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01 Aprile 2026 - 22:04
A Settimo è arrivato il grande giorno. Lo ha annunciato la sindaca Elena Piastra: i vigili hanno un ufficio nuovo
Un’armeria in cartongesso e le prime infiltrazioni d’acqua. È il racconto che circola, sottovoce ma neanche troppo, tra alcuni dipendenti e tra alcuni agenti della polizia locale. Voci, certo. Solo voci. E infatti la domanda resta sospesa, elegante come una crepa appena comparsa sul soffitto: sarà solo gossip? Chissà.
Sui social di questo non si parla. L'ultimo post è del 9 marzo, quando la sindaca Elena Piastra annunciava, con orgoglio, l’apertura del nuovo comando in via Schiapparelli. E a leggerla oggi sembra quasi una cartolina spedita da un altro mondo, uno di quelli dove le cose funzionano tutte, dove i cantieri finiscono bene e dove perfino la burocrazia, se le parli con gentilezza, ti sorride e si sposta.
“Una nuova casa”, scriveva. E già qui bisognerebbe fermarsi un attimo. Perché la parola casa è una parola impegnativa. Non è un edificio, non è un contenitore, non è un ex supermercato riqualificato. È un luogo che protegge, che regge, che non si scioglie alla prima pioggia. È un posto dove non devi chiederti se il muro tiene ...
E invece, a sentire qualcuno, questa casa avrebbe già qualche problema di umidità. Piccole cose, si dirà. Infiltrazioni. Succede. Anche nelle migliori famiglie. Solo che qui non parliamo di una famiglia, ma di un comando di polizia locale. Che non è esattamente il luogo dove ti aspetti soluzioni provvisorie, materiali leggeri, dettagli che fanno alzare un sopracciglio.
E poi c’è quell’immagine, difficile da ignorare: un’armeria in cartongesso. Che suona un po’ come una cassaforte fatta di cartapesta, peraltro in una città già provata (in epoche passate) dal furto di armi e munizioni.
Magari sarà tutto a norma, magari sarà tutto certificato dal progettista, magari dietro c’è una spiegazione tecnica impeccabile. Ma resta quella sensazione, fastidiosa, che qualcosa non torni fino in fondo.
E dire che la storia, raccontata dalla sindaca, era perfetta. C’era tutto: l’idea iniziale di Massimo Pace, che “sembrava quasi impossibile”, gli anni di lavoro, i finanziamenti spostati, il supermercato abbattuto, l’area recuperata. Una di quelle narrazioni che piacciono tanto alle sue "truppe cammellate": la trasformazione, la rigenerazione, il prima e il dopo. Il degrado che diventa opportunità, il vuoto che diventa progetto, il passato che si lascia alle spalle con una ruspa e una delibera.
E infatti anche noi, lo stesso giorno, avevamo raccontato la cosa. Con il tono che si usa quando si osservano certe inaugurazioni: un misto di ironia e affetto, come quando un parente ti mostra orgoglioso la cucina nuova e tu annuisci, anche se il tavolo è un po’ storto.
Perché la verità è che non si trattava esattamente di una rivoluzione epocale. Non era la caduta di un governo, non era una guerra, non era una pandemia. Era un trasloco. Un trasloco importante, certo. Un investimento pubblico, anche significativo. Ma sempre un trasloco. Da una sede a un’altra. Con la differenza che la sede vecchia, per quanto meno scintillante, esisteva già. I vigili non lavoravano sotto un gazebo, non facevano briefing in mezzo alla strada, non timbravano il cartellino su una panchina.
Avevano già tutto: scrivanie, uffici, abitudini, perfino la macchinetta del caffè. Avevano un luogo. Non perfetto, magari. Non moderno, sicuramente. Ma funzionante. Che, nel mondo reale, è spesso la qualità più sottovalutata.
Poi arriva il nuovo. E il nuovo, per definizione, è meglio. Più bello, più sostenibile, più fotografabile. Più adatto a un post e ai post della sindaca. Più coerente con una narrazione. E infatti il racconto è stato quello: un successo, un risultato, un traguardo.
Solo che tra il racconto e la realtà, a volte, si infiltra qualcosa. Letteralmente.
E allora la domanda diventa inevitabile, anche se scomoda: quanto pesa l’immagine rispetto alla sostanza? Quanto conta poter dire “abbiamo fatto” rispetto al verificare come è stato fatto? E soprattutto: quanto tempo deve passare prima che una crepa smetta di essere un dettaglio e diventi un problema?
Perché qui non si tratta di demolire un progetto. Sarebbe troppo facile, e anche ingeneroso. Dietro quella struttura ci sono i soldi del Pnrr che avrebbero dovuto essere spesi bene e non buttati nel cesso. Ci sono decisioni e responsabilità. C’è anche, probabilmente, buona fede. Ma proprio per questo, forse, sarebbe il caso di guardare le cose per come sono, senza il filtro dell’entusiasmo "piastriano".
La verità è che i nastri si tagliano, i discorsi si fanno, le foto si scattano. Nessuno inaugura mai una cosa dicendo: “Vediamo se regge”. Si inaugura sempre con la certezza che reggerà.
Poi però arriva la pioggia. E la pioggia, si sa, è meno impressionabile dei comunicati stampa.
E allora resta quell’immagine doppia, quasi cinematografica. Da una parte la narrazione: la rigenerazione urbana, il progetto riuscito, la nuova casa. Dall’altra le voci: il cartongesso, l’acqua, i dubbi. In mezzo, come sempre, la realtà. Che non ha fretta di schierarsi, ma prima o poi si fa vedere.
E quando lo fa, di solito, non scrive post. Scrive sulle pareti.
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