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Il Canavesano imbruttito

Referendum giustizia: tra propaganda, ignoranza e illusioni di vittoria

Dopo il trionfo del “No”, tra celebrazioni politiche e contraddizioni evidenti, emerge un’Italia divisa, disinformata e sempre più distante dai veri problemi del Paese

Referendum giustizia: tra propaganda, ignoranza e illusioni di vittoria

Elly Schlein

Ormai un po’ di giorni sono passati dall’esito del Referendum sulla giustizia, quello che proponeva la modifica della Costituzione per separare le funzioni giudicanti da quelle requirenti e prevedeva l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura; il referendum che ha riportato alle urne una percentuale di italiani superiore al 50%, per la precisione il 58,9%, facendo gridare alla vittoria della democrazia giornalisti, politici e imbonitori vari che si erano schierati per il No; il referendum che ha mostrato come a poco meno della metà degli italiani aventi diritto di voto ormai non freghi più nulla di questa “democrazia” e di questa “giustizia”; il referendum, però, che ridato vita alle “barricate” di “destra” e di “sinistra”; il referendum che ha fatto dichiarare alla leader del Partito democratico, Elly Schlein: “Ora siamo pronti a governare, il No al referendum è una vittoria popolare da trasformare in maggioranza politica”.

Insomma, valeva la pena aspettare, diversamente non avremmo potuto sentire il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, negli ultimi due mesi impegnato a ripetere che la riforma della magistratura serviva a riaffermare il primato della politica e dopo lo scrutinio delle schede referendarie, affermare che “Il risultato del Referendum non ha significato politico”. Non avremmo potuto vedere e sentire la mamma Giorgia in versione cane bastonato, lei che aveva appena concesso agli italiani, per soli 20 giorni, uno sconto di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio, lei a cui è toccato dire a denti stretti, bontà sua: “Il popolo è sovrano, accetto il risultato del Referendum”. 

Di Tajani scarsissime notizie, immaginiamo che in qualità di Ministro degli Esteri, sarà stato impegnatissimo a trovare “sagge parole” di giustificazione alla politica stragista di Israele e Stati Uniti, però, senza mai dimenticarsi della nostra costosissima amica Ucraina, infatti, mentre scrivo, insieme agli altri Ministri degli Esteri dell’Unione Europea e all’immancabile Kaja Kallas, il nostro gaffeur della Farnesina si trova a Kiev, in spregio alle milioni di persone che in Italia non riescono nemmeno più a pagare bollette, affitti, mutui e cure mediche, per garantire i nostri continui aiuti miliardari a Zelensky & Co.. Un Tajani che ha incassato la sconfitta referendaria impegnato in ben altre cose, infatti, una volta in Ucraina non ha mancato di recarsi a Bucha per partecipare alla “cerimonia delle candele” in commemorazione della strage di civili addebitata ai militari russi dallo strabismo occidentale, nonostante le prove fornite dal Cremlino, mai prese in considerazione dall’Unione Europea, palesassero come uniche responsabili del massacro le milizie neonaziste del battaglione Azov. 

Di Salvini cosa dire, in completo scuro e camicia verde, il 19 marzo scorso al funerale di Bossi, accolto dalla contestazione della base militante, crediamo avesse capito in anticipo quale sarebbe stato l’esito del quesito referendario, ma lo vogliamo immaginare comunque felice, a giocare con le macchinine e magari anche col trenino sul plastico del Ponte sullo Stretto di Messina.  

Lasciare passare qualche giorno, non mischiarsi al fiume di parole ridondanti e spesso insulse quanto insignificanti, talvolta è utile, fa capire molte cose di questa Italia. 

Abbiamo visto Conte, Schlein, Fratoianni, Bonelli, Gualtieri e chi più ne ha più ne metta, scendere in piazza a festeggiare come se avessero vinto le elezioni, a Milano, Padova, Firenze, Torino, Napoli, Roma e in molti altri centri minori ci sono state manifestazioni, comizi, sfilate e fuochi d’artificio, la gente ha ballato, cantato “Bella Ciao” e si è anche tuffata nel repertorio musicale di Rino Gaetano e Vasco Rossi. Era appena stato sventato un pericoloso “attentato alla Costituzione”, mica cosa da poco, “legittimo”, quindi, che un po’ tutti, soprattutto quelli appartenenti al sinistrato popolo di “sinistra”, cantando, ballando e rigorosamente a pugno chiuso, si siano sentiti anche un po’ “eroi”. 

