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28 Marzo 2026 - 00:07
Libano, la storia di Narjis: una bambina uccisa sotto le bombe mentre consolava la madre
La mano di Narjis ha stretto il volto della madre per calmarla. Poco dopo, la loro casa a Maifadoun, nel sud del Libano, è stata distrutta da un raid aereo nella sera del 2 marzo. Di quella scena è rimasta una frase, sussurrata nel caos: «Mamma, tu sei la mia vita. Non piangere». Da allora, mentre la linea di confine tra Libano e Israele è tornata a riempirsi di attacchi e sirene, il nome di una bambina è diventato un modo concreto per leggere una guerra che altrimenti si riduce a cifre.
La sequenza dei fatti è rimasta impressa nei racconti dei sopravvissuti. La famiglia – Rana Jaber, i figli gemelli Abbase Ali e la più piccola, Narjis – ha tentato di lasciare l’abitazione mentre le esplosioni si avvicinavano. In quel momento, è stata la bambina a cercare di rassicurare la madre. Poche ore dopo, una bomba ha colpito la casa. Narjis è morta sotto le macerie insieme alla zia. La madre e i due fratelli sono stati soccorsi feriti ma vivi. Nelle parole di Rana Jaber, raccolte dalla stampa internazionale, emergono dettagli che restituiscono una normalità interrotta: i vestiti scelti con cura, il sogno di diventare medico, i quaderni di scuola, una mela di cartapesta con una lettera dell’alfabeto. Oggetti semplici che raccontano più di qualsiasi bollettino.
Israel has invaded Lebanon for over 40 years , most importantly costing the lives of hundreds of US Marines. In 2006 the Israeli were forced to withdraw after fierce resistance from Hezbollah. The Lebanese were ready with an underground forces engaged in guerrilla tactics . Now… https://t.co/a9WdWX1e79
— MichaelCorona (@LcdoCorona) March 27, 2026
Da settimane, Maifadoun, nella provincia di Nabatieh, è tra i centri colpiti con maggiore frequenza. Le cronache locali parlano di attacchi contro abitazioni e veicoli già prima del 2 marzo e nei giorni successivi. Il quadro più ampio conferma un’intensificazione del conflitto lungo tutto il sud del Paese e fino alla periferia di Beirut. I dati diffusi dal Ministero della Salute libanese indicano un aumento costante delle vittime. Al 25 marzo si contano oltre mille morti e più di tremila feriti; il giorno successivo il bilancio è salito ancora. Gli scarti tra una comunicazione e l’altra dipendono dagli aggiornamenti degli ospedali, ma la tendenza è chiara.
Le Nazioni Unite (ONU) stimano che nelle prime settimane centinaia di migliaia di persone siano state costrette a lasciare le proprie case. Molte famiglie vivono in scuole, luoghi di culto o automobili. La perdita non è solo materiale. I medici e gli operatori sul campo segnalano che i bambini esposti ai bombardamenti sviluppano ansia, insonnia, disturbi del comportamento. Nei racconti della madre, i gemelli di dieci anni continuano a reagire a ogni rumore improvviso. A volte chiedono dolci “per la sorella”, come se il tempo si fosse fermato prima dell’esplosione.
Il dato sui minori colpiti è tra i più significativi. Secondo Save the Children, nei primi dieci giorni dell’offensiva almeno 83 bambini sono stati uccisi. Pochi giorni dopo, le cifre hanno superato quota cento. UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) ha confermato l’aumento anche dei feriti in età pediatrica, con il rischio di disabilità permanenti. In ogni aggiornamento ufficiale, la percentuale di donne e bambini tra le vittime resta alta.
Nel sud del Libano, da Tiro a Nabatieh, fino alla valle della Bekaa, i bombardamenti hanno colpito aree residenziali, strade e infrastrutture civili. Le segnalazioni della National News Agency, l’agenzia di stampa libanese, riportano episodi ripetuti di attacchi con droni e raid aerei. La distinzione tra obiettivi militari e zone abitate appare sempre più difficile sul terreno. Per chi vive in queste aree, restare o fuggire comporta comunque un rischio elevato.
Dentro le case colpite, le testimonianze descrivono scenari simili: muri aperti, vetri distrutti, stanze dei bambini attraversate da schegge. L’emergenza immediata è sanitaria, con ospedali sotto pressione e ferite da esplosione. Subito dopo emerge quella psicologica, meno visibile ma altrettanto duratura. Le autorità sanitarie e le organizzazioni umanitarie chiedono interventi mirati per sostenere i minori e garantire spazi sicuri.
Il diritto internazionale umanitario stabilisce obblighi precisi. Le parti in conflitto devono distinguere tra civili e combattenti e adottare misure per ridurre i danni ai non coinvolti. Organizzazioni per i diritti umani richiamano l’attenzione sull’uso della forza in aree densamente abitate e sulla necessità di indagini indipendenti nei casi con vittime civili.
I numeri continuano a cambiare, ma alcune costanti restano. Tra l’inizio e la metà di marzo, il bilancio è cresciuto rapidamente, passando da alcune centinaia a oltre mille morti. Gli sfollati interni, secondo le agenzie delle Nazioni Unite, hanno raggiunto centinaia di migliaia. In questo contesto, ogni storia individuale acquista un peso che le statistiche non riescono a restituire.
Il caso di Narjis non è isolato. In altri centri del sud, intere famiglie sono state uccise da singoli attacchi. A Mashghara, il 5 marzo, quattro persone della stessa famiglia, tra cui due bambini, sono morte durante un bombardamento. Le cronache parlano di funerali con bare di piccole dimensioni e scuole svuotate.
Le organizzazioni presenti sul campo chiedono la protezione dei civili, la sicurezza per il personale sanitario e l’accesso agli aiuti. Senza una riduzione delle ostilità, avvertono, ogni intervento resta insufficiente rispetto ai bisogni.
Raccontare questa vicenda richiede attenzione alle fonti e cautela nelle cifre. I dati ufficiali possono essere aggiornati di giorno in giorno, ma il quadro generale è ormai definito. Il conflitto sta colpendo in modo diretto la popolazione civile, con un impatto significativo sui minori.
La frase pronunciata da Narjis resta come traccia di ciò che è accaduto. Non è una citazione da ripetere, ma il segno di una perdita concreta. Il lavoro del giornalismo, in questo contesto, è ricostruire i fatti, verificare le informazioni e restituire il contesto. Dare un nome alle vittime significa anche evitare che restino solo numeri.
Fonti: Ministero della Salute libanese; UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia); Save the Children; Nazioni Unite (ONU); National News Agency (Libano); stampa internazionale (BBC, Reuters, Al Jazeera, The Guardian); testimonianze raccolte da media italiani e britannici.
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