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02 Aprile 2026 - 15:52
Case popolari vuote: il silenzio "vergognoso" di ATC blocca Ivrea
Sei mesi senza una risposta. Sei mesi di silenzi. Sei mesi di "Boh". È da ottobre che il Comune di Ivrea aspetta da ATC (Agenzia territoriale per la casa) l’autorizzazione ad avviare un bando di autorecupero. Una pratica che, sulla carta, potrebbe rimettere in circolo una quindicina di alloggi, vuoti e inoccupati. “Ad una riunione mi han detto che tanti comuni stan chiedendo la stessa cosa…”, scuote la testa la vicesindaca Patrizia Dal Santo. E già. Non la soluzione definitiva, certo. Ma sarebbe un segnale, un inizio. Invece nulla. Silenzio. Un silenzio "vergognoso". E nel frattempo? Nel frattempo le case restano vuote e i cittadini in coda per una casa popolare che non arriva mai.
Il punto è tutto qui: gli alloggi a Ivrea ci sono. Non pochi. Una quarantina oggi quelli liberi e non assegnati. Dodici nel quartiere Bellavista, tre a San Giovanni, quattro nella zona di via Saudino. E poi il blocco più consistente: ventidue in centro città, tra via Guarnotta, piazza della Credenza, via Marsala e via IV Martiri. Numeri che, letti così, sembrano quelli di una grande città e invece siamo a Ivrea. Una piccola realtà di provincia, dove quaranta case vuote fanno rumore. Eccome se lo fanno.
Soprattutto se messi accanto ai numeri complessivi del patrimonio: 356 alloggi di proprietà ATC, 142 del Comune, più altri 5 comunali gestiti direttamente attraverso il progetto Tenda e il progetto SAI migranti. Un sistema ampio, articolato, che dovrebbe essere in grado di dare risposte. E invece si inceppa sempre nello stesso punto.
Il copione è ormai noto. Un appartamento si libera, l’inquilino riconsegna le chiavi, e quell’alloggio diventa “di risulta”. Torna nelle mani di ATC. A quel punto partono i controlli: sopralluoghi, verifiche sugli impianti, valutazioni tecniche. Tutto regolare. Tutto previsto. Il problema è quello che succede dopo. O meglio, quello che non succede.
“Riesce ad arrivare fino al sopralluogo e poi non va avanti. Piccoli lavoretti quasi in tutti”, spiega Dal Santo. Piccoli lavori, appunto. Non grandi ristrutturazioni, non interventi impossibili. Manutenzioni ordinarie, sistemazioni minime per rendere gli alloggi nuovamente abitabili. Eppure restano lì, sospesi.
La spiegazione ufficiale è sempre la stessa: mancano le risorse. ATC sostiene di non avere i fondi necessari per intervenire. Fondi che, secondo quanto previsto, dovrebbero arrivare dallo Stato. Ma che, nei fatti, non arrivano. E così l’ente si trova a gestire un patrimonio enorme in un contesto già complicato, segnato anche da livelli di morosità che incidono sulle entrate.
Ma qui si apre il punto politico. Perché il rischio è di trasformare una difficoltà reale in un alibi permanente. Il sistema, così com’è, si autoalimenta in negativo: gli alloggi non vengono sistemati, quindi non vengono assegnati; non vengono assegnati, quindi non generano affitti; senza affitti non ci sono risorse per sistemarli. Dulcis in fundo... “Se non aggiusti fomenti la morosità. E quindi ulteriormente non ottengono risorse dalla gestione ordinaria con gli affitti”, osserva Dal Santo. Un circolo vizioso perfetto. E paralizzante.
Nel frattempo, però, il tempo passa. E le case restano chiuse. Formalmente rientrano nella disponibilità del Comune, che può utilizzarle per l’emergenza abitativa. Ma senza interventi restano inutilizzabili. Di fatto, ferme. Due alloggi sono stati sottratti a questo meccanismo e destinati al progetto Tenda, con ristrutturazioni gestite direttamente dall’amministrazione. Una scelta che dice molto: quando si interviene, le soluzioni si trovano. Quando si decide di intervenire.
E qui torna il nodo dell’autorecupero. La proposta del Comune è semplice: coinvolgere gli assegnatari nei lavori, abbattere i costi, rimettere in circolo almeno una parte degli alloggi. Una quindicina, si stima. Non tutti, certo. E non per tutti: chi è ai primi posti della graduatoria spesso non ha le risorse per affrontare neanche interventi minimi. Ma è comunque una strada concreta. Percorribile. Immediata.
Il Comune la richiesta l’ha fatta. Ottobre scorso. Da allora, nessuna risposta da ATC. Perché? Perché bloccare uno strumento che potrebbe alleggerire, anche solo in parte, la pressione abitativa? Perché non autorizzare una sperimentazione che non richiede investimenti diretti dell’ente? È una scelta tecnica? È una valutazione politica? O è semplicemente l’ennesimo ingranaggio che non gira? O peggio: che non si vuole far girare?