Analizzando le cose con imparzialità, al di là del fatto che tanti racconteranno ai nipoti di come in quel marzo del 2026 salvarono l’Italia dal ritorno del fascismo, diciamo che molti di quelli che hanno votato No al quesito referendario sulla giustizia non voterebbero mai per Conte, per la Schlein, per Fratoianni, né tantomeno per Renzi o Bonelli e diciamo anche che, se è vero come in parte è certamente vero, che i magistrati sono politicizzati, la vittoria del Si avrebbe molto probabilmente peggiorato la nostra già malconcia Giustizia.

Comunque, la vittoria del No ha partorito le dimissioni del Ministro del Turismo, Daniela Santanchè, del Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, Andrea Delmastro e di Giusi Bartolozzi, Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Non solo, l’esito del Referendum ha anche fornito l’occasione per uscire dal letargo a Matteo Renzi, che dopo essersi nascosto per tutta la campagna referendaria, rispuntato dal nulla, atteggiandosi a vincitore morale di non si sa che cosa, ha subito chiesto le dimissioni di Giorgia Meloni. Ancor più è servito per continuare ad osservare lo strano “caso Calenda”, politicamente indescrivibile, difficilmente decifrabile, probabilmente padrone di molteplici personalità, certamente espressione massima del nulla che, partito alla volta dell’Ucraina già in data 22 febbraio, a passeggio in Piazza Maidan per ricordare il quarto anniversario dell’invasione russa, è anche riuscito a farsi fotografare sorridente abbracciato al Sindaco di Kiev, Vitalij Klicko, ex pugile, rivelato al mondo dai “file Epstein” come trafficante internazionale di prostitute, anche minorenni e gestore di bordelli a Kiev. Carlo Calenda, che tornato a casina si è speso per il Si e alla vittoria del No, forse, conscio di essere stato un protagonista di spicco per la sconfitta, ha dichiarato: “Davo per scontata la vittoria del No…”

Il tempo è signore indiscusso, permette di capire ciò che la propaganda occulta, in questo caso ha permesso di capire che in molti, troppi, non ci avevano capito niente prima e ci hanno capito ancor meno dopo. 

Il venerdì precedente l’appuntamento referendario, sul tardi, mi ero trovato al tavolo di una pizzeria con amici e dopo aver parlato di calcio (loro credevano che avremmo fatto un sol boccone dell’Irlanda del Nord e del Galles, poi ci è toccata la Bosnia e sappiamo tutti com’è andata a finire), immancabilmente ci ritrovammo a parlare di referendum e ricordo di aver chiesto, visto che tutti sembravano preparatissimi e tutti erano schierati per il No, se qualcuno sapeva chi erano i “membri laici” dell’Alta Corte e niente, nessuno ne aveva idea, allora, fra una risata  e un ricordo, chiesi se qualcuno sapeva cosa fosse una “riserva di legge” e niente, nessuno lo sapeva, chiesi allora se qualcuno sapeva cosa sarebbe cambiato, vincendo il  Si, nel rapporto fra Pubblico Ministero e Giudice e ancora niente, niente e niente, nessuno sapeva niente, ma tutti erano pronti a tornare a votare, dopo aver saltato politiche, europee e regionali, per salvare la Costituzione. Costituzione offesa, martoriata, sbeffeggiata da tutte le istituzioni, in ultimo addirittura dalla Corte Costituzionale, quando, persino per lavorare, il Governo Draghi con il plauso del Presidente della Repubblica Mattarella, impose l’obbligo vaccinale contro la fantapandemia da “covid 19”. Ma andiamo avanti, è probabile, seppur non credo, che i miei amici di pizza non fossero così informati come, invece, lo erano e lo sono i milioni di italiani che dicono di aver salvato la Costituzione, comunque, una cosa è certa, quella riforma per la quasi totalità della popolazione italiana non avrebbe cambiato nulla. Entrambe le parti l’hanno venduta come l’apocalisse o come la salvezza perché era necessario risvegliare l’opinione pubblica, era necessario riempire le piazze e la verità le piazze le svuota, a riempirle è sempre stata la paura ed a far paura, questa volta, era la modifica della Costituzione in ben sette articoli: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. 

