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Cronaca

Fontaneto Po, l’autovelox che fa correre… gli avvocati. Più di cento ricorsi

Fontaneto Po, il paese che rischia di diventare il centro piemontese dei ricorsi: autovelox approvati ma non omologati mettono a rischio decine di multe e obbligano l'amministrazione a provarne la regolarità

Fontaneto Po, l’autovelox che fa correre… gli avvocati. Più di cento ricorsi

Fontaneto Po, l’autovelox che fa correre… gli avvocati. Più di cento ricorsi

C’è un piccolo comune nel Vercellese che rischia di diventare la capitale piemontese dei ricorsi contro gli autovelox. Si chiama Fontaneto Po. Pochi abitanti, campagna, strade tranquille e un nome che fino a ieri diceva poco o nulla fuori dalla provincia. Oggi invece rischia di circolare parecchio. Non per il turismo, non per il riso, ma per un oggetto molto più moderno: un autovelox.

E soprattutto per i ricorsi che stanno arrivando.

Perché quando un avvocato dice, con calma olimpica, che potrebbe arrivare a un centinaio di ricorsi, la faccenda smette di essere un caso isolato e diventa qualcosa di molto più interessante. A dirlo è l’avvocato Massimo Ceccanti, che da tempo si occupa di contestazioni di multe e sanzioni stradali.

«Solo per Fontaneto – ci spiega – con i clienti che sto seguendo potrei arrivare ad un centinaio».

Non uno o due, non dieci. Un centinaio.

Tradotto: qualcosa non torna.

Perché il problema non è la multa in sé. Le multe esistono da sempre e nessuno si stupisce se un autovelox scatta quando qualcuno supera il limite di velocità. Il punto è un altro. Il punto è capire se quel sistema che fotografa gli automobilisti è perfettamente in regola oppure no. Perché se non lo è, la multa rischia di finire direttamente nel cestino del tribunale.

E negli ultimi mesi questo sta succedendo sempre più spesso.

C’è infatti una questione che sta agitando tribunali, avvocati e amministrazioni comunali in mezza Italia. Una questione che sembra tecnica ma che in realtà ha conseguenze molto concrete per chi guida e per chi incassa le sanzioni. Parliamo della differenza tra approvazione e omologazione degli autovelox.

Per anni molti hanno fatto finta che fossero la stessa cosa. Non lo sono.

L’omologazione è la procedura tecnica che certifica che uno strumento funzioni correttamente, che sia preciso e che misuri davvero la velocità senza errori. L’approvazione invece è un passaggio amministrativo molto diverso. E secondo la giurisprudenza più recente, compresa quella della Cassazione, le due cose non sono affatto equivalenti.

In altre parole: un autovelox approvato ma non omologato potrebbe non essere sufficiente per multare qualcuno.

E questa non è una teoria.

Lo dimostra una sentenza del Giudice di Pace di Torino, il magistrato Luigi Marino, che ha annullato una lunga serie di verbali elevati per eccesso di velocità. Nel procedimento, promosso da un automobilista assistito dall’avvocato Massimo Ceccanti, il tribunale ha esaminato decine di sanzioni e ha rilevato un punto decisivo: l’apparecchiatura utilizzata per rilevare la velocità risultava approvata ma non omologata.

Un dettaglio? Tutt’altro.

Durante il processo la Prefettura di Torino, costituitasi in giudizio, ha difeso la legittimità del dispositivo sostenendo che approvazione e omologazione fossero sostanzialmente equivalenti. Secondo l’amministrazione, infatti, l’articolo 192 del regolamento di esecuzione del Codice della strada consentirebbe l’utilizzo degli apparecchi anche se semplicemente approvati.

Nella memoria difensiva si legge infatti che «l’art. 192 del regolamento di esecuzione, nel definire la procedura per l’autorizzazione alla commercializzazione del prodotto, manifesta l’equivalenza dei due termini», e che quindi «una volta approvati, i dispositivi possono essere utilizzati per l’accertamento delle violazioni parimenti a quelli omologati».

Una tesi che però il giudice non ha condiviso.

Proprio su questo punto il Giudice di Pace di Torino ha accolto il ricorso e annullato gli atti impugnati. Nella decisione si ricorda infatti che, secondo l’orientamento più recente della giurisprudenza, l’accertamento dell’infrazione non può basarsi su dispositivi che non siano stati regolarmente omologati.

La sentenza richiama anche una pronuncia della Cassazione, che ha chiarito definitivamente il punto: approvazione e omologazione sono procedure diverse per natura e finalità. Senza l’omologazione ministeriale prevista dal Codice della strada, il verbale può essere annullato.

Ma c’è un passaggio della decisione che rende la vicenda ancora più interessante.

Il giudice sottolinea infatti che spetta alla pubblica amministrazione dimostrare l’esistenza dell’omologazione dello strumento utilizzato. Non è l’automobilista a dover dimostrare che l’apparecchio non funziona o che la rilevazione è sbagliata. È l’ente che ha emesso la multa – Comune o Prefettura – a dover provare che l’autovelox è stato effettivamente omologato secondo le procedure previste dalla legge.

In altre parole, quando un cittadino contesta una sanzione, la pubblica amministrazione deve essere in grado di esibire la documentazione che attesti l’omologazione del dispositivo utilizzato per rilevare la velocità.

Se questa prova non viene fornita, la sanzione non regge.

È un principio giuridico tutt’altro che secondario. Significa che nei procedimenti davanti ai giudici non basta affermare che l’autovelox è regolare: bisogna dimostrarlo con atti e certificazioni precise. In assenza di questa documentazione, il verbale può essere annullato.

Capite bene cosa significa questo quando si parla di autovelox installati lungo le strade di mezzo Paese.

Perché le multe non sono un episodio isolato. Sono un sistema. Un sistema che negli ultimi anni è diventato una delle entrate più sicure per molti Comuni italiani. Basta guardare i bilanci municipali: le sanzioni per violazioni del codice della strada sono ormai una voce stabile, prevedibile, quasi programmabile.

Un autovelox nel punto giusto può diventare una macchina perfetta. Non serve aumentare le tasse, non serve inventarsi nuove imposte. Basta installare il dispositivo e aspettare che le fotografie comincino ad arrivare.

Naturalmente tutto questo ha un senso se lo scopo è la sicurezza stradale. Ed è quello che sostengono tutte le amministrazioni quando difendono i controlli elettronici della velocità.

Il problema nasce quando gli automobilisti cominciano a chiedersi se quell’apparecchio è davvero in regola.

E a quel punto partono i ricorsi. Uno, due, dieci. Poi cinquanta. Poi cento.

Ed eccoci di nuovo a Fontaneto Po.

Un paese piccolo che all’improvviso si trova al centro di una questione molto più grande di lui. Perché se davvero gli studi legali dovessero presentare decine e decine di ricorsi, il caso rischierebbe di trasformarsi in un piccolo terremoto amministrativo. Ogni ricorso significa una multa contestata. Ogni multa contestata significa un procedimento davanti a un giudice.

È così che spesso funziona il diritto: il primo cade, poi cadono gli altri.

Intanto gli automobilisti osservano, fanno i conti, parlano tra loro. C’è chi paga e chi decide di tentare la strada del tribunale.

Poi, come sempre, sarà un giudice a stabilire chi ha ragione.
Ma nel frattempo Fontaneto Po rischia di diventare il simbolo di una domanda che ormai circola in tutta Italia: quante multe degli autovelox sono davvero inattaccabili?

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