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02 Aprile 2026 - 22:14
Gabriella Colosso
C’è una nuova emergenza nazionale, più grave della qualificazione ai Mondiali: il dolore comparato dei bambini.
L’assessora Gabriella Colosso di Ivrea, con encomiabile spirito di vigilanza morale, ha infatti scoperto un’ingiustizia rimasta finora invisibile: quando l’Italia perde, qualcuno osa dire che “dispiace per i bambini italiani”.
E qui scatta la domanda che ribalta la storia dello sport, della geopolitica e forse anche della pediatria: perché mai un bambino italiano dovrebbe avere più diritto alla gioia di un bambino bosniaco?
Già. Perché?
A questo punto ci si aspetta una task force ONU, un algoritmo di equa distribuzione delle emozioni, una tabella Excel con coefficienti di tristezza per nazione. Il bambino di Ivrea potrà essere triste fino a 6,5, quello di Sarajevo fino a 6,7, ma solo nei giorni feriali.
Il problema, forse, è che nessuno — proprio nessuno — aveva mai sostenuto che i bambini italiani abbiano “più diritto” alla gioia. È una di quelle cose che esistono solo se qualcuno le inventa per poterle contestare. Una specie di fantasma retorico: lo crei, lo insegui, lo sconfiggi. E ti senti anche abbastanza soddisfatto o soddisfatta.
Quando si dice “dispiace per i bambini italiani”, si compie un gesto antico e piuttosto innocuo: si parla di casa propria. È un riflesso quasi biologico, come preoccuparsi per i propri figli prima di quelli del pianeta, senza che questo implichi un disprezzo universale per l’infanzia altrui.
Ma evidentemente era necessario ricordarci che il dolore calcistico deve essere equamente distribuito tra i popoli, come le emissioni di CO₂ o i seggi al Parlamento europeo.
Resta solo un dubbio: alla prossima eliminazione, per evitare discriminazioni emotive, dovremo dire “dispiace per tutti i bambini del mondo, senza distinzione”? E naturalmente per tutti e tutte (alla maniera Pd), così nessuno si sente escluso e il dolore, finalmente, è inclusivo, certificato e possibilmente anche sostenibile.
C’è poi un ultimo dettaglio, forse il più curioso. Perché una riflessione del genere arriva in un momento che, per quanto possa sembrare sproporzionato, molti vivono come un piccolo dramma nazionale — e per qualcuno anche intimo, domestico, familiare.
Mentre c’è chi mastica amaro davanti alla partita, chi consola un figlio deluso o semplicemente si gode (o subisce) quel rito collettivo che è il calcio, arriva la lezione di filosofia morale dell'assessora "tutti e tutte" sul dolore equamente distribuito tra i popoli.
Una di quelle osservazioni che non sono tanto offensive, quanto perfettamente fuori tempo. Che è una forma di goffaggine all'ennesima potenza: non capisci bene a chi ha parlato, né perché, è sicuro che era completamente "fuori campo".
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