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Scandaloso. L'Asl To4 non si costituisce "parte civile" nel processo "Fasson"

Nel primo processo nato dalla maxi inchiesta sulla To4 l’azienda sanitaria non si costituisce parte civile. Dopo gli annunci di “linea durissima”, l’assenza in aula pesa più di qualsiasi dichiarazione

Scandaloso. L'Asl To4 non si costituisce "parte civile" nel processo "Fasson"

Carla Fasson e Libero Tubino

C’è un momento in cui le istituzioni si rivelano per quello che sono davvero. Non quando parlano. Non quando scrivono comunicati stampa. Quando scelgono se esserci.

Succede in Tribunale a Ivrea dove si sta celebrando il processo sull’accesso "disinvolto" ai sistemi informatici dell’Asl To4. Non una disputa privata. Non una lite di corridoio. Si discute di badge, di controlli interni, di dati custoditi da un ente pubblico. Imputati: Carla Fasson e Giulio Meinardi. Persona offesa: Libero Tubino. Un procedimento figlio diretto della maxi inchiesta sulla sanità.

Bene! E l’Asl To4? Assente.

Non si è costituita parte civile. Non rivendicherà un danno. Non tutelerà formalmente la propria immagine. Non difenderà in aula ciò che a parole aveva promesso di difendere con fermezza assoluta.

E dire che a suo tempo il direttore Luigi Vercellino aveva parlato di linea durissima. L’avvocato Andrea Castelnuovo aveva assicurato che l’ente si sarebbe costituito contro chiunque avesse arrecato un danno economico o d’immagine. Parole nette. Muscolari. Rassicuranti.

Ma le parole non depositano atti. Non prendono posto tra le parti civili. Non sostengono un’accusa.

Qui non è in discussione la colpevolezza di Carla Fasson. La stabilirà il giudice. Qui è in discussione la credibilità della sanità pubblica quando promette rigore.

La giustificazione ufficiale è di quelle che fanno tremare i polsi: non siamo stati avvisati. La notifica non è arrivata. Lo abbiamo saputo dai giornali.

Un’azienda sanitaria che scopre dalla stampa l’avvio di un processo in cui è persona offesa dovrebbe suscitare un moto di indignazione istituzionale. Invece produce una scrollata di spalle amministrativa.

Se è vero, siamo davanti a un ente che non presidia nemmeno i procedimenti che lo riguardano. Se non è vero, siamo davanti a un ente che ha scelto di non esporsi.

In entrambi i casi il risultato è lo stesso: l’interesse pubblico non ha un avvocato in aula.

Costituirsi parte civile non è un vezzo formale. È un atto politico nel senso più alto del termine. Significa affermare che l’istituzione si ritiene danneggiata e chiede conto. Significa dire ai cittadini: se qualcuno ha messo le mani dove non doveva, noi siamo i primi a pretendere chiarezza.

Non farlo è un messaggio altrettanto chiaro: la priorità non è quella.

In quell’aula i ruoli si intrecciano. Imputati che in altri filoni sono persone offese. Persone offese che altrove sono imputati. Testimoni che attraversano procedimenti paralleli. È un equilibrio delicato, un sistema che si osserva allo specchio. Esporsi significa rompere simmetrie. Significa scegliere.

E la sanità pubblica italiana, quando deve scegliere, troppo spesso preferisce amministrare l’equilibrio invece che affermare un principio.

Il vero problema non è l’assenza in sé. È il modello che rivela. È la cultura della cautela permanente. È la prudenza che diventa inerzia. È la retorica della trasparenza che evapora quando la trasparenza comporta conflitto.

Per mesi si è parlato di immagine da difendere. Ma l’immagine non si difende con le dichiarazioni. Si difende nei tribunali. Si difende assumendo una posizione, anche scomoda.

Luigi Vercellino

Luigi Vercellino, direttore generale Asl To4

Attendere il “processo grande” suona come una strategia attendista. Come se la tutela dell’ente fosse proporzionata al peso mediatico del procedimento. Ma la coerenza non è selettiva. O c’è sempre, o non c’è mai.

Se davvero qualcuno ha violato i sistemi dell’Asl To4, il danno esiste a prescindere dal numero di imputati. Se invece il danno non è così rilevante da meritare una costituzione immediata, allora le dichiarazioni di fermezza erano solo "fuffa".

Ed è qui che la questione diventa più ampia, più scomoda, più politica.

La sanità pubblica vive di fiducia. È finanziata dai cittadini. Chiede sacrifici, impone regole, pretende rispetto delle procedure. Ma la credibilità è un contratto morale: vale solo se le Istituzioni per prime si sottopongono allo stesso rigore che chiedono agli altri.

Quando un’azienda sanitaria promette battaglia e poi resta fuori dall’aula, il problema non è giudiziario. È culturale. È l’idea che la stabilità interna valga più della chiarezza esterna. È la tentazione di proteggere il sistema anziché l’istituzione.

Non è questione di colpe individuali. È questione di responsabilità collettiva.

In questa storia la domanda non è soltanto chi abbia avuto accesso a un sistema informatico. La domanda è più radicale: chi difende davvero l’interesse pubblico quando l’interesse pubblico rischia di diventare scomodo?

Perché nella sanità, come nella politica, la credibilità non si misura dalle parole pronunciate nei giorni dell’emergenza. Si misura nei silenzi dei giorni ordinari.

E nell'Asl To4, quel silenzio, pesa più di qualsiasi accusa.

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