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Ombre su Torino

Disabile e senza voce, morì dopo un bagno nell’acqua bollente in una comunità di Collegno

Un caso del 1987 tra negligenza, responsabilità e interrogativi rimasti senza risposta, nella fragile realtà dell’assistenza post-manicomiale torinese

Disabile e senza voce, morì dopo un bagno nell’acqua bollente in una comunità di Collegno

Disabile e senza voce, morì dopo un bagno nell’acqua bollente in una comunità di Collegno

Se i manicomi fossero ancora aperti, forse nessuno mai avrebbe saputo di questo fatto.
Se Paolo avesse potuto urlare, forse tutto questo non sarebbe avvenuto.
Se Paolo non avesse avuto i problemi di salute che lo affliggevano, forse se la sarebbe cavata, anche se dopo un lungo periodo di cura.

Questa storia, terribile nella sua crudeltà ma tragicamente “semplice” nel suo drammatico svolgersi, si dipana in una selva di “se” e “forse”. Racconti che non possono essere riscontrati al di là di ogni dubbio, particolari apparentemente insignificanti ma fondamentali, certezze che si sgretolano nel giro di poche ore.

Poi, però, ci sono i dati di fatto.

Siamo nel 1987 e Paolo Miraglia ha 33 anni. Nasce in una famiglia originaria di Mondragone, in provincia di Caserta, che però abita a Torino fin da quando è piccolo. Cresce con i genitori, Angela e Davide, una sorella, Antonietta, e un fratello, Antonio. Dopo un’infanzia comune a tantissimi suoi coetanei, intorno ai 15 anni inizia a mostrare i sintomi del male che, in un breve lasso di tempo, lo costringono a passare il resto della sua vita su una sedia a rotelle. La freddezza e la vaghezza delle fonti a nostra disposizione lo definiscono “cerebropatico” e tetraplegico; i giornali dell’epoca, in spregio agli standard minimi dell’odierna sensibilità, semplicemente “handicappato”. Per quel che rileva ai fini del racconto, è sufficiente riportare che è totalmente paralizzato e che ha perso da tempo l’uso della parola.

Una persona con queste difficoltà, a quei tempi, finisce dritta in manicomio. In questo caso, neanche a dirlo, in quello di Collegno.

Qui la vita è complicata.
Nelle parole dei genitori del ragazzo, c’è la descrizione di qualcosa che si può immaginare anche senza avere mai varcato i cancelli della struttura: tanti malati, pochi infermieri, molta sporcizia. Un aneddoto inquadra perfettamente le condizioni di chi ci finisce ricoverato. “Un giorno” racconta Davide “seppi che gli facevano la doccia usando la scopa”. È una singola frase impressa sulla carta di un quotidiano, di difficile comprensione e interpretazione, che lascia spazio a diverse ipotesi, una più inquietante dell’altra. Forse è meglio neanche tentare di sapere esattamente cosa intendesse.

A seguito della promulgazione, nel 1978, della legge Basaglia, anche a Collegno il manicomio inizia ad essere smantellato e, a partire dal 1980, Paolo viene affidato a una comunità terapeutica (di nome Loisir) gestita da una cooperativa negli stessi locali.
La sua esistenza pare giovarsi enormemente di tale cambiamento. Dividendo in piccoli gruppi i degenti, questi possono essere seguiti praticamente 24 ore su 24 da personale specializzato che prende a cuore il loro destino. Si creano rapporti umani speciali; pazienti ed educatori si affezionano vicendevolmente.

Da qualche tempo, le cure di Paolo sono affidate a Maria Teresa che, da appena due giorni prima del 21 marzo 1987, è affiancata da Roberta.
Quel giorno, le due, come di routine, fanno il bagno ai loro assistiti, lasciando Miraglia per ultimo.
Sono circa le dieci del mattino e, arrivato il suo turno, Maria Teresa e Roberta spogliano Paolo, lo fanno scendere delicatamente dalla carrozzina e lo adagiano nella vasca, già riempita d’acqua e bagnoschiuma.
Incredibilmente, non si accorgono che l’acqua è bollente e Paolo, da par suo, non ha i modi per urlare il suo dolore o per far capire quello che sta accadendo. L’uomo rimane qualche minuto a bagno e, quando le due ragazze si accorgono che il colore della sua pelle è diventato preoccupantemente rosso vivo, vanno a recuperare la carrozzella, lo tirano fuori e chiamano un’ambulanza.

Lo portano all’ospedale di Rivoli e poi, quasi immediatamente, al CTO di Torino. Paolo ha ustioni di secondo e terzo grado sul 25% del corpo. Una persona in condizioni differenti se la caverebbe dopo un lungo ricovero, ma per lui la questione è totalmente diversa. Rimane agonizzante per una settimana e poi, nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1987, muore a causa di una grave insufficienza respiratoria.

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Due indagini parallele, una dell’USSL a cui afferisce la cooperativa e una dei carabinieri, rivelano che quello che è stato chiaramente un incidente macchiato da negligenza, forse non verrà chiarito mai del tutto.

Pur “confessando” quanto accaduto, Maria Teresa e Roberta riferiscono che la rubinetteria della struttura sarebbe stata difettosa, che il flessibile gocciolava continuamente e che, spesso, pur aprendo il rubinetto dell’acqua fredda, anche da questo usciva comunque acqua calda. Il responsabile della Loisir tenta di dare una spiegazione: “L'impianto è centralizzato, quando c'è un forte consumo l'acqua scende bollente, ma questo lo sappiamo tutti. Una delle due ragazze lavorava li solo da due giorni, conosceva questo particolare?”.

Nel momento in cui arriva notizia che le inservienti risultano indagate per omicidio colposo, giunge la testimonianza di una loro collega, rimasta anonima: “Soltanto qualche tempo fa ci siamo accorti di un particolare che potrebbe essere fondamentale. Se vengono aperti altri rubinetti mentre si miscela l'acqua tiepida nella vasca da bagno accade l'imprevisto, da tiepida si tramuta in bollente. Viene a mancare l'acqua fredda. Ce ne siamo accorti per caso quando stava per succedere un altro caso come quello di Paolo, ma questa volta si è conclusa con una piccola scottatura per un assistente. Oggi non riempiamo più la vasca e utilizziamo solo il getto a doccia, così controlliamo che l'acqua non cambi improvvisamente temperatura”.

Stante che le verifiche sull’impianto idrico della struttura non hanno portato a rilevare malfunzionamenti di qualsivoglia genere, Maria Teresa e Roberta finiscono a processo nel 1989.
Qui, dopo aver risarcito i familiari di Paolo Miraglia con 5 milioni di lire ciascuna, patteggiano una pena rispettivamente di 8 e 7 mesi di reclusione.

“Qualcuno” ha detto la sorella Antonietta il giorno dopo la morte di Paolo “conoscendo le condizioni di mio fratello, potrebbe anche pensare: poveraccio, per fare una vita simile, meglio che sia finita. Ma noi gli volevamo bene. I miei genitori andavano a trovarlo tutti i giorni. Quando mancavano le lenzuola e le coperte, loro provvedevano. Sono andati anche quando è scesa tanta neve che non ci si poteva muovere. Ma come è potuta capitare una cosa simile? Non hanno tastato l’acqua per sentire se non fosse troppo calda? E poi, perché non lo hanno tirato fuori subito, perdendo tempo per prendere la carrozzella?”.

Domande rimaste senza risposta.

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