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Sanità
11 Aprile 2026 - 10:07
Il sindaco di Ivrea Matteo Chiantore, il direttore dell'Asl To4 Luigi Vercellino
C’è un modo semplice, brutale, perfino crudele nella sua evidenza per capire come sta davvero la sanità nei comuni dell’Asl To4: smettere di ascoltare chi la racconta, il direttore generale Luigi Vercellino, il presidente della conferenza dei sindaci Matteo Chiantore, sindaco di Ivrea, e iniziare a leggere chi la subisce.
I numeri, quelli veri, quelli aggiornati mese dopo mese sul sito della stessa Asl, quelli che non passano dai comunicati, non hanno bisogno di interpretazioni. Hanno bisogno solo di essere messi uno accanto all’altro. E quando lo fai, quello che emerge non è un sistema in difficoltà. È un sistema che ha normalizzato il ritardo, che ha trasformato l’attesa in metodo, che ha smesso perfino di vergognarsene.
La cardiologia è il punto di partenza ideale, perché qui si misura la distanza tra teoria e realtà. Una prima visita cardiologica con ECG in classe D – cioè programmabile ma comunque necessaria – viaggia stabilmente tra gli otto e i dieci mesi. A febbraio 2026 siamo a 252 giorni all'ospedale di Chivasso, 255 al Poliambulatorio Settimo, 273 al Poliambulatorio di Ivrea, 262 all’Ospedale di Ciriè, 266 all’Ospedale di Lanzo . Poi arriva marzo e il sistema fa un piccolo capolavoro: peggiora. 282 giorni a Chivasso, 283 a Settimo, 288 a San Mauro, 296 a Ivrea, addirittura 311 a Caluso.
La neurologia è il capitolo che dovrebbe far saltare tutto. Perché qui il tempo non è una variabile, è il problema. Una prima visita neurologica arriva a 371 giorni all’Ospedale di Ciriè e resta sopra i 280 giorni in molte altre sedi. Un anno. Dodici mesi. Il tempo necessario per peggiorare, per perdere autonomia, per trasformare un sospetto in una certezza. Ma nel sistema sanitario questo non è un fallimento: è un dato.

L’oculistica segue a ruota, con una coerenza quasi inquietante. Una prima visita oculistica supera i 360 giorni in diverse strutture. Un anno per scoprire che se occorre una "cataratta". È difficile trovare un modo più efficace per spiegare cosa significa perdere il senso della misura e qui lo si è perso.
Poi c’è l’endocrinologia, dove le attese superano stabilmente i 200-250 giorni. Diabete, tiroide, metabolismo: tutte cose che, evidentemente, possono aspettare. Nel frattempo il paziente diventa il primo responsabile della propria cura, il sistema si limita a osservare.
La dermatologia è la fotografia più nitida della rassegnazione. Una prima visita dermatologica supera i 300 giorni quasi ovunque. Lesioni sospette, controlli preventivi, diagnosi precoci: tutto rinviato. Come se il tempo non avesse alcun impatto sulla pelle. O come se nessuno volesse più prendersi la responsabilità di dirlo.
Ma è nella diagnostica che il sistema smette di fingere. La colonscopia – esame cardine per la prevenzione del tumore del colon – oscilla tra i 200 e oltre i 300 giorni. In alcuni casi si arriva vicino all’anno. La sigmoidoscopia tocca i 365 giorni. Un anno esatto. Un numero perfetto, quasi ironico nella sua precisione. Le gastroscopie superano i 150 giorni. Cinque mesi per capire perché qualcosa non funziona. Nel frattempo, chi può paga. Chi non può aspetta. Chi non aspetta, rinuncia.
Le risonanze magnetiche raccontano una sanità che cambia a seconda della porta a cui bussi. Per una risonanza magnetica del cervello ci vanno 235 giorni e all’Ospedale civile di Ivrea e 172 giorni a Chivasso. Non è organizzazione: è casualità.
Le risonanze del rachide si muovono tra i 130 e oltre i 300 giorni . Nel frattempo il dolore diventa cronico, il lavoro si complica, la qualità della vita si riduce. Ma il sistema resta coerente: si aspetta.
Le ecografie meritano un capitolo a parte. Una ecografia ginecologica arriva a 351 giorni, una ecografia ostetrica sfiora i 365. Un anno per un controllo in gravidanza. È uno di quei numeri che non hanno bisogno di commento. E infatti nessuno lo commenta.
E poi c’è il dato che dovrebbe far saltare ogni equilibrio: l’eco(color)doppler degli arti inferiori, che arriva a sfiorare i 400 giorni. Dodici mesi per stabilire se c’è una trombosi. Dodici mesi per una diagnosi che, se arriva tardi, può diventare inutile.
I test funzionali completano il quadro in totale coerenza. Una spirometria semplice arriva a 360 giorni, una spirometria globale supera i 300, le prove da sforzo si avvicinano ai 365.
