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Gaza: 10mila cadaveri sotto le macerie

Senza mezzi, tra ordigni inesplosi e accessi negati, migliaia di famiglie aspettano ancora di recuperare i propri cari mentre la guerra continua a pesare anche dopo il cessate il fuoco

Gaza: 10mila cadaveri sotto le macerie

Gaza: 10mila cadaveri sotto le macerie

Il paradosso di Gaza si misura in un gesto elementare diventato irrealizzabile: seppellire i morti. Prima della ricostruzione, della riapertura delle scuole o dei negozi, c’è il recupero dei corpi. Nella Striscia il paesaggio è stato ridotto a una distesa compatta di cemento frantumato, ferri contorti, polveri e ordigni inesplosi. Migliaia di famiglie sanno che i propri parenti sono sotto le macerie, ma non hanno i mezzi per raggiungerli. Il lutto resta sospeso, quotidiano.

Secondo Al Jazeera, a sei mesi dal cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, circa 10.000 palestinesi risultano ancora dispersi. Con ogni probabilità sono sotto edifici crollati durante la guerra iniziata nell’ottobre 2023. Le famiglie denunciano la mancanza quasi totale di mezzi pesanti e le difficoltà di accesso ai luoghi dove si trovano i corpi.

Gaza

Il numero dei dispersi è rimasto stabile nel tempo. Già nel 2024 la Protezione civile palestinese, citata dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), parlava di oltre 10.000 persone intrappolate sotto le macerie. La stessa stima è stata ripresa nei rapporti successivi delle agenzie dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) e nel più recente Rapid Damage and Needs Assessment redatto da Onu, Banca Mondialee Unione europea.

Per capire perché quei corpi restino irraggiungibili basta un dato: oltre 61 milioni di tonnellate di detriti. La cifra, riportata da Al Jazeera e da documenti Onu, descrive una distruzione senza precedenti nella Striscia. Nell’autunno 2025 OCHA, sulla base di una valutazione del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), parlava già di una quantità superiore ai 61 milioni di tonnellate. Le stime precedenti erano più basse e sono cresciute con il progredire delle analisi satellitari.

La devastazione è confermata anche dalle immagini. Il Centro satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) ha rilevato oltre 170.000 strutture danneggiate, circa il 69 per cento degli edifici della Striscia. Più di 60.000 risultano distrutti e oltre 20.000 gravemente danneggiati. Non solo case: scuole, ospedali, strade e reti idriche sono compromessi. In molti quartieri non esiste più una geografia riconoscibile.

A rendere più difficile il recupero dei corpi è la presenza diffusa di ordigni inesplosi. Il Servizio delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine (UNMAS) ha stimato che tra il 5 e il 10 per cento delle armi utilizzate potrebbe non essere esploso. Questo significa che ogni intervento tra le macerie comporta un rischio elevato. Prima di scavare, bisogna mettere in sicurezza le aree.

Sul terreno il risultato è evidente. Un padre del campo profughi di Bureij, citato da Al Jazeera come Abu Mohammed, vive accanto ai resti della propria casa: ha recuperato parte della famiglia, ma alcuni figli sono ancora sotto il cemento. Non è un caso isolato. Nello stesso edificio, secondo la stessa fonte, ci sarebbero decine di corpi intrappolati. Senza escavatori, gru e carburante, molte rovine restano tombe irraggiungibili.

Le agenzie umanitarie considerano ormai il recupero e l’identificazione dei resti umani una priorità. OCHA ha sottolineato che la rimozione delle macerie è indispensabile anche per documentare le vittime. Ma la filiera necessaria è incompleta: servono accesso alle aree, mezzi, carburante e bonifica degli ordigni. Se uno di questi elementi manca, le operazioni rallentano; se ne mancano diversi, si fermano.

La carenza di mezzi è confermata anche da fonti indipendenti. Associated Press ha riferito che alcuni bulldozer introdotti per la rimozione delle macerie sono stati distrutti durante operazioni militari israeliane. In un territorio dove ogni mezzo può fare la differenza, la perdita di pochi veicoli ha conseguenze rilevanti.

Anche quando le operazioni partono, la scala resta limitata. Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP)e OCHA hanno documentato che tra dicembre 2024 e marzo 2025 sono state rimosse poco più di 35.000 tonnellate di detriti. Una quantità minima rispetto ai milioni di tonnellate presenti. All’inizio del 2026, secondo fonti Onu, è stato rimosso appena lo 0,5 per cento delle macerie.

Il problema riguarda anche l’accesso. Ampie aree della Striscia restano soggette a restrizioni militari, ordini di evacuazione o condizioni di sicurezza che impediscono interventi regolari. Senza accesso, anche i mezzi disponibili restano inutilizzati. Il recupero dei corpi procede a fasi, legato a brevi finestre operative.

A questo si aggiungono i rischi sanitari. Nei detriti sono presenti amianto, metalli pesanti e altre sostanze pericolose. Le valutazioni Onu indicavano già nel 2024 centinaia di migliaia di tonnellate di materiali contaminati. Chi scava lo fa spesso senza protezioni adeguate.

Nel frattempo il bilancio delle vittime continua a cambiare. Al Jazeera riferisce che, dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, centinaia di persone sono state uccise e migliaia ferite. Allo stesso tempo, centinaia di corpi sono stati recuperati dalle macerie. Il totale dei morti supera le 72.000 persone secondo le autorità sanitarie locali, ma resta un dato in aggiornamento continuo anche perché molti resti non sono ancora stati recuperati.

Questo è il punto centrale: a Gaza il conteggio delle vittime non è concluso perché una parte dei morti è ancora sotto le macerie. Il numero può cambiare non solo per nuovi attacchi, ma anche per il ritrovamento di corpi a distanza di mesi o anni.

La ricostruzione si scontra con questo nodo. UNDP stima che, in condizioni stabili, la rimozione delle macerie potrebbe richiedere anni. Ma servono sicurezza, accesso e mezzi. Oggi queste condizioni non sono garantite.

Per le famiglie, la questione è più immediata. Senza recupero dei corpi non c’è chiusura del lutto. Le case distrutte restano luoghi di attesa. Dietro il numero dei dispersi c’è una realtà fatta di ricerche interrotte e sepolture impossibili. Finché i corpi non verranno recuperati, la guerra continuerà a pesare sulla vita quotidiana anche lontano dal fronte.

Fonti: Al Jazeera; OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari); UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente); UNOSAT (Centro satellitare delle Nazioni Unite); UNMAS (Servizio delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine); UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo); Rapid Damage and Needs Assessment (Onu, Banca Mondiale, Unione europea); Associated Press.

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