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Tranquilli, se serve mi sacrifico (ma solo se insistete)

Da Silvia Salis a Giorgia Meloni, il vero problema non è chi guida il Paese, ma chi non ha il coraggio di dire “ci provo” senza aspettare il permesso

Tranquilli, se serve mi sacrifico (ma solo se insistete)

Silvia Salis

C’è una frase che in Italia vale più di un programma politico, più di un congresso di partito e perfino più di una campagna elettorale: “se me lo chiedono”. Silvia Salis, sindaca di Genova, volto nuovo del centrosinistra, ex atleta e dirigente sportiva, alla domanda se sarebbe pronta a fare l’“anti-Meloni” ha risposto così: non lo escludo, se me lo chiedono lo prendo in considerazione. Ed è qui che scatta qualcosa di profondamente italiano, quasi antropologico, perché il problema non è Salis, non è nemmeno la sinistra, è proprio quella frase. “Se me lo chiedono.”

Ma chi dovrebbe chiedere? Quando? Con quale mandato divino? Renzi? SchleinGruber? In Italia nessuno chiede mai niente: si allude, si costruiscono retroscena, si fanno filtrare nomi, si fanno girare sondaggi, si “testa il terreno”. La richiesta è sempre implicita, mai esplicita, una specie di fantasma politico buono per tutte le stagioni. E così nasce il candidato perfetto: quello che non si candida davvero, quello che non vuole ma potrebbe, quello che non cerca ma si sacrifica.

Silvia Salis, eletta sindaca nel 2025, è il prototipo ideale di questo meccanismo: giovane per gli standard italiani, profilo pulito, abbastanza trasversale da non far litigare troppo nessuno. È normale che il sistema la osservi, la studi, la proietti già più in alto. E lei risponde come da manuale: non dice sì, non dice no, lascia aperto. Perché dire sì è rischioso, dire no è limitante, mentre il “se me lo chiedono” è perfetto: ti tiene dentro il gioco senza esporti davvero. È la forma più raffinata di prudenza politica, una specie di assicurazione sulla carriera. Se poi le cose girano bene, sei quello che ha risposto al senso di responsabilità. Se vanno male, non eri tu a volerlo davvero.

Il punto, però, è brutale nella sua semplicità: in politica o vuoi fare una cosa oppure no. Non esistono i leader “su richiesta”, esistono persone che decidono di metterci la faccia e di rischiare. Tutto il resto è gestione del danno preventivo. Ed è qui che la distanza diventa evidente, quasi imbarazzante: Giorgia Meloni, che piaccia o no, ha fatto una cosa che oggi sembra rivoluzionaria — ha detto chiaramente che voleva arrivare lì. Non “se me lo chiedono”, non “valuteremo”, non “ci sono le condizioni”: voleva farlo. Chi dovrebbe sfidarla oggi, invece, resta sospeso in questa zona grigia fatta di disponibilità condizionata, come se guidare un Paese fosse una cosa che ti capita più che una scelta che fai.

Silvia salis

Poi arriva sempre il secondo atto, inevitabile: la precisazione. Dopo il titolo, dopo il dibattito, dopo il rumore, si rimette tutto a posto. “Resto sindaca, porto avanti il mio mandato.” Ed ecco la retromarcia elegante, la normalizzazione, il ritorno all’ordine. La politica italiana è questo: un continuo dire e correggere, aprire e richiudere, lanciare e smentire. Una bozza permanente in cui nessuno firma mai la versione definitiva.

Alla fine, Silvia Salis potrà anche essere una buona amministratrice, magari un giorno farà davvero il salto nazionale, magari no. Ma finché il linguaggio resta quello — “se me lo chiedono” — il problema non è chi guida, è come si arriva a guidare. Perché un Paese in cui i leader aspettano di essere chiamati è un Paese in cui nessuno decide davvero. E in un sistema dove nessuno chiede mai apertamente, l’unica cosa certa è che tutti restano lì, pronti, disponibili, prudenti. In attesa di una telefonata che non arriva mai, o che quando arriva serve solo a dire che non è stata una scelta, ma quasi un favore. E la politica, così, smette di essere una responsabilità e diventa un alibi.

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