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27 Marzo 2026 - 22:43
1912: quando il mondo credeva di essere invincibile
1912: l’illusione del progresso e l’alba di un mondo nuovo.
Mercoledì 25 marzo il Docente Emanuele Barale ha conquistato il folto pubblico dei soci Unitre di Cuorgnè, presenti nella Sala Conferenze Trinità in via Milite Ignoto, parlando di: “Storia delle Olimpiadi: Stoccolma 1912. Le Olimpiadi di Sentiero Lucente. Aneddoti, fatti, leggende e curiosità dalla storia delle Olimpiadi moderne”.
Come ben esposto dal docente, il 1912 appare, a uno sguardo retrospettivo, come uno degli ultimi momenti di equilibrio prima della frattura della Grande Guerra. È un anno in cui il mondo sembra correre verso il futuro con fiducia, quasi con entusiasmo ingenuo, convinto che la tecnica, la scienza e lo spirito umano siano strumenti sufficienti per superare qualsiasi limite.
Le grandi potenze europee si muovono su uno scacchiere sempre più teso, mentre i nazionalismi crescono e si consolidano, preparando il terreno a quella che diventerà la Prima guerra mondiale. Eppure nulla sembra ancora inevitabile. Il mondo del 1912 vive una sorta di sospensione, un equilibrio fragile in cui convivono conquista, orgoglio, ambizione e inconsapevolezza.
L’Italia, giovane nazione alla ricerca di un proprio posto tra le potenze, è impegnata nella guerra di Libia: segno di un’Europa che guarda ancora all’espansione territoriale come misura della propria grandezza. Allo stesso tempo, però, il desiderio di conquista non si limita più alle terre, ma si estende ai poli, agli oceani, ai limiti stessi della resistenza umana.
In questo contesto si inserisce la spedizione antartica guidata da Robert Falcon Scott, una delle imprese più drammatiche e simboliche del tempo. Quando Scott e i suoi uomini raggiungono il Polo Sud nel gennaio del 1912, trovano la bandiera di Roald Amundsen già piantata nel ghiaccio. La delusione è enorme, ma ciò che segue è ancora più significativo: il ritorno diventa una lotta contro la natura, contro il freddo, contro il tempo. La morte li raggiunge uno a uno e i loro corpi, insieme ai diari, verranno ritrovati mesi dopo da una missione di soccorso.
Quelle pagine, cariche di dignità e disperazione, raccontano molto più di una sconfitta: raccontano il limite dell’uomo di fronte all’infinito.
Nello stesso anno, un’altra tragedia segna profondamente l’immaginario collettivo. Il transatlantico Titanic, simbolo della potenza tecnologica e della fiducia nel progresso, affonda durante il suo viaggio inaugurale. Non è solo un disastro marittimo: è la dimostrazione che la modernità, per quanto avanzata, non è immune dall’errore, dalla fatalità e dall’arroganza. Il Titanic diventa così una metafora potente: ciò che l’essere umano costruisce per dominare il mondo può essere distrutto dalla stessa natura che crede di aver superato.
In questo scenario, apparentemente lontano dalle tensioni politiche ma in realtà profondamente legato allo spirito del tempo, si svolgono le Olimpiadi di Stoccolma. I Giochi del 1912 rappresentano un punto di svolta nella storia dello sport: sono tra i primi realmente moderni, organizzati con criteri più rigorosi e aperti a un numero crescente di nazioni e discipline. Per la prima volta si introducono strumenti come il fotofinish, segno di una nuova attenzione alla precisione e alla giustizia.
Eppure, dietro questa modernità emergono ancora tratti di un mondo in formazione, dove le regole sono instabili e lo sport è lontano dalla standardizzazione attuale.
Le gare raccontano storie quasi incredibili. Nella lotta, ad esempio, gli incontri possono durare ore sotto il sole dello stadio, fino a sfiorare l’assurdo: una semifinale supera le undici ore. È uno sport ancora primitivo nella gestione dei tempi e delle energie, ma proprio per questo rivela la dimensione estrema della competizione umana.
