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Inaugurato il maxi acquedotto nel Canavese. 140 km di tubi e milioni spesi: l’acqua basterà?

Promette acqua per 100mila persone, ma tra invasi sempre più in difficoltà e reti che perdono il 35%, il rischio è di non risolvere nulla.

L’acqua del Gran Paradiso scende in Canavese: operativo l’acquedotto della Valle Orco

Paolo Romano, Smat

È stato inaugurato questa mattina in frazione Praie, a Locana, nel Torinese, il nuovo acquedotto della Valle Orco, un’infrastruttura destinata a rappresentare un punto di svolta per la gestione delle risorse idriche in tutto il Canavese. Un’opera strategica, attesa da anni, che nasce per rispondere alle criticità legate alla disponibilità d’acqua e alla crescente pressione esercitata dai cambiamenti climatici su un territorio tradizionalmente ricco di risorse ma oggi sempre più esposto a fenomeni di siccità e instabilità.

A fare gli onori di casa il presidente di Smat, Paolo Romano, che ha sottolineato la portata dell’intervento: «L’opera rappresenta un’infrastruttura fondamentale a servizio del territorio. Grazie all’utilizzo delle acque degli invasi del Gran Paradiso e a una rete di oltre 140 chilometri di condotte, il nuovo sistema consente di superare le criticità quantitative e la vulnerabilità del sistema esistente, garantendo maggiore sicurezza e continuità nell’approvvigionamento».

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Il nuovo acquedotto si fonda infatti su un sistema integrato che sfrutta le risorse idriche dei bacini alpini — tra cui Agnel, Serrù e Ceresole — convogliate verso un moderno impianto di potabilizzazione realizzato proprio a Locana. Da qui, l’acqua viene distribuita lungo una rete capillare che raggiunge circa 50 Comuni del Canavese, per un bacino complessivo di oltre centomila abitanti. La capacità dell’impianto, stimata in centinaia di litri al secondo, consente di fronteggiare anche i picchi di domanda nei periodi più critici, riducendo al contempo la dipendenza da fonti locali più vulnerabili.

L’investimento complessivo ammonta a 252 milioni di euro, di cui 129 milioni finanziati attraverso i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un intervento che si inserisce tra quelli considerati prioritari a livello nazionale per l’ammodernamento delle infrastrutture idriche, in un Paese che soffre storicamente di dispersioni elevate e di una rete spesso obsoleta.

Alla cerimonia di inaugurazione hanno preso parte numerose autorità istituzionali: il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, la vicepresidente del Senato Anna Rossomando e l’assessore all’Ambiente della Regione Piemonte Matteo Marnati. Una presenza che conferma la valenza strategica dell’opera, non solo per il territorio piemontese ma per l’intero sistema nazionale.

«Questa è la dimostrazione concreta che le opere pubbliche possono essere realizzate in tempi certi», ha dichiarato il ministro Pichetto Fratin. «I lavori sono stati completati in meno di tre anni, un risultato tutt’altro che scontato. Sono fondi del Pnrr spesi bene, perché destinati a un’infrastruttura che guarda al futuro della gestione idrica e alla sicurezza delle comunità».

ELENCO COMUNI SERVITI:  Locana, Sparone, Pont Canavese, Cuorgnè, Castellamonte, Salassa, Valperga, Volpiano, Rivarossa, Lombardore, San Ponso, Rivarolo Canavese, Oglianico, Bosconero, Busano, Favria, Rivara, Front Canavese, Baldissero Canavese, Bairo, Torre Canavese, Agliè, Cuceglio, San Martino Canavese, Strambinello, Ivrea, Ozegna, Ciconio, Lusigliè, Feletto, San Giorgio Canavese, San Giusto Canavese, Montalenghe, Barone Canavese, Foglizzo, Orio Canavese, Candia, Caluso, Mazzè, Pavone Canavese, Banchette, Salerano, Samone, Romano Canavese, Strambino, Parella, Colleretto Giacosa, Loranzè

Acquedotto della Valle Orco: 140 km di nuove condutture. Era il caso?

140 kilometri di nuove condutture per portare l’acqua da Locana sino a Castellamonte e da qui lungo tre direttrici verso l’eporediese (Ivrea), verso il calusiese (Caluso-Mazzè) e il canavese (Lombardore – Bosconero) compresi tutti i Comuni attraversati per un complessivoo di circa 125 mila abitanti.

