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15 Marzo 2026 - 17:14
Rigenerazione urbana, purché restino le strisce blu
In Sala dorata a Ivrea, martedì scorso si è parlato di rigenerazione urbana. Non è una parola qualunque: è una di quelle parole che oggi la politica usa per dire che qualcosa cambierà, anche se non è ancora chiarissimo cosa.
Il progetto è stato presentato dal sindaco Matteo Chiantore, dall’assessora al Commercio Gabriella Colosso, dal direttore di Confesercenti Torino Carlo Chiama e dagli esperti di Arecom – la società di consulenza incaricata – Ermanno Torre, Cinzia Reina e Barbara Scandella.
Si chiama "Valore urbano" e promette di riportare vita nel centro storico: via Arduino, il Borghetto, piazza Gioberti, via Guarnotta, via Gozzano e le strade laterali che salgono verso il Castello e il Castellazzo, fino a vicolo dell’Orso.
L’idea - spiegano - è semplice nella teoria: coinvolgere commercianti, cittadini e operatori economici in un percorso di coprogettazione. Cinque incontri, uno al mese fino a luglio, sempre di lunedì alle 18, a partire dal 23 marzo in Sala Santa Marta. Uscite sul territorio, gruppi di lavoro, micro-progettualità. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una proposta condivisa, evitando che il percorso diventi il luogo della polemica.
A settembre la proposta operativa da presentare alla città durante la Settimana della mobilità.
Sul tavolo ci sono anche 120 mila euro già stanziati dal Comune, contributi fino a 20 mila euro per nuove aperture o ampliamenti.
Il punto di partenza è noto a chiunque passi di lì: la desertificazione commerciale. Desertificazione, peraltro, che non riguarda solo il centro ma tutta la città come peraltro dice specificamente una indagine della Camera di Commercio di Torino che guarda alle aperture e chiusure del 2025 .
Il lavoro preparatorio è iniziato già nel 2025 con sopralluoghi, analisi normative e una mappatura di tutte le attività presenti. La prima parte di via Arduino resiste, abbastanza vivace, poi le luci si diradano e le saracinesche chiuse aumentano. Succede lo stesso in via Gozzano: a un certo punto si fa fatica ad arrivare fino in fondo. Il problema principale non è un mistero: i locali sfitti, concentrati soprattutto nella parte finale della via.
E infatti il progetto prova ad affrontarlo parlando con i proprietari degli immobili e immaginando come rendere l’area più attrattiva per nuove attività. Non solo incentivi economici ma anche interventi sullo spazio pubblico: arredo urbano, sicurezza e illuminazione. Illuminazione non solo funzionale – spiegano i tecnici di Arecom – ma anche “quasi artistica”, capace di accompagnare il passaggio lungo la via come un gioco di luci che inviti a percorrerla.
Fin qui tutto ragionevole. Si studia il problema, si ascoltano gli operatori, si prova a costruire una strategia condivisa. L’idea stessa del percorso è quella di sedersi attorno a un tavolo con chi la città la vive ogni giorno. Non lezioni frontali, assicurano i consulenti, ma confronto tra pari. I partecipanti saranno divisi in gruppi di lavoro per ragionare su identità della via, attività da attrarre negli spazi sfitti e persino su uno storytelling territoriale capace di rendere il centro più appetibile.
Poi però arrivano le parole della politica. E lì, come spesso accade, la scena diventa interessante.
Il sindaco Matteo Chiantore ha detto una cosa che suona anche condivisibile: non è vero che tutto dipende dal parcheggio. Quando ci sono idee e attività interessanti la gente è disposta a fare qualche passo in più. Ha persino usato un’immagine efficace: "per un buon ristorante si scalano anche le montagne".
Di sottofondo: guai a toccare i parcheggi. O meglio, guai a toccare le strisce blu.
