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Alla ricerca del nonno: la storia perduta di Jan Sikora tra Polonia e Canavese

Il viaggio di Maria Sikora tra archivi e ricordi per ricostruire la vita del nonno Jan, soldato polacco salvato in Italia durante la Grande Guerra e segnato per sempre da quel gesto di umanità.

Il soldato polacco nell'Armata di HallerMap

Jan Sikora

Tra la neve delle montagne e la memoria che attraversa le generazioni, c’è una storia che ha viaggiato per oltre mille chilometri prima di trovare voce.

Un legame storico e geografico unisce Varsavia alle colline del Canavese attraverso il percorso di ricerca intrapreso da Maria Sikora, impegnata a ricostruire la biografia del nonno Jan Sikora, una figura la cui vicenda personale si intreccia con i profondi mutamenti geopolitici del primo Novecento europeo.

Jan Sikora nacque l'8 febbraio 1898 nella regione della Piccola Polonia (Małopolska). La sua giovinezza si sviluppò in un tempo fragile e incerto: la Polonia, allora, non esisteva come Stato sovrano, ma era divisa tra potenze straniere che ne occupavano il territorio.

Cresciuto sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico, Sikora si trovò presto coinvolto nella tragedia della Grande Guerra, quando migliaia di giovani polacchi furono costretti a indossare uniformi non loro. Eppure, dentro di lui rimase vivo un sentimento profondo di appartenenza, lo stesso che alimentò la nascita delle Legioni Polacche.

Quando alcuni soldati polacchi tentarono di opporsi alle autorità occupanti, la punizione fu dura: vennero inviati nei fronti più difficili. Fu così che Jan Sikora, portando con sé il ricordo della propria terra, arrivò a combattere sull’Altopiano di Asiago.

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 Jan Sikora

Mappa ricostruita dalla nipote Maria Sikora che descrive il territorio nell'epoca in cui suo nonno fu in Italia durante il Primo Conflitto Mondiale

Certificato della medaglia al valore ricevuta per la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale(in Francese)

Sul fronte italiano visse la fatica e la durezza della guerra in montagna. Il conflitto aveva ormai cambiato volto: l’Italia, passata dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa nel 1915, si trovava ora dall’altra parte. E così Sikora, in una terra sconosciuta, si ritrovò a combattere contro i soldati italiani tra le cime più impervie delle Alpi.

“In quel frangente storico avvenne un episodio determinante”, spiega Maria Sikora.

“Mio nonno rimase sepolto in una caverna a causa dei combattimenti e fu tratto in salvo dai soldati italiani. In seguito a questo evento, fu trasferito al campo di La Mandria di Chivasso, dove scelse di arruolarsi nel costituendo esercito polacco in Italia”.

La permanenza in Canavese fu segnata dalla malattia: Jan contrasse il tifo durante la prigionia. Fu trasferito all’Ospedale di Ivrea, dove trovò non solo cure, ma anche accoglienza presso una famiglia locale. In quel momento difficile nacque un legame silenzioso ma duraturo con la comunità eporediese.

Sebbene il suo cuore fosse rivolto alla causa polacca, il destino lo aveva costretto a combattere per un impero che non sentiva suo, sulle montagne contro uomini che, senza saperlo, gli avrebbero salvato la vita.

La vera svolta avvenne lontano dal campo di battaglia. Dopo la prigionia e la malattia, qualcosa cambiò profondamente: Sikora scelse di seguire ciò che sentiva autentico. Decise di passare dalla parte degli Alleati, arruolandosi nell’Esercito di Haller, la cosiddetta “Armata Blu”, per lottare finalmente per l’indipendenza della Polonia.

“Mio nonno era un uomo di pochissime parole, forse per proteggerci dai suoi ricordi dolorosi”, racconta la nipote. “Tuttavia, conservo un ricordo dolcissimo: quando ero bambina mi faceva sedere sulle ginocchia e mi insegnava a contare in italiano: ‘Uno, due, tre...’. Era la traccia rimasta di quella terra che lo aveva salvato”.

La sua esperienza militare rimase segnata da contraddizioni: legato idealmente alle Legioni Polacche, fu comunque costretto a combattere tra le file imperiali sui picchi vicentini.

Oggi Maria Sikora, residente in Polonia, continua il suo lavoro intrecciando documenti d’archivio e memorie familiari. Il suo obiettivo è ritrovare i discendenti di chi, tra il 1918 e il 1919, aiutò i soldati polacchi, per completare una monografia capace di unire rigore storico e dimensione umana.

“Desidero evidenziare la disponibilità riscontrata tra gli abitanti di Ivrea, che hanno già fornito i primi supporti alle mie ricerche”, sottolinea Maria Sikora. “Ogni ulteriore dettaglio o ricordo ereditato dalle famiglie locali sarebbe fondamentale per approfondire gli aspetti meno noti di questa vicenda”.

Dopo la guerra, Jan Sikora dedicò la propria vita agli altri. Fu amministratore locale (sołtys) del villaggio di Brzeźnica e assistente sociale fino alla fine dei suoi giorni.

“Oggi percepisco questo suo costante impegno come il desiderio profondo di ripagare un debito morale verso coloro che, nel momento del bisogno, lo avevano salvato”, conclude la nipote.

Ricostruire la storia di Jan Sikora non è solo un gesto familiare: è un modo per dare voce a un passaggio cruciale della storia europea, ricordando come, anche nei momenti più difficili, la solidarietà possa attraversare confini e restare viva nel tempo.

Foto con il Generale Haller , scattata dopo la guerra . Jan Sikora si trova nella parte centrale , in alto a sinistra, con la divisa da ferroviere

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