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29 Marzo 2026 - 23:42
Bruce Springsteen
All’imbocco di Nicollet Avenue, a Minneapolis, la folla ha riempito la strada fin dal primo pomeriggio. L’aria è rimasta fredda, le luci del palco hanno acceso la scena e, quando è salito Bruce Springsteen, il brusio si è fermato. Ha imbracciato la chitarra, ha salutato appena e ha detto: «Lo scorso inverno le truppe federali hanno portato morte e terrore nelle strade di Minneapolis… La vostra forza ci ha dimostrato che questa è ancora l’America». Poi ha attaccato “Streets of Minneapolis”. La piazza ha risposto in coro.
No Kings Protests: Bruce Springsteen, Jane Fonda, and Robert De Niro Turn Out Against Donald Trump - Vanity Fair https://t.co/QzaWCk5jp9
— Richard Rollison (@firemusicnyc) March 29, 2026
La manifestazione nazionale “No Kings”, organizzata contro le politiche del presidente Donald Trump e contro l’intervento militare in Medio Oriente, ha trovato qui il suo punto più visibile. Non è stata solo una protesta, ma un momento collettivo in cui memoria recente e rivendicazioni politiche si sono sovrapposte. Minneapolis è diventata il centro di una mobilitazione che, sabato 28 marzo 2026, ha coinvolto decine di città negli Stati Uniti e presìdi anche in Europa.
Nelle settimane precedenti, la città aveva già vissuto una fase di forte tensione. Durante l’operazione federale “Operation Metro Surge”, migliaia di agenti legati all’immigrazione — Immigration and Customs Enforcement (ICE) e Customs and Border Protection (CBP) — sono stati dispiegati nell’area metropolitana. In quel contesto sono morti due cittadini statunitensi, Renée Good, il 7 gennaio 2026, e Alex Pretti, il 24 gennaio. Le loro morti sono diventate il punto di riferimento della protesta. Sui cartelli e negli interventi dal palco è tornata la stessa richiesta: chiarezza su quanto accaduto.
Secondo ricostruzioni giornalistiche, il contingente federale ha superato le 3.000 unità. L’aumento dei controlli e degli interventi di polizia ha fatto crescere le tensioni. I manifestanti hanno contestato metodi ritenuti sproporzionati e hanno denunciato un uso eccessivo della forza. Alcune organizzazioni per i diritti civili hanno parlato di interventi ingiustificati.
Il messaggio della piazza è stato diretto. Difendere i diritti costituzionali, garantire trasparenza nelle indagini, limitare l’azione delle forze federali. Accanto a questo, una critica esplicita alla politica estera degli Stati Uniti, con riferimento alla guerra che coinvolge l’Iran. Per molti partecipanti, le due questioni sono legate: le scelte internazionali influenzano il clima interno, anche sul piano dei diritti e delle libertà.
Le parole di Springsteen hanno dato forma a questo sentimento diffuso. «Questa è ancora l’America» è diventata una sintesi della giornata. La città, già segnata nel 2020 dall’uccisione di George Floyd, si è ritrovata ancora una volta al centro di un confronto sul rapporto tra sicurezza e diritti.
Il movimento “No Kings” non nasce oggi. Da ottobre 2025 ha organizzato mobilitazioni in tutto il Paese, con una rete di associazioni, sindacati e gruppi civici. Il 28 marzo è stato il terzo appuntamento nazionale. Gli organizzatori parlano di centinaia di migliaia di partecipanti. I simboli sono ormai riconoscibili: corone barrate, richiami alla Costituzione, riferimenti allo stato di diritto.
Sul palco di Minneapolis si sono alternati artisti e figure pubbliche. Tra questi Joan Baez, Jane Fonda e il senatore Bernie Sanders. Accanto agli interventi politici, le testimonianze di cittadini e avvocati hanno riportato al centro le conseguenze concrete delle operazioni federali.
Lo scontro si è spostato anche sul piano istituzionale. Il procuratore generale del Minnesota e il Bureau of Criminal Apprehension (BCA) hanno chiesto accesso alle prove e alle scene delle sparatorie. Hanno denunciato ostacoli da parte delle autorità federali. Lo Stato ha avviato un’azione legale contro l’amministrazione Trump per poter condurre indagini autonome.
Nel frattempo, il Comune ha chiesto il supporto della Guardia Nazionale per gestire la sicurezza. È un segnale della pressione che la città ha affrontato nelle ultime settimane. Indagini locali hanno raccolto testimonianze su controlli casuali e presenza costante degli agenti nelle strade.
In questo contesto, la canzone “Streets of Minneapolis” è diventata parte del racconto. Pubblicata a fine gennaio 2026, è stata ripresa nelle manifestazioni e citata dai media. Springsteen l’ha definita un’accusa contro i metodi adottati dal governo federale. La scelta di eseguirla proprio a Minneapolis ha rafforzato il legame tra musica e cronaca.
La protesta ha messo insieme temi interni ed esteri. Dalla gestione dell’ordine pubblico alla politica militare. Secondo i manifestanti, l’aumento dei poteri delle agenzie federali e l’uso di un linguaggio di emergenza sono parte dello stesso quadro.
Dietro il palco, l’organizzazione è stata capillare. Associazioni e gruppi locali hanno predisposto assistenza legale, punti medici e accoglienza. Le mobilitazioni degli ultimi mesi hanno rafforzato una struttura capace di coordinare grandi numeri senza incidenti rilevanti.
Il 31 marzo 2026, sempre a Minneapolis, partirà il tour di Bruce Springsteen & The E Street Band, intitolato “Land of Hope and Dreams American Tour”. Lo slogan resta lo stesso: “No Kings”. Il debutto al Target Center arriva nella città che ha dato visibilità alla protesta.
A fine giornata restano i fatti. Due morti su cui si chiedono risposte. Un confronto aperto tra autorità statali e federali. Una mobilitazione che ha superato i confini locali. E una domanda che riguarda l’equilibrio tra potere e diritti negli Stati Uniti.
Le prossime settimane diranno se le richieste della piazza troveranno spazio nelle indagini e nelle decisioni politiche. La frase pronunciata sul palco — «Questa è ancora l’America» — resta, per ora, una dichiarazione che attende verifica nei fatti.
Fonti: Associated Press, The Washington Post, The New York Times, Minnesota Public Radio, Star Tribune
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