Nel frattempo, mentre i giorni scorrono, il sistema si svuota. Nei report compaiono parole come “indisponibilità personale” e “trasferimento”. A San Mauro la struttura è inagibile, a Volpiano il medico si è dimesso, a Settimo e Gassino si accumulano pensionamenti, a Rivarolo i servizi sono stati spostati altrove. Non è un’emergenza. È un modello organizzativo basato sull’assenza.
E quando si passa ai ricoveri, il sistema smette definitivamente di nascondersi. Qui non si tratta più di visite rinviate, ma di interventi che non arrivano. Di diagnosi già fatte che restano sospese.
Una riparazione ernia inguinale arriva a 438 giorni in classe B a gennaio . Più di un anno. A febbraio “migliora” a 321 giorni. Undici mesi. È il tipo di miglioramento che serve solo a chi deve raccontarlo.
La colecistectomia laparoscopica segue lo stesso schema: 362 giorni a gennaio, 272 a febbraio . Sempre quasi un anno. Sempre troppo.
L’emorroidectomia supera i 370 giorni e resta stabilmente sopra i 300 . Il dolore, evidentemente, non rientra tra le priorità cliniche reali.
Le protesi d’anca raccontano una sofferenza quotidiana trasformata in standard: fino a 308 giorni a gennaio, oltre 280 a febbraio . Otto, nove mesi di limitazioni, di dolore, di vita sospesa.
E poi c’è l’oncologia. Qui il sistema tiene solo quando è costretto. Le classi più urgenti vengono rispettate, ma appena si scende, i tempi si allungano. Nessuna fretta, per esempio, per il tumore alla prostata, cme se esistesse una forma di cancro che può permettersi di aspettare.
Messe insieme, queste cifre non descrivono una crisi. Descrivono una trasformazione. La sanità pubblica non c'è più. È un sistema che gestisce il tempo, lo dilata, lo distribuisce. Che rinvia invece di risolvere. Che accumula ritardi come se fossero inevitabili.
E soprattutto, è un sistema che ha smesso di considerare il tempo come un fattore clinico. Perché il vero dato, quello che non compare in nessuna tabella, è questo: ogni giorno di attesa è un giorno in cui la malattia può cambiare. Ma nei report questo non si vede. Si vedono solo numeri.
Fuori dai numeri restano le persone. Quelle che aspettano. Quelle che rinunciano. Quelle che pagano. Quelle che arrivano al pronto soccorso perché è l’unico posto in cui il tempo, improvvisamente, torna a contare.
E alla fine resta una domanda, semplice e brutale: quanto deve aspettare una persona prima che il sistema si accorga che non può più aspettare?
Perché è qui che si misura davvero una sanità. Non nella capacità di gestire l’emergenza, ma nella capacità di evitarla. E oggi, nell’Asl To4, l’emergenza non si evita più. Si aspetta che arrivi.
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C’è qualcosa di profondamente surreale – e anche un po’ offensivo – nel vedere come viene raccontata oggi la sanità dell’Asl To4. Mentre i cittadini contano i giorni, la politica conta gli anni. E non gli anni che servono per abbattere le liste d’attesa. No. Gli anni che servono per costruire un ospedale nuovo.
Da una parte c’è la realtà. Quella che non ha bisogno di interpretazioni. Una prima visita cardiologica che sfiora i 300 giorni. Una visita neurologica che arriva a un anno. Un eco(color)doppler che si avvicina ai 400 giorni. Interventi come la riparazione ernia inguinale o la colecistectomia laparoscopica che superano tranquillamente i dieci mesi di attesa.
Dall’altra parte c’è il grande racconto. L’assessore regionale alla sanità Federico Riboldi invitato dal sindaco di Ivrea Matteo Chiantore – che incidentalmente è anche presidente della conferenza dei sindaci dell'Asl To4– che presentano il nuovo ospedale nell'area ex Montefibre. Disegni, slide, prospettive. Il futuro. Sempre il futuro.
Peccato che quel futuro, se tutto va bene, arrivi tra quindici o vent’anni.
Nel frattempo, oggi, una persona aspetta quasi un anno per una visita. Oggi, non tra vent’anni. Oggi un paziente resta sospeso tra diagnosi e intervento. Oggi la sanità pubblica dice implicitamente: arrangiati, fai a fare in culo.
E qui il problema non è il nuovo ospedale. Nessuno è così ingenuo da dire che non serva. Il problema è usarlo come foglia di fico. Come racconto sostitutivo. Come modo elegante per non parlare del disastro quotidiano.
Perché mentre si presentano i rendering, il sistema reale perde pezzi. Medici che vanno in pensione e non vengono sostituiti. Servizi chiusi per “indisponibilità personale”. Strutture inagibili. Prestazioni spostate da una sede all’altra come se fossero scatole.
E in mezzo a tutto questo, il ruolo di Matteo Chiantore diventa il vero nodo politico. Perché lui non è solo sindaco è il presidente della conferenza dei sindaci. Cioè colui che dovrebbe essere – almeno sulla carta e pure da statuto – il cane da guardia dello stato di salute della sanità e dei cittadini.
Quello che dovrebbe bussare alla porta della direzione generale dell’Asl To4 e dire: "così non va". Che dovrebbe pretendere spiegazioni, risultati, tempi certi. Che dovrebbe rompere, se necessario. Invece no.
Nessuna rottura. Nessuno scontro vero. Nessuna pressione politica proporzionata ai numeri che leggiamo. Le liste d’attesa crescono, si stabilizzano, diventano strutturali. E la risposta istituzionale resta composta, educata, quasi rassegnata, pronta ad applaudire davanti ad un disegno costruito al computer.
E questo, cari noi, è un problema politico. Di volontà, di ruolo, di responsabilità.
Perché quando una visita neurologica arriva a 371 giorni, non è più un dato. È un fallimento. Quando una colonscopia supera i 300 giorni, non è una criticità: è un sistema che non sta facendo il suo lavoro. Quando un intervento programmato slitta di mesi, non è organizzazione: è rinuncia.
E qualcuno dovrebbe dirlo. Qualcuno dovrebbe pretendere che cambi.
Invece succede il contrario. Si costruisce una narrazione parallela. Si parla di futuro, di investimenti, di strutture nuove. Si sposta l’attenzione avanti, sempre più avanti, finché il presente diventa quasi invisibile.
È una tecnica vecchia: quando non riesci a risolvere un problema, raccontane un altro. Meglio se più grande, più lontano, più difficile da verificare.
Così il cittadino resta incastrato tra due tempi. Il presente, fatto di attese infinite e il futuro, fatto di promesse.
Nel mezzo, il nulla.
La verità è molto più semplice e molto più scomoda: una sanità che ti fa aspettare un anno per una visita non è una sanità in difficoltà. È una sanità che non c'è. Punto.
E una politica che davanti a questi numeri non alza il livello dello scontro, non pretende risultati, non mette in crisi chi gestisce il sistema, è una politica che ha deciso di essere connivente. Il nuovo ospedale arriverà, forse. Tra vent’anni. Bello, moderno, funzionale. Ma chi cazzo se ne frega ...
Cosa fare se i tempi di attesa sono troppo lunghi
Percorso di tutela dei Cittadini assistiti dall’ASL TO4 nell’ambito del rispetto dei tempi di attesa per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, ai sensi dell’articolo 3 del Decreto Legislativo 124/1998, in coerenza con le disposizioni nazionali e regionali
Il percorso di tutela fa riferimento alle visite/prestazioni comprese nel PNGLA (Piano Nazionale Governo Liste di Attesa) con specifico riguardo alla tipologia di “primo accesso”, posto che per le prestazioni in tipologia di accesso successivo al primo sarà di competenza dell’Azienda provvedere alle relative prenotazioni nell’ambito del percorso di presa in carico del paziente.
Le prenotazioni di visite ed esami specialistici si effettuano tramite il CUP Regionale con una delle seguenti modalità:
• 800.000.500 numero verde gratuito da telefono fisso e da cellulare (operativo da lunedì a domenica, escluse le festività nazionali, in orario 8-20)
• Portale regionale "Tu Salute Piemonte" (utilizzabile sia da PC sia da dispositivo mobile)
• App "Cup Piemonte"
• tramite le farmacie del territorio che hanno aderito al servizio
• con il supporto degli sportelli CUP dell'ASL (previa prenotazione telefonica al numero del Call center distrettuale 011 9176012 dalle ore 13 alle ore 15 da lunedì a venerdì).
Il sistema di prenotazione regionale per visite ed esami segue i seguenti criteri:
1. ricerca del primo posto disponibile presso le strutture pubbliche dell’A.S.L. di residenza del richiedente;
2. ricerca di disponibilità alternative presso i privati accreditati dell’A.S.L. di appartenenza;
3. ricerca di disponibilità alternative in zone limitrofe (aree omogenee, cosiddetti bacini di garanzia);
4. ricerca di disponibilità alternative nell’intero territorio regionale.
Qualora l’utente rifiuti la prima data utile proposta, le cui tempistiche di erogazione rispettino i tempi massimi previsti, viene meno il relativo ambito di garanzia della Classe di priorità assegnata.
Al termine della ricerca sopra indicata, il Cittadino assistito dall’ASL TO4, in possesso di una prescrizione di visita e/o esame specialistico in classe di priorità B (entro 10 giorni) / D (entro 30 giorni per le visite e 60 per gli esami) / P (entro 120 giorni) che non sia riuscito a prenotare la prestazione sanitaria all’interno dei canali istituzionali e nei limiti delle tempistiche di erogazione indicate dai codici di priorità, potrà presentare formale istanza inviando una e-mail alla casella di posta di seguito specificata:
tempiattesa@aslto4.piemonte.it allegando la seguente documentazione:
• modulo di istanza compilato e firmato
• copia della prescrizione medica
• informativa sul trattamento dei dati personali degli utenti/pazienti datata e firmata
• copia del documento di identità in corso di validità
• copia della tessera sanitaria in corso di validità
• eventuale copia del promemoria di prenotazione.
L'ASL, a seguito della disamina della documentazione sopra indicata, dovrà in ogni caso effettuare un’ulteriore ricerca di disponibilità presso il CUP Regionale unitamente a un’attività di controllo in materia di appropriatezza prescrittiva.
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