Cerca

Attualità

Treni in Piemonte: non sai quando parti, figuriamoci quando arrivi. Quando viaggiare è un incubo!

Settemiladuecento firme per smascherare il collasso del trasporto ferroviario piemontese: treni vecchi e sovraffollati, bagni fuori uso, comunicazione inesistente e stazioni inadeguate chiedono un piano pluriennale e responsabilità politica.

Treni in Piemonte: non sai quando parti, figuriamoci quando arrivi. Quando viaggiare è un incubo!

Treni in Piemonte: non sai quando parti, figuriamoci quando arrivi. Quando viaggiare è un incubo!

C’è voluta una petizione popolare con oltre settemila firme – settemiladuecento, per la precisione – per scoprire che i treni regionali in Piemonte non funzionano come dovrebbero. Una notizia che, a leggere i comunicati ufficiali, sembra quasi sorprendere chi governa, ma che per i pendolari è semplicemente la quotidianità: ritardi, cancellazioni, sovraffollamento e, dettaglio non secondario, servizi igienici fuori uso. Sì, perché nella liturgia del disagio ferroviario capita anche questo: due bagni su due inutilizzabili e il treno che deve fermarsi più a lungo per consentire ai viaggiatori di arrangiarsi in stazione. Modernità, versione regionale.

Il teatro è la seconda Commissione, presieduta da Mauro Fava, dove il primo firmatario della petizione, Claudio Menegon, accompagnato da Fulvio Bellora del Co.M.I.S – il coordinamento dei comitati pendolari piemontesi – ha messo in fila una serie di criticità che non hanno nulla di episodico. Anzi, sono strutturali. E la cosa più interessante è che molte di queste criticità sono così elementari da risultare quasi imbarazzanti: materiale rotabile obsoleto o inadeguato, manutenzione insufficiente, comunicazione inefficace.

Tradotto: treni vecchi, spesso rotti, e quando succede qualcosa nessuno sa bene cosa stia accadendo. E quando qualcosa va storto – cioè spesso – il problema non è solo il ritardo o la cancellazione, ma il vuoto informativo che accompagna il disagio. Annunci tardivi, contraddittori, pannelli che non funzionano, app che raccontano una realtà parallela. Il passeggero, nel dubbio, resta fermo. O peggio, sale sul treno sbagliato.

treni

Il Comis chiede il minimo sindacale: il ripristino degli orari pre-Covid, cancellati durante la pandemia e mai più tornati; un potenziamento dei sistemi informativi, perché oggi tra annunci vocali, app e pannelli elettronici regna il caos; il rispetto delle fasce di garanzia durante gli scioperi, visto che i disagi continuano ben oltre la fine delle proteste; e soprattutto un piano pluriennale serio per il trasporto ferroviario regionale, con interventi concreti su stazioni e infrastrutture.

Non è un caso che venga sottolineata anche l’utilità degli incontri semestrali tra associazioni di pendolari, Trenitalia, Rfi e Agenzia della mobilità piemontese: appuntamenti che esistono, si fanno, ma evidentemente non bastano più.

La verità è che se ogni sei mesi ci si ritrova a dire le stesse cose, forse il problema non è il confronto, ma quello che non succede dopo.

E poi ci sono le stazioni. Già! Le stazioni. Perché se sui treni la situazione è critica, a terra peggiora. Accessibilità carente, sicurezza discutibile, accoglienza ai limiti. E interventi di messa a norma che vengono evocati più che realizzati. Un sistema che, invece di ridurre le disuguaglianze territoriali, le amplifica: tra aree urbane e aree interne, tra chi ha l’auto e chi no, tra chi è in piena autonomia e chi ha fragilità o disabilità. Una faglia sociale che si allarga mentre si discute di mobilità sostenibile.

In Commissione sono intervenuti una lunga serie di consiglieri – Alberto Avetta, Nadia Conticelli, Monica Canalis e Fabio Isnardi per il Pd, Alice Ravinale per Avs, Annalisa Beccaria per Forza Italia, Paola Antonetto per Fratelli d’Italia – a chiedere chiarimenti. Segno che il problema è noto, condiviso, persino trasversale. Ma evidentemente non risolto. E quando una criticità diventa trasversale, spesso significa che è anche diventata cronica.

“Dai comitati pendolari emergono criticità chiare”, dicono Conticelli e Avetta, sottolineando la necessità di un “monitoraggio ad ampio raggio” e di una programmazione concreta. E aggiungono un dato che pesa: "queste criticità sono “continue e diffuse”, non isolate. Sono il risultato di un’esperienza quotidiana, non di episodi sporadici...".

E allora il quadro si allarga: sovraffollamento nelle fasce di punta, con viaggiatori stipati in condizioni che definire precarie è un eufemismo; tempi di percorrenza eccessivi, anche a causa di infrastrutture inadeguate come le tratte a binario unico; gestione delle emergenze – scioperi compresi – che si trascina per ore dopo la fine degli eventi; qualità del servizio che crolla tra climatizzazione non funzionante, prese elettriche inutilizzabili e servizi igienici fuori uso. Un elenco che non ha bisogno di commenti, ma che continua a crescere.

“Il trasporto pubblico deve essere il servizio di qualità migliore, non l’ultima spiaggia di chi non ha alternative”, stigmatizzano. Ed è difficile non vedere, in questa frase, la fotografia esatta della situazione attuale.

Perché oggi il treno non è competitivo: è residuale.

Ancora più diretta Monica Canalis. Va oltre la descrizione e passa al giudizio: “Nei sette anni di Giunta Cirio il servizio è nettamente peggiorato”.

Non un inciampo, ma una tendenza. E l’elenco delle responsabilità si allarga ulteriormente: manutenzione delle linee insufficiente, agibilità delle stazioni inadeguata, sovraffollamento dei convogli, passaggi a livello ancora lì dove dovrebbero essere stati eliminati, intermodalità quasi inesistente con il trasporto su gomma e con le piste ciclabili, raddoppi dei binari che restano sulla carta, sicurezza insufficiente per passeggeri e personale.

E qui cade anche l’ultimo paravento, quello dei cantieri del PNRR. “La destra non può più nascondersi dietro ai cantieri”, dice Canalis. Ed ha ragione. I cantieri, infatti, spiegano i disagi temporanei, ma non giustificano un sistema che da anni arranca senza una visione chiara, senza un piano pluriennale degno di questo nome, senza un’idea di sviluppo che vada oltre la gestione dell’emergenza.

Nel frattempo, tra una riunione semestrale e l’altra tra associazioni di pendolari, Trenitalia, Rfi e Agenzia della mobilità piemontese, il servizio continua a funzionare – o meglio, a non funzionare – come prima. Con una differenza: oggi c’è una petizione che certifica nero su bianco quello che per anni è stato raccontato a voce. E che costringe la politica a guardare in faccia una realtà che non può più essere derubricata a lamentela.

E allora la domanda finale è inevitabile, ma anche un po’ scomoda: se servono 7.200 firme, audizioni, commissioni e comunicati per dire che i treni devono essere puntuali, funzionanti, accessibili e comprensibili, il problema non è più solo ferroviario. È politico. È amministrativo. È culturale. Ed è anche piuttosto evidente che, su quei binari, l'assessore regionale ai trasporti Marco Gabusi, ha perso la direzione da un bel po’.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori