare strumenti. Ma è una città che porta sulle spalle fragilità evidenti: oltre 500 alloggi popolari su 23 mila abitanti, situazioni sociali complesse, una generazione che cresce spesso senza riferimenti solidi, senza percezione del limite.
E qui la delibera di oggi assume un significato che va oltre l’atto amministrativo.
Il Comune decide di esporsi direttamente sul piano giudiziario. Non è la prima volta che lo fa. Non solo controlli, non solo ordinanze, ma un ingresso formale nella vicenda, con l’obiettivo dichiarato di perseguire i responsabili e difendere l’immagine della città.
È un cambio di passo. O almeno, il tentativo di farlo. Resta da capire se basterà.
La sensazione, tra i cittadini, è che si intervenga sempre dopo. Sempre quando qualcosa è già successo. Sempre quando la paura ha già fatto il suo giro. E allora si cominciano a fare i conti. Con i locali che si svuotano prima, con i genitori che restano svegli, con i ragazzi che iniziano a evitare certe strade, certi orari, certe compagnie. Con quella prudenza che non è ancora paura dichiarata, ma che le assomiglia sempre di più.

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