Cerca

Attualità

Paolo Giordano, lo scrittore Premio Strega di San Mauro: “La guerra è tornata a essere la nostra realtà”

Lo scrittore ospite a Tagadà riflette sui conflitti contemporanei: tra Ucraina, Gaza e Iran, un mondo dove tecnologia e propaganda stanno cambiando tutto

Paolo Giordano, lo scrittore Premio Strega di San Mauro: “La guerra è tornata a essere la nostra realtà”

Paolo Giordano, lo scrittore Premio Strega di San Mauro: “La guerra è tornata a essere la nostra realtà”

C’è una data che, secondo Paolo Giordano, segna una frattura netta nel nostro tempo: 24 febbraio 2022. Non è solo l’inizio dell’invasione russa in Ucraina. È il momento in cui, dice lo scrittore di San Mauro Torinese, “ci siamo rimessi l’armatura”.

Ospite di Tiziana Panella a Tagadà (La7) lo scorso mercoledì, Giordano — premio Strega e voce ormai centrale del dibattito culturale italiano — ha offerto una lettura che va oltre la cronaca. Non una spiegazione geopolitica, ma una riflessione sul modo in cui la guerra è tornata a occupare lo spazio pubblico e mentale delle società occidentali.

Per anni, suggerisce, i conflitti erano percepiti come qualcosa di distante. Esistevano, certo, ma restavano confinati in una dimensione “altra”. La Siria, l’Afghanistan, scenari che scorrevano nelle immagini senza diventare esperienza diretta. Poi qualcosa cambia.

La pandemia, la fragilità sociale, la crisi della fiducia nelle istituzioni e nell’informazione: è su questo terreno già indebolito che arriva la guerra in Ucraina. E da lì, una sequenza che non si è più interrotta. “Quattro anni di guerre sovrapposte”, le definisce Giordano. Ucraina, Gaza, Medio Oriente, Iran. Conflitti che non si chiudono, ma si accumulano.

Il punto, però, non è solo la quantità. È la trasformazione.

Giordano insiste su un elemento che segna una svolta: la tecnologia. Le guerre contemporanee sono ipertecnologiche, guidate da droni, algoritmi, intelligenza artificiale. Dovevano essere più precise, più “chirurgiche”. Invece, racconta, producono numeri altissimi di vittime civili.

È un rovesciamento delle aspettative. E, insieme, un cambiamento culturale. La guerra si avvicina, ma allo stesso tempo si allontana. Si combatte a distanza, si osserva dall’alto, si riduce a immagini astratte. Puntini su uno schermo, dati, coordinate. L’empatia si assottiglia.

Paolo Giordano ospite a Tagadà

È qui che entra in gioco il suo lavoro più recente, “Da vicino. Raccontare la guerra oggi”, un progetto che nasce proprio da questa distanza. Perché, spiega, la guerra si capisce davvero solo quando la si attraversa fisicamente. “Da lontano la compassione è possibile solo fino a un certo punto”.

C’è poi un altro livello, forse ancora più inquietante: quello dell’informazione.

Secondo Giordano, le guerre di oggi non sono solo combattute sul campo, ma anche sul piano della narrazione. La stampa libera è sempre più ostacolata, i governi impongono versioni, e la propaganda cambia forma. Non è più necessario nemmeno costruire una giustificazione credibile: basta il messaggio del momento.

In questo scenario, la verità diventa instabile. Non solo per la propaganda, ma per la tecnologia stessa. Video generati dall’intelligenza artificiale, contenuti indistinguibili dal reale, popolazioni intere chiuse in bolle informative. Il rischio, suggerisce, è perdere la capacità di distinguere tra realtà e costruzione.

E poi c’è il tema più sottile, ma forse più attuale: la familiarità con la guerra.

I droni, spiega, sono l’emblema di questa ambiguità. Possono essere strumenti quotidiani — per filmare un matrimonio — e allo stesso tempo armi letali. Questo cortocircuito riduce la distanza morale dall’atto violento. Lo rende simile a un gioco, a una simulazione. Una “gamificazione” della guerra che annulla il peso delle conseguenze.

Nel racconto di Giordano non c’è retorica. C’è piuttosto un invito alla cautela. A riconoscere che ciò che vediamo da qui è solo una parte della realtà. Che esistono due mondi — quello della guerra e quello della pace — che non coincidono mai davvero.

E forse è proprio questo il punto più interessante della sua presenza televisiva. Giordano non parla da analista politico, ma da scrittore. E porta dentro il dibattito un’altra prospettiva: quella di chi prova a tenere insieme esperienza, linguaggio e responsabilità.

In un tempo in cui la guerra è ovunque — nei notiziari, nei social, nelle immagini — il suo intervento prova a restituire una misura. Non per semplificare, ma per ricordare che capire davvero cosa accade è sempre più difficile.

E che, forse, è proprio da questa difficoltà che bisogna ripartire.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori