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L'ex prete influencer e la liturgia in progress

Dal Vetus Ordo relegato ai margini alle tesi dell’ex don Ravagnani: il dibattito sulla liturgia tra tradizione, incomprensioni e continua spinta al cambiamento

L'ex prete influencer e la liturgia in progress

Alberto Ravagnan

Leone XIV ha recentemente invitato i vescovi a promuovere «una generosa inclusione dei fedeli legati al Vetus Ordo». All'invito del Santo Padre il vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera, aveva risposto un mese fa relegando i fedeli del Vetus Ordo nel ghetto di Rivarolo, dove potranno celebrare solo in alcuni giorni la Messa in una cripta, affinché non diano scandalo.

Se però ci si vuole fare un'idea di come nei seminari e nelle facoltà teologiche (dove ha studiato monsignor Salera) venga dipinta la liturgia che ha santificato la Chiesa per secoli e prodotto una schiera di santi, dobbiamo tornare all'ex sacerdote Alberto Ravagnani, ospite del Podcast di Giacomo Poretti: «Prima del Concilio Vaticano II, quindi a metà degli anni ’60, la Messa veniva celebrata con il prete che parlava dall'altare e dava le spalle ai fedeli. Alla Chiesa, al clero, andava bene che la Messa fosse incomprensibile».

Per fortuna però arrivò la soluzione: «Oggi il prete guarda la gente e parla la sua lingua, anzi la gente celebra insieme al prete». Tutto a posto allora? Per l'ex prete influencer ancora no: «Bisogna ancora cambiare, certe preghiere non si capiscono, anch'io facevo fatica e mi dicono poco».

E il fenomeno dei giovani attratti dalla Messa in latino? «Questi non capiscono niente e gli va bene non capire niente, vanno a Messa per non capire, ma il latino è contro il Concilio».

 

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Peccato che proprio la Costituzione sulla liturgia del Concilio Vaticano II affermi solennemente: «L'uso della lingua latina sia conservato nei riti latini» (n. 38) e addirittura che la Chiesa «riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana e perciò nelle azioni liturgiche gli si riservi il posto principale» (n. 116).

Comunque proviamo a riassumere la tesi del signor Ravagnani: prima del Concilio la Messa era incomprensibile e la Chiesa voleva che il popolo restasse ignorante; grazie alla riforma, la liturgia si è avvicinata al popolo, che adesso può guardare il prete e capisce tutto; tuttavia anche il nuovo rito è troppo complesso e rigido e andrebbe rivisto, liberato dal rigore e dalle rubriche, perché se ci si deve adattare all'uomo moderno non si può rimanere fermi: bisogna aggiornare e cambiare continuamente; al tempo stesso c'è qualche fetish che approda al rito tradizionale, ma lo fa perché, a suo dire, non vuole capire niente, un po' come quelli che frequentano le lezioni di coreano per il puro gusto di non comprendere, per fare cioè l'esperienza della beata ignoranza, oppure per mortificare la superbia.

Non vorremmo però che i nostri lettori giudicassero le idee dell'ex don Alberto assurde o strampalate, perché come lui la pensano molti vescovi e preti. No, egli è semplicemente il frutto di un sistema teologico e di una liturgia non più capaci di nutrire le anime, di una fede costretta ad evolversi continuamente per presunte nuove necessità, in una stanca, affannata e inutile rincorsa di un mondo che sarà sempre più avanti.

Stiamo per entrare nella Settimana Santa e allora vogliamo lasciare ai nostri venticinque lettori un celebre motto, spesso associato all'ordine dei certosini: Stat Crux dum volvitur orbis. Che significa: «La Croce resta salda mentre il mondo gira», a simboleggiare la stabilità della fede cristiana e dell'amore di Dio di fronte ai continui mutamenti, alle crisi e alla frenesia del mondo.

Quel mondo davanti al quale Jacques Maritain (Le Paysan de la Garonne), che scriveva nel 1966, vedeva purtroppo inginocchiata la Chiesa.

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