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Centrodestra in salsa "eporediese". Prove tecniche di disaccordo: dal capretto al commento

A due anni dal voto l’unità resta un concetto molto condiviso… purché non si debba mettere in pratica

Centrodestra in salsa "eporediese". Pprove tecniche di disaccordo: dal capretto al commento

Vincenzo Ceratti, Fabrizio Lotito e Fabrizio Bertot

A Ivrea, a due anni dalle elezioni, il centrodestra ha deciso di portarsi avanti con il lavoro. Non tanto sul programma, quanto sul genere letterario: dalla politica alla commedia brillante il passo è breve, e qui siamo già al terzo atto.

Dimenticate il “campo largo”. Nel centrodestra non è mai andato di moda. Qui va il “campo sparso”, con punte di “ognuno a casa propria ma con grande spirito unitario...”. Una formula innovativa, che consente a tutti di essere d’accordo sull’importanza dell’unità… purché non si debba praticarla davvero.

La trama è avvincente. Si parte con un incontro “quatto quatto” organizzato dal segretario cittadino dei Fratelli d’Italia da Tony. Pizza e birra, caffè e pusa caffè. Presenti tutti i consiglieri comunali di centrodestra. Assenti, però, quelli di Fratelli d’Italia. Un dettaglio che, lungi dall’essere una contraddizione, rappresenta forse il primo vero esperimento di presenza quantistica applicata alla politica "accazzo": ci sono e non ci sono, contemporaneamente. Il dietro le quinte ve lo lasciamo immaginare a partire dai "vaffanculo" tondi tondi...

Seconda scena: Perloz, Aosta Cena a cinque, clima raccolto, forse capretto, forse coniglio alla cacciatora, forse cinghiale o forse solo insalatina — o forse no, perché in queste fasi anche il menù è un’indiscrezione. Qui si dovrebbe costruire l’alternativa con l'ex sindaco Stefano Sertoli, quello che aveva detto con i Fratelli d'italia "col cazzo". Parola d'ordine: non ci siamo mai visti. Più che una tavola rotonda, un tavolo quadrato con gli sguardi di ognuno sul proprio lato.

Al rientro si gioca a “celo, celo, manca”, ma con le autocandidature. Così. Tanto per o, se si preferisce, un tanto al chilo.

Terzo atto: Facebook. Il luogo della sintesi politica moderna. C’è chi si autocandida, chi si autodifende, chi si auto-legittima. Un sistema autosufficiente, quasi ecologico: produce tutto da sé, soprattutto polemiche.

Il là, manco a dirlo, lo dà il segretario del partito di maggioranza "relativa" Fabrizio Lotito che essendo maggioranza no poteva certo farsi mettere in disparte. Prende Gino Paoli e lo porta direttamente dentro il dibattito.

“Eravamo quattro amici al bar…”, scrive... Che poi come abbiamo detto era un ristorante ed erano in 5. E già qui il sospetto è che qualcuno si riconosca più nel “5” che negli “amici”. Poi affonda: autocandidature a raffica, appelli all’unità come se piovesse, programmi evocati più che costruiti. Il tutto — sostiene — senza passare dai luoghi dove, teoricamente, la politica dovrebbe farsi davvero: i partiti, cioè da lui.

Insomma, un centrodestra che si parla addosso, si nomina da solo e si applaude pure, con il risultato finale di regalare — testuale — “un assist al PD”.

A quel punto entra in scena l'ex consigliere comunale Gabriele Garino presente sia all'incontro "quatto quatto, pizza e birra" e anche a quello dei "cinque". La sua è un’apertura da manuale zen: “io non commento… e taccio”. Che, tradotto dal politichese corrente, significa: adesso commento. E infatti commenta eccome. Non tanto nel merito quanto nel metodo: se vogliamo fare politica seria, dice, magari evitiamo di prenderci a schiaffi sui social tra gente della stessa area. Esistono altri luoghi, altri modi, altri tavoli, si spera tondi e non quadrati. Sottinteso: possibilmente senza capretto, ma con meno Facebook. E poi? Poi coerentemente, tace. Dopo aver detto tutto.

Manco a dirlo il sipario non cala, anzi. Perché a quel punto irrompe il segretario cittadino di "Noi Moderati"  Vincenzo Ceratti fresco fresco di un "acquarello" sul Giornale di Ivrea. Da qui in avanti cambia completamente il registro: dal tono felpato al contrattacco "moderatamente" frontale . Altro che “non commento”. Qui si commenta, si puntualizza e si distribuiscono responsabilità come volantini.

“Caro Lotito”, esordisce. Il tono è quello di chi ha già saltato i convenevoli. Invito numero uno: leggere l’intervista. “Non è nemmeno noiosa”, specifica, come a prevenire il rischio. Invito numero due: smettere di farsi “riportare le cose” o, peggio, “prendere ordini da Torino”. 

Poi il ribaltamento: non è il centrodestra a fare assist al PD, ma — sostiene Ceratti — proprio il partito di Lotito, con tanto di riferimento al 2023 e al segretario provinciale Fabrizio Bertot. E giù con l’affondo: “scendete dal però”. Metà invito politico e metà rimprovero esistenziale.

Ceratti per la verità prova anche a rimettere il discorso sui binari: basta bandierine, basta simboli, la città — dice — vuole candidati condivisi, non imposti. Vuole fatti, non appartenenze. Vuole politica vera con tanto di invito finale a parlarsi al telefono.  Che, scritto sotto un post sui social, suona un po’ come invitare qualcuno a non litigare in piazza… gridandoglielo dal palco.

Morale? Più che “cinque amici al bar”, una riunione di condominio senza amministratore. Alla fine si rimanda alla prossima assemblea. Che, con ogni probabilità, si terrà su Facebook.

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