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02 Aprile 2026 - 21:53
Sarajevo, gli italiani che pagavano per sparare sui civili. L’inchiesta sui “safari dei cecchini” riapre il caso
C’è una strada a Sarajevo che non ha bisogno di spiegazioni. Oggi è una delle arterie più trafficate della città. Durante l’assedio è stata il “viale dei cecchini”: attraversarla significava esporsi a un colpo improvviso, spesso mortale. Non serviva essere soldati. Bastava uscire di casa per comprare il pane, cercare acqua, accompagnare un bambino, andare in ospedale. In quella normalità interrotta riemerge oggi una delle ipotesi più inquietanti della guerra in Bosnia-Erzegovina: cittadini stranieri, anche italiani, avrebbero pagato per sparare contro civili assediati.
La vicenda è tornata all’attenzione il 2 aprile 2026 con un servizio di RaiNews, che ha rilanciato un dato già circolato nei mesi scorsi. Secondo lo scrittore Ezio Gavazzeni, gli italiani coinvolti sarebbero stati “almeno 230”. Si tratta di una stima basata su testimonianze e materiali raccolti in anni di lavoro, non di un dato accertato in sede giudiziaria. La Procura di Milano ha iscritto tre persone nel registro degli indagati. L’inchiesta è aperta e richiede verifiche puntuali. Il punto, oggi, è distinguere tra ciò che è stato provato e ciò che resta da dimostrare.
Per capire la portata delle accuse bisogna tornare all’assedio di Sarajevo, iniziato il 5 aprile 1992 e concluso il 29 febbraio 1996. La città è rimasta intrappolata per quasi quattro anni, il più lungo assedio di una capitale europea in epoca contemporanea. Le forze serbo-bosniache hanno circondato l’area urbana dalle colline, tagliando rifornimenti, elettricità e acqua. Ogni giorno cadevano centinaia di colpi di artiglieria. Secondo Encyclopaedia Britannica, la media superava i 300 colpi quotidiani. Scuole, ospedali e abitazioni sono stati colpiti senza distinzione.

Il Meccanismo Residuale Internazionale per i Tribunali Penali delle Nazioni Unite, che ha raccolto l’eredità del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), ha definito l’assedio uno dei casi centrali dei crimini di guerra nei Balcani. Sono stati condannati Stanislav Galić, Dragomir Milošević, Radovan Karadžić e Ratko Mladić. Le sentenze hanno accertato una campagna sistematica contro i civili, fatta di bombardamenti e fuoco di precisione. Nella decisione contro Dragomir Milošević, comandante del Sarajevo-Romanija Corps, si legge che in città “non c’era un luogo sicuro”: si poteva essere colpiti ovunque e in qualsiasi momento.
Il cosiddetto “viale dei cecchini” non era una formula giornalistica. Indica un asse stradale dove il rischio era costante. I tiratori erano appostati su edifici e alture. L’obiettivo non era soltanto uccidere, ma impedire la vita quotidiana. Attraversare la strada, aspettare un tram, fare la fila diventavano azioni pericolose. L’assedio ha causato oltre 11 mila morti. Tra questi, secondo dati consolidati nella memoria pubblica bosniaca, 1.601 bambini.
Su questo sfondo si inserisce l’ipotesi dei cosiddetti “safari di Sarajevo”: viaggi organizzati per portare stranieri nelle postazioni serbo-bosniache e consentire loro di sparare contro civili. L’espressione è emersa con il documentario “Sarajevo Safari” del regista Miran Zupanič, presentato nel 2022. Il film raccoglie testimonianze su presunti tiratori stranieri accompagnati alle postazioni. Secondo Reuters, alcune fonti parlano di “tiratori turisti”. Lo stesso Zupanič ha richiamato una deposizione resa all’Aia dall’ex marine statunitense John Jordan, che nel 2007 ha riferito di aver visto persone non locali frequentare le posizioni di tiro. È un elemento che alimenta l’ipotesi, ma non basta da solo a dimostrare responsabilità penali.
Tra i testimoni figura anche Edin Subašić, ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca, che da anni sostiene l’esistenza di queste pratiche. Le sue dichiarazioni hanno contribuito a riaprire il caso. Da qui sono partiti esposti, verifiche e nuove indagini.
In Italia, il numero indicato da Gavazzeni ha colpito l’opinione pubblica. Al momento, però, resta una stima. Anche il quotidiano El País ha sottolineato che si tratta di una cifra basata su fonti testimoniali. Le indagini della Procura di Milano hanno comunque prodotto i primi sviluppi. Oltre agli indagati, sono state disposte perquisizioni e audizioni. Alcune ricostruzioni giornalistiche indicano collegamenti con il Nord-Est e con aree vicine al confine con l’ex Jugoslavia. Un servizio della Tgr ha raccolto la testimonianza di un cacciatore piemontese che ha ammesso di essere stato in Bosnia-Erzegovina con formazioni serbo-bosniache, negando però di aver sparato contro civili.
Il nodo resta questo: esistono elementi che indicano la presenza di stranieri nelle postazioni e la possibilità che abbiano pagato per accedervi. Ma ogni responsabilità individuale richiede prove precise. A distanza di oltre trent’anni, il tempo ha reso più difficile ricostruire fatti, movimenti e catene di comando.
L’indagine non riguarda solo l’Italia. Dopo il documentario del 2022, l’allora sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, ha presentato una denuncia contro ignoti e contro eventuali complici locali. La Procura della Bosnia-Erzegovina ha aperto un fascicolo. Il caso è entrato così nel circuito giudiziario su entrambe le sponde dell’Adriatico.
Le prospettive restano incerte. El País ha parlato di un procedimento dal destino incerto, per la difficoltà di raccogliere prove a distanza di anni. È possibile che alcune responsabilità emergano. È altrettanto possibile che una parte dei fatti resti affidata a testimonianze e ricostruzioni giornalistiche. Questo, però, non riduce il peso storico della vicenda.
Se confermata, l’ipotesi dei “safari” aggiungerebbe un elemento ulteriore a una campagna già riconosciuta come criminale dai tribunali internazionali. Durante l’assedio, i cecchini sono stati uno strumento di terrore contro i civili. L’idea che qualcuno abbia pagato per partecipare a quel meccanismo cambia il quadro: non più soltanto spettatori o testimoni, ma partecipanti.
Per l’Italia la questione è particolarmente delicata. Negli anni Novanta il confine orientale era una linea diretta verso la guerra jugoslava. Traffici, volontari e reti informali attraversavano quell’area. Se una parte delle accuse trovasse conferma, il problema non riguarderebbe solo singoli individui, ma anche i contesti che hanno reso possibili quei viaggi.
A Sarajevo, intanto, la memoria resta visibile. Le “rose di Sarajevo”, i segni lasciati dalle esplosioni sull’asfalto riempiti di resina rossa, ricordano i luoghi delle stragi. I nomi dei bambini uccisi sono parte della memoria pubblica. Le indagini potranno chiarire aspetti rimasti oscuri. Ma il fatto principale è già accertato: una città è stata colpita sistematicamente e i civili sono diventati bersagli.
Fonti: RaiNews, Encyclopaedia Britannica, Meccanismo Residuale Internazionale per i Tribunali Penali delle Nazioni Unite, Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), Reuters, El País, Tgr, documentario “Sarajevo Safari” di Miran Zupanič.
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