Il progetto del nuovo acquedotto della Valle Orco affonda le sue radici nel marzo del 2019, quando venne presentato il primo studio preliminare che quantificava l’investimento in oltre 186 milioni di euro. L’obiettivo dichiarato era ambizioso: migliorare la fornitura di acqua potabile per un’ampia area del Canavese — dal Calusiese all’Eporediese, fino al Rivarolese — integrando il sistema con le risorse idriche già sfruttate da decenni per la produzione di energia idroelettrica nell’alta e media valle.

Un progetto tornato prepotentemente al centro del dibattito nell’estate del 2023, quando la siccità mise in difficoltà diversi Comuni del territorio, lasciando in alcuni casi rubinetti a secco e riportando l’emergenza idrica tra le priorità dell’agenda politica. È in quel contesto che l’opera è stata rilanciata come risposta strutturale a una crisi destinata a ripresentarsi con sempre maggiore frequenza.

Nel dettaglio, il sistema prevede l’utilizzo delle acque provenienti dalle dighe di Ceresole Reale e Pian Telessio, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, a quote che superano i 2.400 metri. Un’infrastruttura complessa, articolata su sei invasi capaci di contenere complessivamente 83 milioni di metri cubi d’acqua, un impianto di potabilizzazione a Locana con una capacità fino a 52 mila metri cubi al giorno e una rete di condotte con diametri compresi tra 500 e 800 millimetri, in grado di garantire una portata fino a 800 litri al secondo.

Numeri importanti, che raccontano la dimensione dell’intervento. Ma accanto alla portata dell’opera, restano aperti interrogativi non secondari.

Il primo riguarda la reale disponibilità della risorsa. Il cambiamento climatico ha già inciso in maniera evidente sul territorio della Valle Orco: i ghiacciai si sono drasticamente ridotti e in alcuni casi sono ormai scomparsi. Anche gli invasi alpini, negli ultimi anni, hanno registrato livelli critici durante i mesi estivi. In questo scenario, l’idea di incrementare il prelievo d’acqua solleva più di una perplessità, soprattutto in relazione agli equilibri ambientali e agli altri usi della risorsa.

Tra questi, in particolare, l’agricoltura. Nessuna risposta definitiva è stata finora fornita sull’impatto che il nuovo sistema potrà avere sulla disponibilità idrica destinata all’irrigazione, già messa a dura prova nelle ultime stagioni. Un tema che riguarda direttamente le economie locali e che rischia di diventare centrale nei prossimi anni.

Non solo. A riemergere sono anche le osservazioni avanzate in passato dal Comitato Acqua Pubblica di Torino, che aveva espresso dubbi sull’utilità e sulla sostenibilità economica dell’opera. Critiche che si intrecciano con un altro nodo: quello dell’efficienza delle reti esistenti.

Nel progetto, Smat evidenzia la vulnerabilità delle falde attualmente sfruttate, esposte al rischio di inquinamento per la mancanza di adeguati strati protettivi. Una criticità reale, che però apre a un’ulteriore domanda: quanti dei pozzi attivi sono stati effettivamente messi in sicurezza attraverso le previste aree di salvaguardia e gli studi idrogeologici? E quanto si è investito, negli anni, per migliorare ciò che già esiste?

Allo stesso modo, vengono richiamati episodi di carenza idrica registrati nel 2003, 2005 e 2017, senza però una chiara rendicontazione dei costi sostenuti per affrontare quelle emergenze. Un elemento che rende più difficile valutare, in termini oggettivi, la reale necessità di un investimento di 252 milioni di euro.

C’è poi un aspetto strutturale: l’acquedotto non nasce per sostituire le reti attuali, ma per integrarle. Una scelta che, se da un lato aumenta la resilienza complessiva del sistema, dall’altro non affronta direttamente il problema delle perdite, che secondo le stime si aggirano intorno al 35%. Senza un intervento parallelo di ammodernamento delle infrastrutture esistenti, il rischio è che non si ottenga quel risparmio idrico che sarebbe invece fondamentale.

Infine, la questione dei costi. Non tutti sanno che il progetto ha origini lontane: risale al 2005, con una delibera dell’ATO3. Tra il 2009 e il 2016 i cittadini hanno già contribuito attraverso le bollette per circa 32 milioni di euro, senza che, in quella fase, venisse realizzata alcuna opera concreta.

È da qui che nasce una domanda, tanto semplice quanto inevitabile: un investimento di questa portata rappresenta davvero la soluzione più efficace, oppure sarebbe stato necessario — prima — intervenire in modo più deciso sull’efficienza e sulla tutela delle risorse già disponibili?

Una questione che resta aperta, mentre l’acquedotto entra in funzione e il territorio si prepara a misurarne, nel tempo, benefici e criticità.

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