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15 Marzo 2026 - 22:32
Stretto di Hormuz quasi fermo: petrolio sopra i 100 dollari e rischio rincari su benzina e bollette
Un cielo lattiginoso, lampi all’orizzonte e il rumore continuo dei generatori. A bordo di una petroliera ancorata nel Golfo Persico, un marittimo racconta via radio l’attesa. «Siamo fermi, non possiamo muoverci. Speriamo che non succeda nulla». Attorno alla nave si intravedono altre sagome d’acciaio immobili. Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti per il trasporto marittimo, si è trasformato in una zona ad altissimo rischio. Fino a pochi giorni fa da qui transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno e una quota rilevante del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL). Oggi quasi tutte le navi sono ferme o hanno rinviato il passaggio.
Il riflesso è arrivato subito sui mercati. Il Brent, il principale riferimento internazionale del petrolio, ha superato i 100 dollari al barile con punte vicine ai 120. Sono aumentati i costi per il noleggio delle grandi petroliere e sono saliti i premi assicurativi per le rotte considerate zone di guerra. Il traffico nello stretto si è ridotto drasticamente. Le conseguenze iniziano a sentirsi anche in Italia, tra carburanti più cari, bollette in aumento e timori per le forniture energetiche.
Lo Stretto di Hormuz è un corridoio marittimo largo poco più di trenta chilometri che separa Iran e Oman e collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. È uno dei nodi logistici più sensibili dell’economia mondiale. Prima dell’escalation militare vi transitava circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Una quota importante del gas naturale liquefatto proveniva invece dal Qatar, uno dei principali esportatori globali.
Gran parte del greggio che attraversa lo stretto proviene dai Paesi del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e Iran sono i principali produttori coinvolti. La maggioranza delle spedizioni è diretta verso i mercati asiatici, ma anche l’Europa resta esposta alle conseguenze di eventuali blocchi.
Dopo l’inizio delle operazioni militari nella regione, il traffico navale ha rallentato fino quasi a fermarsi. Analisi basate sui dati di identificazione automatica delle navi indicano che i passaggi giornalieri sono scesi da oltre venti a pochi casi isolati. In alcune ore il traffico si è fermato completamente. Nel Golfo Persico si è creato un grande parcheggio galleggiante di petroliere in attesa. Le stime parlano di oltre centocinquanta navi ferme o deviate verso altre rotte.
Il rischio non è teorico. Negli ultimi giorni si sono registrati attacchi con droni, colpi di artiglieria e minacce di minamento delle rotte. Le autorità marittime internazionali hanno diffuso diversi avvisi di sicurezza. La possibilità che vengano posate mine navali pesa in modo particolare. I canali di navigazione nello stretto sono stretti: pochi chilometri per senso di marcia. Anche un numero limitato di mine sarebbe sufficiente per bloccare il traffico e far impennare i costi assicurativi.
Il rialzo del petrolio non dipende solo dalla disponibilità fisica di greggio. Il mercato incorpora anche il rischio geopolitico. Finché il passaggio nello stretto resterà incerto, una parte del prezzo del barile rifletterà la tensione nella regione. Anche se i flussi dovessero riprendere parzialmente, resteranno più alti i costi per assicurazioni e trasporto.
Per contenere l’impatto della crisi, i Paesi membri della Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) hanno approvato il rilascio coordinato di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche. È una misura già utilizzata in passato per affrontare emergenze temporanee, ma non può sostituire a lungo le rotte marittime se queste restano chiuse.
Una delle leve più decisive è quella assicurativa. Senza copertura assicurativa le navi non possono navigare. Dopo l’escalation molti assicuratori hanno rivisto le polizze per le acque del Golfo Persico. I premi per la copertura dei rischi di guerra sono saliti rapidamente. Per una grande petroliera il costo di un singolo passaggio può arrivare a diversi milioni di dollari. Alcune compagnie di navigazione hanno sospeso i transiti o introdotto supplementi di costo per i viaggi nell’area.
Anche il mercato del trasporto marittimo ha reagito con forti oscillazioni. Le petroliere disponibili sono meno, perché molte evitano la zona. I noli sono aumentati rapidamente sulle rotte tra Medio Oriente e Asia. Per alcune navi si sono registrati valori giornalieri mai visti negli ultimi anni. Un fenomeno simile riguarda anche le metaniere che trasportano gas naturale liquefatto.
Per l’Italia la crisi rappresenta un rischio concreto. Il Paese importa gran parte dell’energia che consuma. Il tasso di dipendenza energetica supera il 70 per cento, uno dei più alti in Europa. Una parte significativa delle forniture arriva direttamente o indirettamente dai Paesi del Golfo.
I dati sul commercio estero mostrano che l’energia pesa molto negli scambi tra l’Italia e l’area del Golfo Persico. Tra petrolio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto, il valore degli acquisti supera diversi miliardi di euro l’anno. Il Qatar è uno dei fornitori di gas liquefatto per il mercato europeo, mentre il greggio proveniente dall’area alimenta alcune raffinerie italiane.
I primi effetti si stanno già manifestando. I prezzi dei carburanti sono tornati a salire e anche il costo dell’energia per imprese e famiglie potrebbe aumentare se la situazione dovesse protrarsi. I settori industriali più energivori, come chimica, ceramica, carta e trasporto merci, sono tra i più esposti.
Negli ultimi anni l’Italia ha cercato di ridurre la propria vulnerabilità energetica diversificando le fonti. Dopo la crisi del gas del 2022 sono stati rafforzati gli accordi con diversi Paesi produttori e sono stati ampliati i punti di ingresso del gas. I terminali di rigassificazione di Rovigo, Panigaglia e Piombino permettono di ricevere gas liquefatto da varie aree del mondo. Questa rete offre una certa capacità di adattamento, ma non elimina del tutto l’impatto di una crisi nello Stretto di Hormuz.
Il nodo principale resta il tempo. Se la tensione nella regione dovesse durare a lungo, il mercato energetico mondiale entrerebbe in una fase più instabile. Prezzi più alti del petrolio tendono a trasmettersi all’intera economia, influenzando trasporti, produzione industriale e inflazione.

Nelle crisi che coinvolgono i passaggi marittimi strategici, i segnali più importanti arrivano da alcuni indicatori precisi: il numero di navi che attraversano la rotta, i premi assicurativi applicati dalle compagnie e i costi del trasporto marittimo. Se questi tre fattori restano elevati significa che il rischio percepito dagli operatori non è ancora diminuito.
La storia recente ha mostrato quanto siano fragili le grandi rotte energetiche. Il blocco del Canale di Suez nel 2021 e gli attacchi alle navi nel Mar Rosso tra il 2023 e il 2024 avevano già messo in evidenza la vulnerabilità del commercio mondiale. Lo Stretto di Hormuz è ancora più sensibile. Da questo passaggio dipende una quota enorme dell’energia che alimenta l’economia globale.
Per questo la crisi non riguarda solo i Paesi della regione. Le conseguenze arrivano fino ai porti europei, alle raffinerie e alle reti energetiche dei Paesi importatori. In Italia il riflesso finale si misura nelle bollette e nei prezzi alla pompa.
Nelle acque dello stretto le navi restano in attesa. Alcune procedono lentamente, altre restano ferme per giorni. La distanza tra le coste iraniane e quelle omanite è di pochi chilometri, ma da questo tratto di mare dipende una parte decisiva dell’equilibrio energetico mondiale.
Fonti: Agenzia Internazionale dell’Energia, Vortexa, S&P Global, Platts, Bloomberg, Financial Times, Reuters, International Energy Agency, International Energy Forum, Eurostat, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, International Maritime Organization.
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