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11 Aprile 2026 - 16:15
Daniela Cameroni
C’è un momento, nella liturgia politica in salsa "piemontese", in cui la realtà smette di essere un fatto e diventa una dichiarazione. È quel momento preciso in cui Alberto Cirio dice “equilibrio” e tutti, per un attimo, fanno finta di vedere una bilancia perfettamente in piano, mentre sotto il tavolo qualcuno sposta i pesi.
L’equilibrio, spiega il presidente, ha sostituito il Torino-centrismo. Una rivoluzione copernicana, praticamente: prima il mondo finiva a Moncalieri, oggi arriva fino all’ultima rotonda della provincia. E così, mentre si inaugura una sede della Croce Rossa – che è il luogo perfetto per ogni annuncio politico, perché lì nessuno può permettersi di sembrare cinico – nasce una nuova assessora. E' Daniela Cameroni. Cirio la presenta con il trittico più utilizzato dalla politica contemporanea: “competenza, capacità, esperienza”. Manca solo “visione” e si chiude il "miracolo".
Cirio aggiunge anche un dettaglio che è sempre quello decisivo, ma arriva sempre dopo: l’appartenenza politica. Che non è una sorpresa, ma fa sempre piacere sentirla nominare, come quei parenti di cui tutti sanno l’esistenza ma che nessuno cita a tavola. “Uniamo le capacità personali all’appartenenza politica”, dice, e in quel “uniamo” c’è tutta la poesia dell’arte di governo: unire ciò che non si può separare, e separare ciò che sarebbe meglio unire.
Per esempio il lavoro e la formazione professionale, che invece vengono divisi con una sicurezza che sfiora la performance artistica. Ma qui la poesia lascia il posto alla prosa, e infatti qualcuno parla di “obbrobrio tecnico”. Un’espressione che in politica si usa poco perché è troppo precisa, e la precisione è sempre sospetta.
Nel frattempo Daniela Cameroni fa quello che ogni politico appena nominato deve fare: promette studio. È un classico intramontabile. “Analizzerò i dossier”, “chiederò consiglio”, “non temo il ruolo”. Frasi che funzionano perché non impegnano su nulla ma rassicurano su tutto. L’idea è di una studentessa modello che entra in una biblioteca molto grande e decide di leggerla tutta. È un’immagine confortante... Basterà?
“È un nuovo viaggio”, dice con sincerità e che la politica italiana sia diventata un’agenzia turistica è noto a tutti. Ogni incarico è un viaggio, ogni crisi è un percorso, ogni rimpasto è una ripartenza. Nessuno arriva mai da nessuna parte, ma si viaggia moltissimo.
Nel frattempo, fuori dal perimetro dell’equilibrio raccontato, c’è chi fa notare che i numeri hanno una loro ostinazione. Due donne su dodici. Zero under 35. Alcune province completamente dimenticate. Ma qui il rischio è di rovinare la narrazione, e la narrazione è tutto. Perché se dici “equilibrio”, devi crederci almeno quanto basta perché sembri vero. Non troppo, che poi diventa propaganda, ma nemmeno troppo poco, che poi diventa satira.
E infatti la consigliera regionale Monica Canalis del Pd si avvicina molto a quel punto lì, quello in cui la critica smette di essere opposizione e diventa descrizione. “Capisco che non è facile far quadrare tutto”, dice, che è il modo più elegante per dire che non quadra niente. Poi aggiunge che il tempo per pensarci c’era, e allora il dubbio diventa quasi un sospetto: forse non è una questione di difficoltà, ma di priorità.
E qui compare Roma, che nella politica locale è un po’ come il meteo: non si vede, ma si sente. “Se decide la sede romana…”, e il resto si capisce da solo. Il centralismo denunciato mentre si celebra l’equilibrio territoriale è uno di quei cortocircuiti che tengono in piedi intere stagioni politiche.
Intanto la Giunta si sistema come può, o come deve. Le deleghe girano, si incastrano, si compensano. È un Risiko, ma con meno carri armati e più comunicati stampa. E ogni volta che si piazza una pedina, qualcuno ricorda che quella casella rappresenta un territorio, una categoria, una promessa. Ma nel gioco vero, quello che conta è che la partita continui.
Così Cirio difende il suo equilibrio, Cameroni studia i dossier e promette determinazione, Marrone allarga il raggio d’azione come se fosse un aggiornamento software, e l’opposizione osserva, annota, ironizza quel tanto che basta per non sembrare disperata.
Alla fine resta quella sensazione un po’ familiare, un po’ piemontese: che tutto sia stato fatto con grande serietà, grande impegno, grande competenza. E che, nonostante questo, ci sia sempre qualcosa che non torna. Ma non importa. Basta chiamarlo equilibrio. E l’equilibrio, si sa, è una parola che tiene su tutto. Anche quando pende.
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