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02 Aprile 2026 - 21:57
Burkina Faso, civili massacrati da esercito e jihadisti: chi protegge ancora la popolazione?
C’è un dettaglio che restituisce meglio di molti discorsi la condizione del Burkina Faso di oggi: in alcune aree del Paese, per sopravvivere non basta evitare i gruppi jihadisti. Bisogna non incontrare nemmeno i soldati, le milizie filogovernative, le operazioni “antiterrorismo” e le rappresaglie. È il quadro che emerge dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch, diffuso il 2 aprile 2026: almeno 1.837 civili sono stati uccisi in 57 episodi documentati tra gennaio 2023 e agosto 2025, in 11 regioni. La ripartizione delle responsabilità è netta: 1.255 morti vengono attribuiti all’esercito e ai Volontaires pour la défense de la patrie (Volontari per la difesa della patria, VDP), mentre 582 al Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (JNIM), legato ad Al Qaeda. Tra le vittime ci sono almeno 193 bambini uccisi da forze statali e milizie alleate e almeno 15 bambini uccisi dal JNIM.
Il rapporto non si limita a registrare le violenze. Human Rights Watch sostiene che gli abusi commessi da entrambe le parti possano configurare crimini di guerra e, in alcuni casi, crimini contro l’umanità. L’organizzazione chiede indagini sulla possibile responsabilità di comando del capo della giunta, il capitano Ibrahim Traoré, di altri sei alti funzionari civili e militari e di dirigenti del JNIM. Tra i nomi citati figurano Kassoum Coulibaly, ex ministro della Difesa e oggi ambasciatore a Washington, l’attuale ministro della Difesa Célestin Simporé e il capo di stato maggiore Moussa Diallo. Il punto è giuridicamente preciso: se i vertici sapevano, o avrebbero dovuto sapere, e non hanno impedito né punito gli abusi, la responsabilità non riguarda solo chi ha materialmente commesso i crimini.
Per comprendere la portata delle accuse bisogna tornare al 2016, quando nel Paese è iniziata l’insurrezione jihadista legata all’espansione nel Sahel di gruppi affiliati ad Al Qaeda e allo Stato Islamico, penetrati dal Mali. Negli anni, l’insicurezza si è estesa a vaste aree e la risposta delle autorità si è progressivamente militarizzata, anche con il crescente impiego dei VDP, civili armati con funzioni ausiliarie. Dopo il colpo di Stato dell’ottobre 2022, che ha portato al potere Ibrahim Traoré, la giunta ha lanciato una campagna di reclutamento di 50.000 volontari. Secondo Human Rights Watch, questo modello ha ampliato il rischio di abusi, soprattutto contro comunità sospettate di vicinanza ai gruppi islamisti, in particolare i Fulani.
I numeri del rapporto si inseriscono in un conflitto molto più ampio. Human Rights Watch, citando i dati di ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), ha stimato che oltre 26.000 persone siano state uccise dal 2016 all’autunno 2024, circa 15.500 dopo il golpe del settembre 2022. I 1.837 civili documentati rappresentano quindi solo una parte del totale reale. Molte violenze avvengono in zone isolate, difficili da raggiungere per giornalisti e osservatori indipendenti. La ricercatrice Ilaria Allegrozzi ha parlato di una probabile “grave sottostima”.
Dietro le cifre ci sono episodi precisi. Il 25 febbraio 2024, secondo Human Rights Watch, almeno 223 civili, tra cui almeno 56 bambini, sono stati uccisi dall’esercito in due villaggi della provincia di Yatenga, nel nord del Paese. L’organizzazione ha riferito anche di fosse comuni individuate tramite immagini satellitari. Il caso è indicativo di una pratica più diffusa, non di un’eccezione.