La maratona, invece, diventa simbolo di resistenza e sofferenza. Il caldo è insopportabile, i rifornimenti scarsi e molti atleti crollano lungo il percorso. Non è solo una gara: è una prova di sopravvivenza.
Tra le figure più affascinanti emerge Jim Thorpe, atleta di origine nativa americana capace di dominare sia il pentathlon sia il decathlon. La sua superiorità suscita ammirazione universale, tanto che il re di Svezia lo definisce il più grande atleta del mondo. Eppure la sua storia prende una piega amara: accusato di aver violato le regole del dilettantismo per aver ricevuto piccoli compensi nel baseball, viene privato delle medaglie. È un episodio che riflette le contraddizioni dell’epoca: uno sport che esalta il merito, ma resta imprigionato in regole sociali rigide e spesso ingiuste. Solo molti anni dopo la sua figura verrà riabilitata.
Accanto a lui si intrecciano storie più leggere ma non meno significative, come quella di Shizo Kanakuri. Dopo un lunghissimo viaggio dal Giappone, affronta condizioni climatiche difficilissime e durante la maratona si ritira, trovando rifugio presso una famiglia svedese. Tornato in patria senza avvisare gli organizzatori, viene considerato “scomparso” per anni. Solo decenni dopo completerà simbolicamente la sua gara, impiegando oltre mezzo secolo: una vicenda che, tra ironia e umanità, mostra quanto lo sport possa essere anche imperfetto e profondamente umano.
C’è poi il nuotatore hawaiano Duke Kahanamoku, che non si limita a vincere: introduce uno stile nuovo, più fluido e naturale, destinato a rivoluzionare il nuoto moderno. Porta con sé anche la cultura hawaiana, contribuendo a diffondere nel mondo il surf. In lui lo sport diventa ponte tra civiltà diverse, anticipando una globalizzazione culturale ancora agli inizi.
L’Italia trova il suo eroe in Alberto Braglia, ginnasta capace di trasformare una disciplina legata alla forza in un’espressione di eleganza e armonia. Le sue esibizioni colpiscono non solo per la difficoltà tecnica, ma per la bellezza del gesto. Tuttavia, la sua vita dopo il successo racconta una realtà ben diversa: la gloria olimpica non garantisce sicurezza economica e Braglia conoscerà difficoltà e povertà. A lui Modena ha dedicato lo stadio cittadino: un riconoscimento tardivo ma significativo.
Intanto, le donne iniziano a comparire sempre più frequentemente nelle competizioni, ma la loro presenza resta limitata e osteggiata. Vengono giudicate per l’abbigliamento, considerate inadatte a certe discipline ed escluse per ragioni morali più che sportive. È un primo passo, fragile ma importante, verso un cambiamento che richiederà decenni.
Il 1912, dunque, non è solo un insieme di eventi, ma un mosaico di storie che riflettono un mondo in trasformazione. È l’anno in cui l’essere umano dimostra di poter raggiungere il Polo Sud, ma non di poter tornare indietro; costruisce la nave più avanzata mai vista, ma non riesce a salvarla; celebra lo sport come espressione universale, ma lo limita con regole e pregiudizi.
Tutto sembra muoversi in avanti, eppure tutto porta con sé un’ombra.
Forse è proprio questa la lezione più profonda del 1912: il progresso non è una linea retta, ma un equilibrio instabile tra conquista e limite, tra ambizione e fragilità. L’essere umano di quell’epoca corre, esplora, gareggia, costruisce, convinto di avvicinarsi sempre di più a una forma di perfezione. Ma la storia, silenziosa, sta già preparando il momento in cui quella corsa verrà interrotta.
Perché ogni epoca che si sente invincibile è, in realtà, solo più vicina a scoprire quanto sia umano il proprio confine.
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