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28 Marzo 2026 - 00:07
Neonati nel congelatore, condannata la madre: 25 anni senza prova di omicidio
La porta si è aperta, il brusio si è spento. Nell’aula della Cour d’assises di Avignone, la sentenza è arrivata senza enfasi: 25 anni di reclusione per Aurélie S., la donna di Bédoin, nel Vaucluse, accusata per la morte dei suoi due neonati trovati nel congelatore di casa. La corte popolare e i magistrati hanno fissato un punto decisivo: non è stata provata l’intenzione di uccidere. È stata invece riconosciuta una responsabilità penale grave per azioni e omissioni che hanno portato alla morte dei bambini e per le violenze inflitte alle tre figlie maggiori. La decisione non attenua la gravità dei fatti. Li colloca in un quadro giuridico preciso, dove l’assenza di volontà omicida non cancella la portata delle conseguenze.
L’indagine si è aperta tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, quando a Bédoin, ai piedi del Mont Ventoux, sono stati trovati i corpi dei neonati in un congelatore domestico. Un caso emerso in una comunità piccola, dove la famiglia, secondo i vicini, non aveva mai attirato attenzione. Nei giorni successivi, la Procura di Avignone ha reso noto che almeno uno dei bambini presentava una frattura cranica. Un elemento che ha orientato subito le ipotesi investigative.

Nel dicembre 2022 Aurélie S. è stata fermata, poi iscritta nel registro degli indagati e incarcerata con l’accusa di omicidio di minori di 15 anni e occultamento di cadavere. Nel marzo 2023 la Corte d’appello di Nîmes ha confermato la custodia cautelare, annullando una decisione precedente che apriva alla scarcerazione. Da quel momento il procedimento ha seguito il suo corso fino al processo davanti alla corte d’assise del Vaucluse.
Il fascicolo è stato definito tra il 2024 e il 2025 con perizie medico-legali e ricostruzioni del contesto familiare. Il dibattimento si è aperto nella primavera del 2026 ad Avignone, tra grande attenzione pubblica. I giudici hanno esaminato due piani: da una parte la morte dei neonati, avvenuta in circostanze diverse e accompagnata da elementi materiali come la lesione cranica; dall’altra le condizioni di vita delle figlie maggiori, segnate – secondo l’accusa – da violenze e da un ambiente familiare compromesso. Il nodo centrale è stato stabilire se fosse dimostrabile, oltre ogni dubbio, la volontà di uccidere.
Il diritto penale francese distingue tra omicidio volontario e violenze che provocano la morte senza intenzione di uccidere, oltre ai reati legati alla mancanza di cure verso i minori. In questo caso la corte ha escluso la prova dell’intenzione omicida, ma ha ritenuto accertata una condotta di estrema gravità. Da qui la condanna a 25 anni, una pena elevata che tiene conto anche delle aggravanti legate all’età delle vittime e al ruolo di madre.
La sentenza riguarda anche le tre figlie maggiori. I giudici hanno riconosciuto le violenze nei loro confronti, un elemento che ha contribuito a delineare il contesto familiare e la pericolosità dell’imputata. Nei procedimenti che coinvolgono minori, la giustizia francese valuta l’intero ambiente domestico, cercando di ricostruire comportamenti e segnali precedenti. In questo caso, il quadro complessivo ha pesato sulla decisione finale.
Dalla scoperta dei corpi nel dicembre 2022 alla sentenza del 2026, il caso ha seguito un percorso lungo e complesso. Le prime autopsie hanno indirizzato le indagini. La custodia cautelare è stata confermata dalla Corte d’appello di Nîmes. Il processo ad Avignone è stato uno dei più seguiti dell’anno. La condanna ha chiuso il procedimento di primo grado, stabilendo una responsabilità penale piena senza qualificare i fatti come omicidio volontario.
La vicenda si inserisce in un quadro più ampio. In Francia, negli ultimi anni, altri procedimenti hanno riguardato la morte di neonati in ambito domestico, con modalità simili e percorsi giudiziari diversi. I casi di Courjault, Chabot e Lesage hanno mostrato quanto sia difficile accertare il confine tra intenzione e responsabilità per omissione o violenza. Ogni processo ha seguito una propria strada, ma tutti hanno posto la stessa domanda: come interpretare fatti che avvengono in condizioni di isolamento e disagio.
La sentenza di Avignone richiama anche un tema che va oltre il diritto penale. La difficoltà di individuare situazioni di rischio prima che sfocino in tragedie. Gravidanze non dichiarate, isolamento familiare, segnali trascurati. Elementi che emergono spesso dopo, quando l’intervento arriva troppo tardi. La giustizia interviene sui fatti compiuti, ma il problema resta quello di intercettare prima i segnali.
Restano le tre figlie maggiori, riconosciute vittime di violenza. Resta una comunità che si interroga su quanto sia stato possibile non vedere. E restano due bambini morti subito dopo la nascita. La sentenza ha definito le responsabilità secondo la legge, ma non chiude le domande su quanto accaduto.
Fonti: Cour d’assises di Avignone, Procura di Avignone, Corte d’appello di Nîmes, Le Dauphiné Libéré, gruppo EBRA.
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