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08 Marzo 2026 - 13:15
Un carico degno di un thriller finanziario - 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e nove chilogrammi di lingotti d’oro - fermato lungo una delle rotte più sensibili del continente: quella che collega l’Unione europea a un Paese in guerra. È su questa linea di frontiera, dove si incrociano finanza, diplomazia e conflitto, che è esploso il caso che nelle ultime ore ha riacceso le tensioni tra Budapest e Kiev.
Secondo quanto comunicato ufficialmente dalla National Tax and Customs Administration ungherese (NAV), l’episodio risale al 5 marzo scorso. Al centro della storia ci sono due furgoni portavalori diretti verso l’Ucraina, intercettati dalle autorità ungheresi mentre attraversavano il Paese.
La vicenda, che trova conferma in fonti internazionali e rilanciata anche dalla stampa russa, si sviluppa su due piani paralleli. Da un lato c’è l’indagine penale avviata dalle autorità ungheresi per sospetto riciclaggio di denaro; dall’altro la reazione durissima di Kiev, che rivendica la piena legittimità dell’operazione e accusa Budapest di aver sequestrato beni statali.
Se Budapest parla apertamente di sospetto riciclaggio, Kiev offre una lettura completamente diversa dei fatti. La banca statale ucraina Oschadbank ha infatti dichiarato che i due veicoli stavano effettuando un trasferimento finanziario perfettamente legale, destinato a garantire liquidità al sistema bancario del Paese.
L’istituto ha spiegato che “il trasporto dei valori è stato effettuato nell’ambito di accordi internazionali tra istituzioni finanziarie e nel pieno rispetto delle normative europee e doganali”, citando tra i partner coinvolti anche la banca austriaca Raiffeisen Bank International. Secondo Oschadbank, i furgoni erano regolarmente autorizzati e scortati, e il denaro era destinato a sostenere la stabilità del sistema finanziario ucraino, messo sotto pressione dalla guerra.
La reazione del governo di Kiev è stata immediata e molto dura. Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha dichiarato: “Le autorità ungheresi hanno di fatto sequestrato beni appartenenti allo Stato ucraino e trattenuto illegalmente cittadini ucraini impegnati in un trasporto bancario regolare”. L’Ucraina ha quindi avviato consultazioni diplomatiche urgenti con Budapest e con diversi partner europei, chiedendo chiarimenti sull’operazione.
Nel frattempo, è arrivato un aggiornamento importante da Oschadbank, che ha fatto sapere: “I dipendenti della divisione trasporto valori sono tornati in Ucraina. Continueremo a lavorare con le autorità e i partner internazionali per ottenere la restituzione dei veicoli e dei valori confiscati”. Il destino del denaro e dei lingotti, tuttavia, rimane ancora incerto.
L’intero episodio si inserisce in un momento di fortissima tensione politica tra Ungheria e Ucraina. Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha infatti sostenuto che il flusso di contante diretto verso Kiev attraverso il territorio ungherese sarebbe molto più ampio di quanto emerso da questo caso. Secondo il ministro, dall’inizio del 2026 sarebbero transitati verso l’Ucraina: oltre 900 milioni di dollari, circa 420 milioni di euro e 146 chilogrammi di lingotti d’oro.
Szijjártó ha commentato la vicenda affermando che “l’Ungheria ha il diritto e il dovere di verificare l’origine e la destinazione di flussi finanziari di questa entità”.
Il caso ha avuto ampia eco anche nello spazio mediatico russo. Il quotidiano economico Kommersant ha ricostruito i dettagli dell’operazione e dell’arresto dei cittadini ucraini, soffermandosi sul possibile coinvolgimento dell’ex ufficiale dell’intelligence. Il portale Gazeta.ru ha diffuso le immagini del denaro e dei lingotti sequestrati, rese pubbliche dalle autorità ungheresi, mentre RBC ha raccontato la vicenda sottolineando la dimensione finanziaria dell’operazione e il netto contrasto tra le versioni di Budapest e Kiev: un esempio delle zone d’ombra che circonderebbero l’economia ucraina durante il conflitto, anche se finora non sono emerse prove definitive di attività illegali.
Quanto accaduto si inserisce in un rapporto già complesso tra i due Paesi. Il governo del premier ungherese Viktor Orbán è da tempo tra i più critici all’interno dell’Unione europea nei confronti delle politiche di sostegno militare e finanziario all’Ucraina. Secondo quanto riportato da Reuters, AP News e dal britannico The Guardian, le tensioni tra Budapest e Kiev riguardano diversi dossier sensibili: il sostegno europeo all’Ucraina, le sanzioni contro la Russia, le questioni energetiche e la situazione della minoranza ungherese in Transcarpazia.
In questo scenario già segnato da diffidenze reciproche, il sequestro dei portavalori rischia di trasformarsi in un nuovo capitolo della crisi diplomatica tra Budapest e Kiev.
Al momento i fatti accertati sono pochi ma rilevanti.
Per ora il denaro e i lingotti restano sotto sequestro in Ungheria, mentre governi, istituzioni finanziarie e servizi di intelligence europei continuano a seguire con attenzione una vicenda che, partita come un controllo alla frontiera, rischia di assumere un significato molto più ampio.
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