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Cronaca
28 Marzo 2026 - 09:58
Vive in un furgone da 5 anni. Se non gli danno una casa si darà fuoco davanti al palazzo della Regione
A Settimo Torinese, c’è un uomo che da più di 5 anni dorme dentro ad un furgone. Non è una scelta, non è una fase. È costretto a vivere così.
Si chiama Domenico Minasi, ha 58 anni, è cittadino italiano. Il suo indirizzo di casa? Il Municipio. È un senzatetto, insomma. Nel 2021 ha avuto un infarto. Ricoverato d’urgenza, stava per morire. Anche a causa di quel ricovero perde tutto. Perde anche il lavoro. Licenziato ai tempi del superbonus. Oggi vive in un Fiat Ducato, regalatogli dal cognato dopo che l’auto in cui viveva prima gli è stata sequestrata per un fermo amministrativo.
Il furgone è parcheggiato da qualche parte in città, spesso in un angolo di via Foglizzo dove un residente gli ha concesso uno stallo. È lì che prova a passare le notti tra il freddo e la paura. E ogni giorno che passa pesa un po’ di più.
Dentro quel Ducato c’è tutto: un giaciglio improvvisato sui sedili con un piumone e un cuscino, un piccolo spazio nel retro con un tavolino pieghevole. Per scaldarsi, la sera, è costretto a mettere in moto il mezzo e accendere l’aria calda. Per lavarsi va negli autogrill, «dove almeno ci sono anche le docce».
«Oggi ho avuto l’ennesimo incontro con l’Amministrazione comunale. Ho parlato con la sindaca Elena Piastra e con la funzionaria che si occupa di case», ci dice. Non alza la voce, non protesta. Più stanco che arrabbiato. Come se avesse finito anche le energie per indignarsi.
Vive con 228 euro al mese dell’Inail. È questa cifra definisce tutto. Eppure, dall’altra parte, le proposte che arrivano sembrano appartenere a un altro mondo.
«Mi propongono un appartamento da 800 euro in via Di Vittorio. Ma chi ce li ha 800 euro?».
Gli dicono che per i primi mesi anticipano loro e poi si vedrà.
«Forse non hanno capito che io mangio grazie ai pacchi della Croce Rossa e della chiesa».
La distanza tra le parole degli uffici comunali e la realtà sta tutta qui, in un dialogo che non si incontra mai, come in quella barzelletta in cui il muto parla al sordo mentre un cieco li sta a guardare.
La sua storia non è cominciata nel furgone. È una discesa lenta, fatta di colpi uno dietro l’altro. Dopo l’infarto, le valvole cardiache e altri problemi di salute. Nel 2023 il colpo di grazia: un incidente devastante — tibia, perone, caviglia, otto costole, il volto, un buco alla testa. Un anno in ospedale. L’invalidità accertata oggi è del 73%.
«Non mi danno l’ok per lavorare perché ho le valvole al cuore», ci dice, quasi piangendo.
Ci ha provato, nel 2024, a rimettersi in piedi. Ma la salute non glielo permette. Nel frattempo ne scopre un’altra: «sette noduli ai polmoni». E allora resta fermo, incastrato in quella terra di mezzo dove non sei abbastanza sano per lavorare e non abbastanza invalido per avere davvero diritto a qualcosa.
Eppure nella vita ha sempre lavorato. «Ho fatto il macellaio, il decoratore, il muratore, per 17 anni ho lavorato in autostrada». Non è uno che si è tirato indietro. È uno che, a un certo punto, non ce l’ha più fatta.
Nel 2024 è stato intervistato da Bianca Berlinguer su "Rete 4" e ha commosso mezza Italia. La sua tragica storia è stata raccontata anche dal Corriere della Sera. Cos’è successo dopo? Nulla.
In questi anni ha bussato a tutte le porte. Le soluzioni cambiano, ma il risultato resta uguale. Durante il Covid lo avevano sistemato al Centro Fenoglio. Poi, per restare, gli hanno chiesto circa 500 euro al mese. Con la NASpI ne prendeva poco più di 550. Era solo questione di tempo. E infatti è finita. Di nuovo fuori. Di nuovo dentro al Ducato.

L'ultima aggressione
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Dal palazzo municipale avanzano soluzioni, appartamenti che “evaporano” il giorno dopo. Prima il Dado, poi via Foglizzo, poi via Primo Levi.
«Una volta mi è arrivata perfino una mail con l’assegnazione di una casa. Ero felice. Sono andato a chiedere e mi hanno detto che era un errore, che forse avevano sbagliato indirizzo».
Insomma, quando chiede una casa popolare, la risposta è sempre la stessa: «Devi avere un’invalidità maggiore. Non hai i requisiti…».
