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Ivrea. Ascensore fermo. Aiuto c'è una cacca!

Cartello shock: “Hanno defecato dentro”. Tra degrado, polemiche e ironia social, l’unica cosa che sale davvero sono i commenti

Ascensore fermo. Aiuto c'è una cacca!

Ascensore fermo. Aiuto c'è una cacca!

A Ivrea ormai l’ascensore non è un mezzo di trasporto: è un genere letterario.

C’è la narrativa breve (“fuori servizio”), il thriller (“guasto improvviso”), il dramma sociale (“inagibile”), e adesso — con un bel salto di qualità — siamo entrati nel realismo più crudo: “Hanno defecato dentro l’ascensore”. E' quello dell'ospedale...

Sipario.

Il foglio A4 attaccato con lo scotch, scritto a mano con la furia di chi ha visto troppo, è probabilmente il documento più sincero prodotto negli ultimi mesi. Altro che comunicati istituzionali: qui c’è verità, dolore e anche un certo talento nel titolo. “Inagibile” sottolineato, poi la spiegazione. Secca. Senza fronzoli. Senza speranza.

E pensare che a Ivrea gli ascensori sono creature mitologiche: appaiono e scompaiono, funzionano per brevi archi narrativi, poi tornano nel loro habitat naturale — il guasto permanente. La gente li guarda con lo stesso rispetto che si riserva alle comete: “Se oggi va, fai un giro”. E invece no. Questa volta no.

Perché proprio quando uno si decide a fidarsi, a premere quel pulsante con un filo di ottimismo… ecco il colpo di scena. Non si sale. Non si scende. Si riflette. Nel frattempo, fuori, il vero ascensore — quello dei commenti su Facebook — parte in quarta.

C’è chi sintetizza tutto con un elegante “che schifo”, che in Italia è una categoria filosofica. Non spiega, non analizza: giudica. E basta.

C’è il partito del “degrado”, parola jolly che ormai vale tutto: dall’ascensore al meteo, passando per il traffico e la vita in generale.

Poi arrivano gli ingegneri della domenica: “Basta mettere una telecamera”. Certo. Perché davanti a una telecamera uno dice: “No guarda, oggi no, mi trattengo”. E poi vallo a trovare, con i fotogrammi, quello che si è chiuso lì dentro ...

C'è il fronte operativo: “Pulire e farlo ripartire?”. Proposta concreta, quasi rivoluzionaria. Talmente semplice da sembrare utopia.

Non manca il nostalgico realista: “Per una volta che funzionava”. Che è un po’ il riassunto della storia d’Italia, ma con le porte automatiche.

E poi ancora: sicurezza, movicentro, civiltà, notte, giorno, pensioni, società. In tre scroll si passa dall’ascensore alla fine dell’Occidente. Record mondiale. Nel mezzo, qualcuno prova anche a fare chiarezza sulla gestione, sui contratti, sulle pulizie ridotte. Ed è lì che la satira si ferma un attimo. Perché dietro il foglio scritto a mano c’è una cosa molto meno divertente: servizi che arrancano, manutenzioni che spariscono, responsabilità che fanno il giro e non si fermano mai a un piano preciso.

Ma poi torni a guardare quel cartello.

E capisci che è perfetto così. Brutale, diretto, per niente patetico nella sua disperazione.  

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