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Si parte di meno, si muore di più: cosa sta succedendo nel Mediterraneo?

Sbalzo record della mortalità nel 2026: meno arrivi, ma una traversata sempre più pericolosa tra Libia, Tunisia e Italia

Si parte di meno, si muore di più: cosa sta succedendo nel Mediterraneo?

Si parte di meno, si muore di più: cosa sta succedendo nel Mediterraneo?

Il dato più duro non è che nel Mediterraneo si continui a morire. È che si muore di più mentre si parte di meno. Nel primo trimestre del 2026, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), almeno 1.022 migrantisono morti o risultano dispersi. Nello stesso periodo gli arrivi via mare in Europa si sono fermati a circa 17.830, il 40% in meno rispetto ai primi tre mesi del 2025. Il risultato è netto: la traversata è diventata più rischiosa e più selettiva. In media, una persona muore ogni 17 arrivi.

La rotta più pericolosa resta quella del Mediterraneo centrale, tra Libia, Tunisia e coste italiane. Qui l’OIM ha registrato quasi 765 morti o dispersi dall’inizio dell’anno, oltre il 150% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. È una linea di passaggio che da anni mette in evidenza le contraddizioni europee tra controllo delle frontiere, diritto d’asilo e soccorso in mare. Nel 2026 queste contraddizioni sono diventate ancora più evidenti.

Il calo delle partenze non ha ridotto il rischio. I dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) mostrano che il Mediterraneo resta una delle frontiere più pericolose al mondo. Nel 2025 gli arrivi in Europa sono stati circa 154.500, con 2.950 morti o dispersi. Nel 2024 erano stati 199.400 con 3.580 vittime. Nel 2016, anno simbolo della crisi, si contarono oltre 372.800 arrivi e 5.096 morti o dispersi. Oggi i numeri assoluti sono più bassi, ma la probabilità di morire è aumentata.

Secondo l’OIM, quello del 2026 è l’inizio d’anno più letale da quando l’agenzia monitora queste rotte, dal 2014. Già a fine febbraio i morti o dispersi erano 606. A fine marzo hanno superato il migliaio. Si tratta di cifre minime. Molti naufragi non vengono registrati, non lasciano superstiti o restano senza riscontri. I cosiddetti naufragi fantasma fanno parte del sistema.

Questo spiega perché il numero reale possa essere più alto. L’OIM ha chiarito più volte, anche nei briefing di Ginevra, che il calo degli arrivi non indica una riduzione del rischio. Spesso significa meno tentativi o meno informazioni disponibili. Nel 2025 l’organizzazione ha verificato 2.185 morti nel Mediterraneo, ma ha segnalato altri casi non accertabili. I tagli alle attività umanitarie e le difficoltà di accesso ai dati rendono il monitoraggio incompleto.

Il maltempo ha avuto un ruolo, ma non basta a spiegare quanto accaduto. Nelle prime settimane del 2026 il Mediterraneo centrale è stato colpito da mare agitato e venti forti. Un portavoce dell’OIM, citato da El País, ha sottolineato che i trafficanti continuano a far partire le imbarcazioni anche in condizioni proibitive. Il ciclone Harry, che ha investito il Sud Italia a fine gennaio, ha coinciso con una serie di naufragi.

Le condizioni meteo, però, non spiegano tutto. A incidere sono anche imbarcazioni inadeguate, partenze da punti più lontani, tempi di intervento lunghi e una presenza ridotta dei mezzi di ricerca e soccorso. Le navi umanitarie ricevono spesso l’indicazione di porti lontani, restando fuori dall’area operativa per giorni. In quel tempo altri barconi partono e spariscono.

La Commissione europea ricorda che il soccorso in mare è un obbligo previsto dal diritto internazionale e da quello dell’Unione europea: dalla convenzione SOLAS (Safety of Life at Sea), alla UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare), fino alla convenzione SAR (Search and Rescue) del 1979. Non è una scelta discrezionale. Eppure proprio nel Mediterraneo centrale la capacità di intervento è diventata discontinua.

Un rapporto dell’Asylum Information Database (AIDA) evidenzia come le norme italiane abbiano inciso sull’attività delle navi delle organizzazioni non governative. Nel 2023, dopo l’entrata in vigore della legge 15/2023, solo il 4,2%dei soccorsi è stato effettuato da queste navi, contro il 15,2% del 2022. Le persone salvate sono state 8.904, meno del 6% del totale. Dopo la fine dell’operazione Sophia e il passaggio alla missione Irini, la presenza di mezzi orientati al salvataggio si è ridotta.

Non è un dettaglio tecnico. Significa meno navi nell’area dove avvengono più naufragi. Quando una nave deve raggiungere un porto distante, resta lontana per giorni. In quel tempo altri viaggi si trasformano in emergenze senza risposta.

All’inizio di aprile, al largo di Lampedusa, è stata trovata un’imbarcazione alla deriva con 15 sopravvissuti e 19 cadaveri. I migranti erano rimasti in mare per giorni senza essere individuati. Il 5 aprile, un altro barcone partito da Tajoura, in Libia, con circa 120 persone si è rovesciato: più di 80 dispersi, 32 salvati e almeno 2 corpi recuperati. In entrambi i casi, il problema non è stato solo la partenza, ma l’assenza di un intervento tempestivo.

Anche i flussi stanno cambiando. Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) aveva già segnalato nel primo trimestre del 2025 circa 8.500 attraversamenti irregolari sulla rotta centrale, con un calo del 26% su base annua e 385 morti stimati dall’OIM. Nel 2026 questa tendenza si è accentuata.

Tra le persone in viaggio aumentano quelle provenienti da Bangladesh, Egitto, Afghanistan e Sudan. La direttrice generale dell’OIM, Amy Pope, ha richiamato queste presenze come sempre più frequenti. Si tratta di Paesi segnati da conflitti, crisi economiche e instabilità. Le rotte collegano ormai l’Asia meridionale e il Corno d’Africa alle coste nordafricane.

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L’OIM insiste sulla necessità di vie legali e sicure. Senza canali regolari per chiedere protezione, lavorare o ricongiungersi con i familiari, chi parte continuerà ad affidarsi ai trafficanti. Nel briefing di Ginevra del 27 febbraio 2026, l’agenzia ha chiesto più corridoi legali, più soccorsi e un’azione più efficace contro le reti criminali.

C’è poi il problema dei dispersi. Molti non vengono identificati, altri non vengono mai ritrovati. Per le famiglie significa non avere una risposta, né una data certa. Le cifre ufficiali restano incomplete. L’UNHCR e l’OIMconcordano su questo punto: i numeri disponibili sono inferiori alla realtà.

La sequenza degli eventi nel 2026 mostra che non si tratta di episodi isolati. Quando in tre mesi si superano i 1.000 morti o dispersi, con arrivi in calo, si è davanti a un sistema che produce rischio. Il Mediterraneo è controllato per impedire l’ingresso, ma meno attrezzato per garantire soccorso rapido. La pressione sulle partenze non elimina i viaggi, li rende più pericolosi.

Il risultato è una combinazione precisa: crisi nei Paesi di origine e di transito, ruolo centrale della Libia come punto di partenza, reti criminali più aggressive, minore capacità di soccorso, ostacoli alle attività civili e pochi canali legali. Il resto, comprese le condizioni meteo, incide ma non basta a spiegare i numeri.

La domanda che emerge non riguarda solo quante persone non siano partite. Riguarda quante, partite, non siano state raggiunte in tempo.

Fonti: Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), Commissione europea, Frontex, Asylum Information Database (AIDA)

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