Nel frattempo si cercano altre strade. Sul tavolo anche ipotesi di partenariato pubblico-privato, con interventi di efficientamento energetico: per esempio concedere i tetti per il fotovoltaico in cambio della riqualificazione degli edifici. Tentativi, ancora una volta, di aggirare il problema delle risorse e rimettere in moto un sistema fermo. Ma che rischiano di restare, anche questi, sulla carta.
E arrivati qui, ecco la chicca. Con quaranta alloggi popolari vuoti, il Comune ha dovuto comprare una casa. Ha dovuto comprare una casa? Proprio così! In via Dora Baltea 13 un appartamento da circa 100 metri quadrati per 85 mila euro. Pavimenti in gres e legno, serramenti in legno, impianto elettrico da revisionare, riscaldamento centralizzato a metano, più un garage di 23 metri quadrati costruito nel 1993. Un immobile inserito in un edificio ante ’54, datato ma funzionale.
Un alloggio disponibile subito per adempiere ai requisiti di un bando della Fondazione Compagnia di San Paolo, a cui il Comune ha candidato il progetto RESTO!, destinato a giovani tra i 18 e i 30 anni, studenti o lavoratori in cerca di autonomia. Interventi leggeri, già previsti: nuovo bagno, ampliamento della zona giorno, sistemazioni interne, coperti dal progetto stesso.
Ed è qui che la contraddizione diventa evidente. Da una parte decine di alloggi popolari vuoti perché mancano piccoli lavori. Dall’altra un Comune che deve spendere per comprarne uno nuovo, perché quelli che già esistono non sono utilizzabili. Non per mancanza di case, ma per mancanza di interventi. O di decisioni.
E allora la questione non è più solo tecnica. Diventa politica. Di responsabilità. Le pratiche restano ferme, le autorizzazioni non arrivano, le risposte si perdono nei rimpalli, le graduatorie continuano a crescere e i cittadini restano in coda. Ad aspettare una casa che, almeno sulla carta, esiste già. Ma che qualcuno, di fatto, continua a tenere chiusa.

C’è un talento tutto pubblico, tutto nostro, che meriterebbe una scuola, un albo, forse anche un riconoscimento ufficiale: l’arte di non fare. Non il non fare dichiarato, che almeno ha una sua onestà brutale. No, il non fare elegante, amministrativo, protocollato. Quello che passa attraverso le “valutazioni”, i “passaggi tecnici”, le “autorizzazioni in corso”. Quello che non dice mai no, ma nel frattempo non fa nulla.
ATC, in questo, è una piccola eccellenza.
Perché non si tratta di mancanza di risorse — che pure c’è, sia chiaro — ma di qualcosa di più raffinato: la capacità di trasformare ogni problema in una pratica eterna. Non risolta, non respinta, semplicemente lasciata lì, a galleggiare. Come se il tempo fosse neutro. Come se non avesse conseguenze.
E invece il tempo, banalmente, produce effetti. Le case si degradano, le persone si incazzano, le liste si allungano. Ma dentro gli uffici tutto resta composto, ordinato, giustificato. C’è sempre una ragione per non decidere. E soprattutto: non è mai colpa di nessuno.
È il trionfo della deresponsabilizzazione. Il capolavoro della macchina pubblica: un sistema in cui tutto è di qualcuno, ma niente è davvero responsabilità di qualcuno.
E così si arriva al punto più grottesco: le case pubbliche diventano inutilizzabili non perché non esistano, ma perché nessuno riesce — o vuole — fare quel passo in più. Quello banale. Quello decisivo. Firmare, autorizzare, procedere.
Troppo rischioso.
Perché decidere espone. Non decidere protegge. È la regola non scritta della burocrazia contemporanea: meglio lasciare fermo tutto che prendersi la responsabilità di far partire qualcosa.
E nel frattempo si costruisce un linguaggio perfetto per coprire il vuoto. Mancano le risorse. Serve un passaggio. Stiamo valutando. È tutto vero, probabilmente. Ma è anche tutto terribilmente insufficiente.
Perché il punto non è più se il sistema abbia o meno i soldi. Il punto è se abbia ancora una funzione.
A cosa serve un ente che gestisce case che non riesce a rimettere in circolo? A cosa serve una struttura che certifica problemi senza risolverli? A cosa serve, in definitiva, ATC?
La risposta, per ora, è semplice: serve a esistere. E a giustificare la propria esistenza.
Il resto — le persone, le attese, le case vuote — è rumore di fondo. Un fastidio inevitabile. Un effetto collaterale.
Finché qualcuno non decide che no, non è più accettabile. Che il non fare non è più una strategia, ma una colpa.
Ma per arrivare lì serve una cosa che oggi manca più dei fondi: il coraggio di decidere. Anche male, se serve. Ma decidere.
Perché tra un errore e l’immobilismo, almeno l’errore ha il pregio di muovere qualcosa. L’immobilismo, invece, lascia tutto com’è.
E a quanto pare, va benissimo così.
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