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Etiopia ed Eritrea verso una nuova guerra? Droni sul Tigray, voli sospesi e truppe ai confini

Scontri a Tselemti, attacchi attribuiti alle Forze di difesa nazionali etiopi (ENDF), stop ai collegamenti per Mekelle e tensione sull’accesso al Mar Rosso: la fragile pace del 2022 è di nuovo a rischio nel Corno d’Africa

Etiopia ed Eritrea verso una nuova guerra? Droni sul Tigray, voli sospesi e truppe ai confini

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Enticho si è svegliata con un’esplosione. Nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 2026, tra le alture del Tigray, un drone ha colpito due camion lungo la strada verso Gendebta, nell’Ahferom woreda. Un autista è morto, il suo assistente è rimasto ferito. Le autorità locali hanno attribuito l’attacco alle Forze di difesa nazionali etiopi (ENDF). Le immagini circolate nelle ore successive hanno mostrato telai piegati e lamiere bruciate. Il governo federale non ha fornito una versione dettagliata. Sui canali vicini ad Addis Abeba è comparsa l’accusa che i mezzi trasportassero armi, ma non ci sono verifiche indipendenti.

Quasi in contemporanea, Ethiopian Airlines ha sospeso i voli per Mekelle, Axum, Shire e Humera, parlando di “circostanze impreviste”. A Mekelle il personale aeroportuale è stato invitato a restare a casa. Le banche hanno registrato file per ore. La popolazione ha letto quei segnali come l’anticipo di qualcosa di più grande. Operatori umanitari e residenti hanno riferito di droni tornati a sorvolare la regione e di movimenti militari nelle aree occidentali, dove le linee di controllo sono rimaste fragili dopo la guerra del 2020-2022. L’Unione Africana (UA) ha chiesto “massima moderazione” e il rispetto dell’Accordo di cessazione delle ostilità (COHA, Cessation of Hostilities Agreement) firmato a Pretoria nel novembre 2022.

Nei giorni successivi, Addis Abeba ha dispiegato truppe e artiglieria ai margini del Tigray. In parallelo, si sono moltiplicate le voci su contatti tra Asmara e settori delle forze tigrine, un’ipotesi che avrebbe ribaltato gli schieramenti visti durante il conflitto. Il contesto resta segnato da un bilancio umano che diverse stime indipendenti hanno collocato intorno alle 600mila vittime nel Tigray tra il 2020 e il 2022. È su questa eredità che si è riaccesa la tensione tra Etiopiaed Eritrea.

Il nodo strategico è l’accesso al mare. L’Etiopia, oltre 130 milioni di abitanti, è rimasta senza sbocco nel 1993, quando l’Eritrea ha ottenuto l’indipendenza con i porti di Assab e Massaua. Da allora Gibuti è stato il principale canale commerciale etiope. Il primo ministro Abiy Ahmed ha definito l’accesso al Mar Rosso una questione esistenziale e il 14 febbraio 2026, intervenendo alla tribuna dell’Unione Africana, ha ribadito la necessità di una soluzione. In passato ha parlato di opzione pacifica, ma ad Asmara le sue parole sono state percepite come una pressione diretta. Il presidente Isaias Afwerki ha mantenuto una linea di fermezza. Sullo sfondo pesano anche le tensioni legate alla Grande diga del Rinascimento etiope (GERD, Grand Ethiopian Renaissance Dam) sul Nilo Azzurro, che coinvolgono Egitto e Sudan.

Il Tigray è rimasto la cerniera instabile tra questi interessi. Dopo la firma del COHA, le divisioni interne al Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF) e le dispute territoriali con la regione Amhara hanno rallentato l’attuazione dell’accordo. A fine gennaio sono stati segnalati scontri nell’area di Tselemti, nel Tigray occidentale. A distanza di ore sono arrivati gli attacchi con droni. L’uso di velivoli armati in contesti abitati ha già provocato centinaia di vittime civili in diversi Paesi africani negli ultimi anni, e l’Etiopia è stata tra i casi più documentati da organizzazioni per i diritti umani. Il problema non riguarda solo la tecnologia ma le responsabilità lungo la catena di comando e la trasparenza sulle operazioni.

In questo quadro, l’accesso all’informazione si è ridotto. Durante il vertice dell’Unione Africana del 14-15 febbraio 2026 ad Addis Abeba, le autorità non hanno rinnovato le accredita­zioni a giornalisti di Reuters, dopo un’inchiesta sui presunti legami militari tra l’Etiopia e le Rapid Support Forces (RSF) in Sudan. Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha parlato di un modello preoccupante di restrizioni. Negli ultimi mesi il regolatore dei media ha sospeso licenze e fermato testate, tra cui Addis Standard. Human Rights Watch ha denunciato arresti arbitrari e pressioni sui reporter. Il risultato è una copertura limitata proprio mentre sarebbe necessario verificare numeri su sfollati, vittime e accesso agli ospedali.

A Mekelle, nei giorni successivi agli attacchi, i contanti sono finiti più volte agli sportelli. I pullman per Addis Abebasono andati esauriti in poche ore. Le organizzazioni umanitarie hanno lavorato con margini ridotti e accessi incerti. Il timore è che una nuova escalation renda strutturale la chiusura di voli e strade, compromettendo corridoi sanitari e rifornimenti.

La sequenza tra il 29 e il 31 gennaio 2026 è stata rapida: scontri nell’area di Tselemti, attacchi con droni tra Enticho e Gendebta, sospensione dei collegamenti aerei, dispiegamenti militari ai confini del Tigray, appello dell’Unione Africana al rispetto del COHA. Resta aperta la domanda sul perché ora. La pace del 2022 ha fermato le ostilità su larga scala ma non ha risolto disarmo, reintegrazione dei combattenti, amministrazione delle aree contese e meccanismi di verifica indipendente. La competizione regionale nel Corno d’Africa, con il Sudan in guerra e le RSF al centro di reti transfrontaliere, ha aumentato la diffidenza. L’economia etiope, alle prese con inflazione e ricostruzione, ha riportato al centro il dossier logistico e portuale.

Il rischio è che la disputa sull’accesso al Mar Rosso diventi la leva di una nuova fase di confronto armato. Una de-escalation concreta si misurerebbe con il ritiro dell’artiglieria dalle aree sensibili, la riapertura graduale dei voli, dichiarazioni congiunte tra Etiopia ed Eritrea sull’uso della forza e passi verificabili sull’attuazione del COHA con monitoraggio indipendente. Senza questi segnali, l’accordo di Pretoria rischia di restare un documento formale. Con essi, il Tigray potrebbe evitare di tornare al punto di partenza.

Fonti: Unione Africana, Ethiopian Airlines, Committee to Protect Journalists, Human Rights Watch, dichiarazioni pubbliche di Abiy Ahmed, documenti dell’Accordo di Pretoria (COHA).

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