Nel 2025 la dinamica delle rappresaglie è emersa con ancora più chiarezza. Il 14 marzo, nell’area di Solenzo, milizie filogovernative sono state indicate come responsabili dell’uccisione di decine di civili. Il 12 maggio, durante l’operazione “Green Whirlwind 2”, l’esercito avrebbe diretto e partecipato al massacro di oltre 130 civili fulani. In risposta, il JNIM ha colpito villaggi nella provincia di Sourou, causando almeno 100 morti civili. È una spirale che schiaccia la popolazione tra accuse contrapposte: collaborazione con i jihadisti da una parte, con lo Stato dall’altra.
Le testimonianze raccolte nella regione di Sourou parlano di uomini rastrellati casa per casa, separati dalle donne e uccisi. In altri casi, intere comunità sono fuggite senza sapere da chi difendersi. Nel rapporto annuale “World Report 2026”, Human Rights Watch ha documentato che tra il 1° e il 5 aprile 2025 il JNIM ha attaccato quattro villaggi, uccidendo almeno 100 uomini civili. Allo stesso tempo, esercito e VDP sono accusati di esecuzioni sommarie e campagne punitive, spesso su base etnica, in un contesto in cui l’appartenenza ai Fulani viene associata senza prove individuali ai gruppi armati.
La giunta di Ibrahim Traoré ha consolidato il proprio potere promettendo sicurezza e controllo del territorio. Il bilancio resta negativo. Dopo il golpe del settembre 2022, le autorità avevano indicato il luglio 2024 come termine della transizione. Una nuova carta ha poi esteso la scadenza al luglio 2029, permettendo a Traoré di restare al vertice dello Stato. Nel luglio 2025 è stata sciolta anche la Commissione elettorale indipendente, trasferendo le competenze al ministero dell’Interno. Mentre la guerra si intensifica, gli strumenti di controllo democratico si riducono.
Parallelamente si è ristretto lo spazio civico. Secondo Human Rights Watch, dal 2022 la giunta ha represso media, opposizione e dissenso. Il 2 aprile 2025 l’organizzazione ha denunciato una repressione sistematica contro giornalisti e attivisti, segnalando che tra i ricercati per terrorismo figuravano anche critici del regime in esilio. In queste condizioni, documentare le violenze diventa più difficile e molte restano senza immagini, senza testimoni e senza procedimenti giudiziari.
La crisi è anche umanitaria. Secondo l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), al 30 giugno 2025 il Burkina Faso contava oltre 2,06 milioni di sfollati interni e più di 41.000 rifugiati e richiedenti asilo. Il totale supera i 2,1 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case. Il conflitto ha inoltre portato alla chiusura di oltre 6.100 scuole dal 2021. In un Paese già segnato da povertà diffusa e assedi a città e villaggi, la protezione dei civili è una questione centrale per la sopravvivenza stessa dello Stato.
Il Burkina Faso è uno degli epicentri della crisi del Sahel, insieme a Mali e Niger, tutti governati da regimi militari. L’allontanamento dai partner occidentali e dalle organizzazioni regionali non ha prodotto miglioramenti sul terreno. In molte aree il controllo statale resta fragile e discontinuo. Quando la presenza dello Stato diventa, per i civili, un ulteriore rischio invece che una protezione, il costo politico e sociale cresce.
Il punto sollevato da Human Rights Watch riguarda la struttura della violenza. I civili non sono più solo vittime indirette: diventano bersaglio. Per il JNIM, punire i villaggi sospettati di collaborare con l’esercito serve a controllare il territorio. Per le forze governative e i VDP, colpire comunità ritenute vicine agli insorti diventa una risposta brutale alla difficoltà di distinguere tra combattenti e popolazione. Il risultato è un Paese in cui la protezione dei civili perde significato.
Senza un’indagine indipendente e credibile che risalga la catena di comando, il rischio è che i massacri continuino. Se le accuse contro Ibrahim Traoré, i vertici militari e i dirigenti del JNIM resteranno senza conseguenze, il messaggio sarà chiaro: si può uccidere e restare al potere. Se invece si aprirà uno spazio per accertare le responsabilità, il rapporto di Human Rights Watch potrebbe diventare il primo passo verso una resa dei conti giudiziaria in un conflitto che da anni si consuma lontano dai riflettori.
Fonti: Human Rights Watch; ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project); UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).
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