Nessuno, va detto, ne ha parlato davvero. Non era il tema della conferenza. Non c’era un progetto di rivoluzione della sosta. Eppure la prima cautela è stata proprio quella: mettere le mani avanti. È una specie di riflesso condizionato della politica locale. Si può parlare di rigenerazione urbana, di identità del centro, di nuove attività, perfino di storytelling territoriale. Ma se per caso qualcuno immagina di ridurre un parcheggio, scatta l’allarme preventivo.
È un po’ come voler cambiare il futuro della città ma assicurandosi prima che nessuno tocchi il presente.
Ancora più disarmante l’ovvietà elevata a proposta dell’assessora Gabriella Colosso. Ha spiegato che tra le richieste emerse nelle ricerche sulla sicurezza – tema su cui ha lavorato anche con la delega alle Pari opportunità – c’è una maggiore illuminazione, soprattutto per far sentire più tranquille le donne che attraversano il centro storico.
Ed è qui che la politica riesce nel piccolo miracolo di dire una cosa tanto vera quanto sorprendente nella sua banalità: di notte le strade devono essere illuminate.
È difficile darle torto. Ma viene anche da chiedersi se davvero servissero sopralluoghi, mappature, tavoli di coprogettazione e cinque incontri per arrivare a questa conclusione.
Intendiamoci: coinvolgere commercianti e cittadini non è mai una cattiva idea, e mettere risorse pubbliche – anche poche – per riaprire negozi nel centro storico è meglio che limitarsi a osservare le saracinesche chiuse.
Il problema non è l’iniziativa in sé. È il linguaggio che la circonda.
Rigenerazione, storytelling urbano, micro-progettualità: parole che riempiono le sale conferenze ma spesso faticano a riempire i negozi vuoti.
La sensazione, uscendo dalla Sala dorata, era che Ivrea abbia davvero bisogno di ridare vita al suo centro. Ma anche che la città non aspetti tanto nuove parole quanto decisioni vere.
E magari qualche luce accesa. Non artistica. Proprio accesa. Non solo in centro, un po' ovunque.


C’è poi un dubbio che rimane sospeso.
Si parte dal presupposto che il problema sia l’arredo urbano, o comunque qualcosa che si possa aggiustare con qualche intervento materiale: una luce in più, un elemento decorativo, un progetto di sistemazione dello spazio. Ma qui stiamo parlando della parte più bella di Ivrea. Quella che un turista non si aspetta di trovare e invece trova. Un intreccio di vicoli, scorci e salite che hanno una personalità tutta loro.
È una bellezza particolare, peraltro. Non patinata. Non perfetta. Una bellezza che convive anche con un certo degrado, ma che proprio per questo conserva un carattere autentico. E forse il punto sta lì: non sempre ciò che rende vivo un luogo nasce da un progetto di arredo urbano.
Anni fa si era parlato di trasformare questa parte della città in una sorta di piccola Montmartre. Non un quartiere vetrina, ma un luogo attraversato da artisti, musicisti, persone che portano movimento e curiosità. Non grandi investimenti ma piccoli segnali.
Per esempio, era stata avanzata una proposta molto semplice: rendere più facile la presenza dei musicisti di strada. A Torino, per dire, basta una richiesta attraverso un’app per poter suonare, senza pagare, in determinate aree della città. Una procedura chiara, veloce, quasi naturale. Qui si era chiesto qualcosa di simile, per rendere quelle vie un po’ più vive, un po’ più sorprendenti.
Di quell’idea, però, si è perso traccia.
Ed è un peccato, perché a volte la vitalità di un luogo non arriva dalle micro-progettualità, ma da cose molto più semplici: qualcuno che suona una chitarra in un vicolo, qualche artista che espone, un passaggio inatteso che rallenta il passo di chi cammina.
Prima ancora dei progetti, delle luci artistiche e delle strategie urbane, forse varrebbe la pena chiedersi se quella parte di Ivrea non abbia già dentro di sé – quasi naturalmente – quello che tanti progetti cercano di costruire a tavolino.
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