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12 Marzo 2026 - 23:42
Masoud Pezeshkian
All’alba, nello Stretto di Hormuz, le navi restano ferme. I rimorchiatori attendono ordini, alcune petroliere hanno invertito la rotta verso il largo e i terminali sulla costa segnalano attività ridotta. Nelle stesse ore, sulle piattaforme finanziarie il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari al barile. In questo scenario di tensione, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha pubblicato su X un messaggio che propone una via d’uscita: la fine della guerra in cambio del riconoscimento dei diritti dell’Iran, del pagamento dei danni subiti e di garanzie internazionali che impediscano nuove operazioni militari contro il Paese.
È la prima apertura diplomatica esplicita arrivata da Teheran dall’inizio delle ostilità. Il messaggio del presidente non entra nei dettagli. Non indica l’ammontare delle riparazioni né chiarisce quali strumenti dovrebbero garantire la sicurezza dell’Iran. Ma fissa tre condizioni politiche e segnala un obiettivo preciso: trasformare la crisi energetica globale in una leva negoziale, cercando al tempo stesso riconoscimento politico e compensazioni economiche.

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Nel messaggio compare anche un passaggio che ha ricevuto meno attenzione: Pezeshkian ha chiesto scusa ai Paesi vicini per i danni provocati dai lanci iraniani e ha promesso di interrompere gli attacchi se quei Paesi non metteranno più a disposizione basi o infrastrutture per operazioni militari contro l’Iran. È un linguaggio che indica la volontà di ridurre la tensione. Ma non coincide con la linea dell’apparato militare.
Dentro il sistema di potere iraniano la guerra ha aperto una frattura evidente. Da una parte c’è la leadership politica guidata dal presidente. Dall’altra i Guardiani della Rivoluzione (IRGC, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), la forza militare che risponde direttamente al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Il Consiglio è presieduto da Ali Larijani, figura storica dell’apparato statale. Sopra tutti resta la figura della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che secondo molti osservatori mantiene rapporti stretti con i vertici dei Guardiani della Rivoluzione.
Il risultato è una linea doppia. Dal palazzo presidenziale arrivano segnali di trattativa. Sul terreno continuano lanci di droni, missili e minacce di bloccare completamente il traffico nello stretto.
La strategia iraniana si basa su un principio semplice: colpire i punti vulnerabili del sistema energetico mondiale. L’Iran non ha la stessa capacità militare convenzionale di Stati Uniti e Israele, ma controlla una posizione geografica decisiva. Dallo Stretto di Hormuz passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati nel mondo. Anche una riduzione parziale del traffico è sufficiente a creare tensioni sui mercati.
Negli ultimi giorni la navigazione nello stretto si è ridotta drasticamente. Diverse petroliere sono rimaste in attesa al largo e alcune compagnie hanno scelto rotte più lunghe per evitare l’area. Le minacce di mine navali e droni hanno fatto salire i premi assicurativi per le navi commerciali e spinto molti operatori a sospendere i passaggi. Il risultato si è visto immediatamente sul prezzo del petrolio.
Il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile. Durante alcune contrattazioni giornaliere ha raggiunto valori ancora più alti. Alcuni funzionari iraniani hanno evocato la possibilità di un prezzo vicino ai 200 dollari, uno scenario che gli analisti considerano estremo ma che contribuisce ad aumentare la tensione sui mercati.
Per evitare uno shock energetico più ampio, i Paesi membri della Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA, International Energy Agency) hanno deciso di liberare una parte delle scorte strategiche. La misura riguarda complessivamente 400 milioni di barili, la più grande operazione di questo tipo mai coordinata dall’organizzazione. Gli Stati Uniti hanno annunciato il rilascio di circa 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica di Petrolio (Strategic Petroleum Reserve). Il Giappone ha promesso di immettere sul mercato circa 80 milioni di barili provenienti da riserve pubbliche e private a partire dal 18 marzo.
L’operazione può attenuare la tensione sui prezzi, ma non sostituisce il flusso di petrolio che normalmente attraversa Hormuz. Se il passaggio restasse bloccato per settimane, le scorte servirebbero solo a guadagnare tempo.
Sul fronte opposto, Washington e Gerusalemme hanno inviato segnali non sempre coerenti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha prima chiesto la resa dell’Iran e poi ha sostenuto che la guerra potrebbe terminare presto. Il Pentagono ha informato il Congresso degli Stati Uniti che l’operazione militare costa miliardi di dollari alla settimana. In Israele, il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che le operazioni continueranno senza limiti di tempo.
Le dichiarazioni riflettono due pressioni diverse. Da una parte la strategia militare. Dall’altra il costo economico e politico di un conflitto che ha già spinto verso l’alto i prezzi dell’energia e l’inflazione.
La richiesta di riparazioni avanzata da Teheran ha un significato sia economico sia politico. Da un lato serve a ottenere compensazioni per i danni causati da bombardamenti e sabotaggi contro impianti industriali, infrastrutture civili e depositi energetici. Dall’altro ha un valore simbolico. Se Stati Uniti o Israele accettassero di pagare, riconoscerebbero implicitamente la responsabilità dell’attacco, rafforzando la posizione dell’Iran sul piano diplomatico e interno.
Proprio questa richiesta è la più difficile da accettare per Washington e Gerusalemme, che continuano a definire l’operazione militare come una misura preventiva contro le capacità militari iraniane. Per questo molti osservatori ritengono più realistico un compromesso basato su garanzie internazionali, con un sistema di controlli e verifiche affidato a organismi multilaterali e con il coinvolgimento di Unione Europea, Nazioni Unite e Paesi della regione.
Le prossime settimane dipenderanno da tre fattori principali. Il primo è la durata del blocco nello Stretto di Hormuz. Se il traffico non riprenderà, l’effetto calmierante delle scorte internazionali potrebbe esaurirsi rapidamente. Il secondo riguarda la sicurezza delle infrastrutture energetiche del Golfo Persico. Attacchi contro raffinerie, oleodotti o terminal petroliferi possono ridurre la capacità di produzione e distribuzione. Il terzo fattore è la credibilità dei segnali politici. Anche un annuncio di cessate il fuoco potrebbe far scendere rapidamente il prezzo del petrolio, mentre nuove minacce potrebbero farlo risalire.
Gli economisti ricordano che gli shock energetici si trasferiscono velocemente sull’economia quotidiana. I rincari del petrolio incidono sui trasporti, sui prezzi dei beni alimentari e sul costo dell’energia domestica. Se il prezzo resterà sopra i 100 dollari a lungo, l’inflazione tornerà al centro del dibattito politico in molti Paesi.
La proposta di Pezeshkian indica che a Teheran qualcuno sta valutando il costo di una guerra prolungata. Ma la decisione finale non dipende solo dal presidente iraniano. I Guardiani della Rivoluzione restano determinati a continuare il confronto finché riterranno possibile nuove operazioni militari contro il Paese.
Per ora il conflitto resta sospeso tra due dinamiche opposte. Da una parte la pressione militare e le minacce sul traffico petrolifero. Dall’altra la consapevolezza che il blocco di Hormuz mette a rischio l’equilibrio energetico mondiale.
La proposta iraniana non è una resa. È una mossa negoziale costruita intorno a una leva precisa: il prezzo del petrolio e la vulnerabilità delle rotte energetiche globali.
Le prossime ore diranno se quel segnale verrà raccolto.
Fonti: Agenzia Internazionale dell’Energia, Pentagono, Congresso degli Stati Uniti, Ministero della Difesa di Israele, X, Reuters, Bloomberg, Financial Times, Associated Press, Al Jazeera.
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