«Mi sento tradito da chi mi avrebbe dovuto aiutare», dice. E quello che lo colpisce di più è che la solidarietà vera arriva dalle persone comuni: amici, familiari, qualcuno che ogni tanto gli offre un posto per dormire o gli tiene il parcheggio. «Non dalle istituzioni».
Intanto il mondo fuori continua a essere pericoloso.
«L’altra sera mi hanno aggredito ancora. Mi hanno spaccato il setto nasale e un occhio».
È successo venerdì 13 marzo. È stato ricoverato, medicato, poi è tornato nel suo furgone, che non è un rifugio ma solo l’ultima cosa rimasta.
«Sono stanco», dice. «Quando fa tanto freddo un amico mi ospita, ma non può farlo sempre».
Non è solo stanchezza fisica. È qualcosa di più profondo, che arriva dopo anni passati a chiedere senza ottenere, a sperare senza risposta.
«So per certo che al Casun ci sono due alloggi vuoti. La sindaca mi ha detto che non è vero. Io so che è vero. Mi prende in giro. Mi ha sempre preso in giro. Paga l'albergo agli zingari ma non aiuta me. Lì ci abitava un mio amico che è morto. Avranno qualcun altro da sistemare. Sono tutte bugie…!»
Poi, quasi sottovoce: «Fatemi morire in santa pace… ma in una casa. Gliel’ho detto anche alla sindaca Elena Piastra. Se non me la danno mi do fuoco con la benzina. Mi presento davanti al Palazzo della Regione Piemonte e lo faccio lì...».
Non è una provocazione. Non è rabbia. È una resa. È quello che succede quando una persona smette di credere che qualcuno, dall’altra parte, la stia davvero ascoltando.
E allora resta lì, dentro un furgone parcheggiato, con 228 euro al mese e una vita che sembra non rientrare in nessuna categoria giusta. Abbastanza fragile per non farcela da solo. Mai abbastanza per essere aiutato davvero.
E intanto aspetta.
Che qualcuno, prima o poi, si accorga che esiste.
Ci sono storie che fanno rumore. E poi ci sono storie che fanno vergogna. Quella di Domenico Minasi appartiene alla seconda categoria.
Perché qui non siamo davanti a un uomo sfortunato. Non basta più dirlo. Non basta più raccontarlo così. Qui siamo davanti a qualcosa che funziona — ma funziona male. Funziona contro.
Cinque anni in un furgone non sono una parentesi. Sono una condanna che si rinnova ogni giorno. Non è la vita che va storta: è un sistema che, a un certo punto, smette di vedere. E quando smette di vedere, smette anche di sentire.
L'Amministrazione comunale di Settimo è assente. Questa è la parte più scomoda. Gli impiegati comunali ci sono. Ricevono, ascoltano, convocano, spiegano. Offrono soluzioni che sulla carta stanno in piedi. Poi le appoggi sulla realtà — 228 euro al mese — e crolla tutto.
Non è cattiveria. È qualcosa di peggio: è indifferenza strutturata.
È quel meccanismo per cui, se non rientri esattamente nella casella giusta, resti fuori. Anche se fuori significa dormire in un furgone. Anche se fuori significa essere aggredito, ammalato, solo.
Anche se fuori significa sparire.
Il punto non è se Domenico Minasi abbia diritto o no a una casa secondo un regolamento.
Il punto è un altro: che valore ha una regola che non riesce a proteggere chi è caduto così in basso?
Perché allora la regola non è più giustizia. È burocrazia che si autoassolve.
E mentre si discute di requisiti, percentuali, graduatorie, la realtà continua a scorrere da un’altra parte. Scorre dentro un furgone parcheggiato. Scorre nelle notti passate ad accendere il motore per non congelare. Scorre nelle frasi che non dovrebbero mai essere pronunciate — e che invece arrivano.
Non servono commenti, in quei momenti. Servirebbe una risposta. Una vera.
Quando una persona arriva a dire che non ce la fa più, che preferirebbe finire così piuttosto che continuare, non è più un dossier aperto sulla scrivania della sindaca. È un segnale. È un allarme.
E se anche quello non basta, allora il problema non è lui. Siamo noi.
Siamo noi che abbiamo costruito un sistema capace di funzionare perfettamente sulla carta e fallire completamente nella vita reale. Un sistema che non nega l’aiuto — lo rimanda. Lo condiziona. Lo sposta sempre un passo più in là.
Fino a quando non resta più niente da spostare.
E allora resta solo una domanda, semplice e brutale: quanto deve ancora peggiorare una vita per diventare degna di essere aiutata davvero?
Se cinque anni in un furgone non bastano, allora non è più una questione di risorse. È una questione di coscienza.
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