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27 Marzo 2026 - 22:48
Carlo Cusanno, "Charlie"
C’è un’idea di bellezza che attraversa le colline del Canavese, mossa non solo dal paesaggio, ma dalle storie di chi ha scelto questo territorio per seminare cambiamento attraverso l’arte. Una di queste appartiene a Carlo Cusanno, per tutti Charlie (classe 1989), operatore specializzato in Teatro Sociale di Comunità, una disciplina che utilizza il teatro come linguaggio per raccontare le persone e i luoghi che abitano. Ma per capire come questa visione stia seminando bellezza nel Canavese, bisogna tornare a una Torino di estrazione popolare, tra i vicoli di Porta Palazzo, dove un giovanissimo Charlie dei tempi delle scuole medie rischiava di smarrirsi tra note di condotta e bocciature scolastiche.
Fu un professore di religione a cambiare la traiettoria di quella storia, proponendo un laboratorio teatrale pomeridiano come alternativa ad un provvedimento disciplinare che ne avrebbe segnato il futuro. Inizialmente vissuta con rabbia e diffidenza, quell'esperienza divenne il primo incontro con un adulto capace di offrire uno spazio di ascolto e di accoglienza. Da quel momento, il teatro divenne per lui un luogo in cui potersi esprimere liberamente.
La formazione di Charlie è stata un crescendo di curiosità e impegno. Alle superiori, la scelta della scuola cadde su un istituto di ragioneria, non per amore dei numeri, ma perché l’edificio ospitava un auditorium. Durante quegli anni, Charlie partecipava attivamente ai laboratori pomeridiani diretti da esperti esterni, dove si lavorava in sinergia con diversi gruppi: canto, band musicale e danza. Quando però la scuola esaurì i fondi e le collaborazioni si interruppero, Charlie decise di assumere il ruolo di regista, coordinando i vari gruppi per creare spettacoli, trattando temi come la guerra e la cittadinanza attiva. Vennero coinvolti almeno cinquanta ragazzi e collaborarono anche con Emergency. Charlie continuò a guidare questi laboratori con passione anche dopo il diploma.
Il suo forte desiderio di lavorare con gli adolescenti fu influenzato dall’esperienza all'oratorio salesiano Valdocco, dove la figura di Don Bosco segnò il suo sguardo sul teatro come arte a disposizione delle persone. Così si iscrisse all'università di Torino al corso di Scienze dell'Educazione, iniziando contemporaneamente a lavorare con la disabilità e le malattie infantili in contesti come CasaOz a Torino. In quegli anni collaborò anche con il prestigioso Laboratorio Teatro Settimo di Gabriele Vacis, passando da allievo a collaboratore per il Teatro Stabile di Torino. Sempre in quel periodo collaborò inoltre con i servizi sociali di Torino ricoprendo il ruolo di affidatario diurno, un percorso che Charlie considera un'accelerazione formativa fondamentale per la sua carriera. È proprio in questo intreccio che ha affinato il suo metodo, che lo vede agire come un “esploratore” verso chi vive con una neurodivergenza o una disabilità. «Entrare in relazione con l’altro significa accettare che non esiste un solo mondo, ma che ogni persona è un pianeta a sé, con le sue regole ed i suoi colori. - afferma Charlie - Fare teatro in questo senso significa mettersi a disposizione della storia degli altri, diventando uno strumento affinché quella voce, spesso silenziosa, possa essere ascoltata e la diversità diventi una ricchezza collettiva.»
In quel periodo un tassello decisivo fu la fondazione dell’associazione Co.H (Co-Housing), avvenuta per sua iniziativa nel 2013, un collettivo artistico nato per sperimentare la “progettazione partecipata” e che gli insegnò a collaborare tra professionisti di diverse discipline, mettendo l’idea comune al centro, sopra ogni ego individuale. «In questa progettazione non è importante chi mette la firma finale, ma la cura che ogni membro del gruppo dedica all’idea comune. - spiega - Ognuno mette le proprie competenze in campo per dare vita a qualcosa che altrimenti da soli non sarebbe stato possibile immaginare.»


Dal 2022 questa energia si è trasferita stabilmente a Baldissero Canavese, luogo che Charlie ha scelto come casa e come campo d’azione per espandere i suoi progetti. Attualmente ricopre inoltre il ruolo di presidente dell’associazione Pandorama, una realtà nata nel 2018 a Bosconero come naturale evoluzione di un primo, significativo progetto di Teatro Sociale di Comunità sul campo: l’Alfred Clown Festival. Quello che era iniziato come un omaggio per onorare la memoria di Alfredo Forneris - una figura del luogo nota per la sua straordinaria capacità di accoglienza e convivialità - si è trasformato nel seme da cui è germogliata l'intera associazione. Charlie ha costruito questo esordio partendo dall’ascolto dei residenti per capire come avrebbero voluto ricordare l’uomo e quali fossero i reali bisogni culturali del paese. Il risultato è un festival che ogni anno, a maggio, trasforma Bosconero in un laboratorio a cielo aperto. Qui il linguaggio del clown diventa il collante che fa dialogare i professionisti della risata con scuole, gruppi di danza, musicoterapeuti e con realtà della disabilità, trasformando la cultura in un processo inclusivo che moltiplica la ricchezza dell’incontro. Una visione che ha ormai varcato i confini nazionali, portando il Canavese a confrontarsi con l’Europa attraverso scambi Erasmus che hanno già coinvolto paesi come Francia e Portogallo.
Per Charlie vivere e lavorare in provincia presenta sfide come la burocrazia e la "povertà educativa", ma queste diventano per lui uno stimolo per fare cultura come atto sociale per abbattere l’isolamento, dimostrando che l’investimento pubblico in un progetto artistico è una priorità didattica e sociale.
«La mia più grande soddisfazione oggi è essere ancora in piedi, mantenendo intatta la motivazione e la capacità di accogliere nuove idee per progettare nuovi spiragli culturali» afferma col sorriso. Una delle sue più grandi aspirazioni è riuscire a potenziare la formazione rivolta agli adulti, perché crede fermamente che condividere strumenti di consapevolezza con chi si occupa degli altri sia fondamentale per costruire una comunità più sana e solidale. Il suo è un invito a restare "porosi" in un territorio che rischia di chiudersi nel proprio giardino, basato sulla convinzione che se impariamo a prenderci cura di noi stessi attraverso l’arte, faremo stare meglio anche chi ci circonda perché, come sostiene, «un’autoguarigione porta guarigione.»
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