Nel giro di una settimana, poi, è anche stata confermata la mancanza di memoria degli italiani, infatti, non c’è stato social media che non sia stato occupato da sostenitori del Si, tutti più o meno disperati per il risultato referendario, che davano dei vigliacchi a chi non era andato a votare; che attribuivano alla vittoria del No l’ennesima occasione non sfruttata dagli italiani per bandire le “toghe rosse” dai tribunali; che accusavano di comunismo, di appecoronamento e servilismo quelli che col loro No avevano favorito la “sinistra” e via così con qualche insulto più o meno “amichevole”. Allo stesso modo, neanche si fosse trattato di scontro fra tifoserie anziché di un Referendum Costituzionale, i sostenitori del No tutti a far festa, a deridere la Meloni, Nordio e quei “poveretti” fascistelli che avevano creduto, con un semplice Si, di poter spazzare via la Giustizia dall’Italia.

Allora, senza neanche fare un grande sforzo di memoria, chissà che possa servire a mitigare la delusione di chi si sente sconfitto e magari a placare l'euforia di chi crede di aver salvato la Costituzione, vorrei tornare a quella Commissione Bicamerale del 1997 che, presieduta da Massimo D’Alema, non certo un fascista, né uomo di destra, propose per la prima volta la “separazione costituzionale delle carriere tra Giudice e Pubblico Ministero” e poi vorrei andare al 2001, al programma dell’Ulivo guidato da quel Romano Prodi, più di altri responsabile di averci affondati nell’euro, che tra altre cose, più o meno strampalate, proponeva anche la “riforma della giustizia con percorsi di carriera distinti tra Giudici e PM”

Vorrei anche ricordare che nel 2007, se serve a far saltare e ballare chi ha votato No, il secondo Governo Prodi, durato circa 20 mesi e poi crollato su sé stesso, aveva presentato, grazie al suo Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, un “DDL costituzionale per la separazione delle carriere”, poi tradotto nella “separazione delle funzioni”, che negli anni a seguire ridusse il cambio di funzioni fra giudicante e requirente ad un massimo di quattro volte in carriera, rendendo il passaggio tra ruoli molto marginale. La cosa, però, evidentemente non aveva soddisfatto le aspettative della “sinistra” che nel 2019 tornava alla "carica" in occasione del Congresso del Partito democratico. Al cospetto del nuovo Segretario, Nicola Zingaretti, fresco vincitore delle primarie con il 66% delle preferenze, a riprendere la battaglia storica, tanto cara a Massimo D’Alema, furono gli Onorevoli Maurizio Martina, oggi Vice Direttore Generale del F.A.O. e Debora Serracchiani che, non paghi del “DDL Mastella”, divenuto legge  n°111 il 30 luglio 2007, presentarono una mozione per una separazione più stringente delle carriere tra Giudice e PM, a loro dire: “ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Così sino ad arrivare al Governo Letta, quando nel 2022 il Partito democratico arrivò a proporre di “istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate”. 

si e no

Insomma, Si o No, “destra” o “sinistra”, in questa Italia che sta cadendo a pezzi, mi pare che dietro i “nobili” motivi che hanno mosso chi si è battuto per cambiare o per salvare la Costituzione, stiano avanzando, neanche troppo nascosti, tempi duri e spaventosi che, però, sembrano non preoccupare più di tanto chi strepita a “sinistra” o chi urla a “destra”. La politica nostrana è ormai serva dell'Unione Europea e dei diktat statunitensi e risulta unicamente capace di dispensare precarietà, povertà, disoccupazione, insicurezza, aumento indiscriminato del controllo, delle tasse e di tutti i prezzi al consumo.

Servirebbero cose come onestà, trasparenza e rispetto, cose introvabili tanto a "destra" quanto a "sinistra" . Servirebbe, come l'aria, una nuova classe politica, capace di liberare l'Italia dalla doppia soggezione verso gli Stati Uniti d'America e verso l'Unione Europea; una classe politica coraggiosa, non ricattabile, capace di trovare alleanze trasversali, politiche ed economiche, con Paesi da sempre amici come Cina e Russia. Servirebbe questo, ma questo non c'è e così ci si è accontentati di accapigliarsi per un Si o per un No, senza che nessuno si chiedesse un perché, rassegnandoci ad essere un Paese che ama le rivoluzioni, però, solo quelle teoriche, che teme le riforme, ma solo quelle migliorative e che è continuamente terrorizzato dall'arrivo di sempre nuove e improbabili pandemie, progettate nei salotti dorati delle multinazionali del farmaco e nelle stanze del potere politico. Questa è un'Italia dove nessuno si fida più di nessuno e dove il timore prevale su tutto, non me ne vogliano quelli che si sono "stracciate le vesti" per il Si o per il No, ma in questo momento i problemi seri sono davvero altri.

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