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Attualità
25 Febbraio 2026 - 18:32
Dal consenso al dissenso: una battaglia di civiltà
Presentare un testo come questo significa assumersi una responsabilità: quella di accompagnare il lettore dentro parole che non cercano consenso facile, ma coscienza.
Ottavia Mermoz della Casa delle donne, affronta un tema che attraversa l'attualità politica, giuridica e culturale con lucidità e coraggio. Lo fa senza indulgere alla retorica, ma mettendo al centro una questione essenziale: il significato profondo del consenso e le conseguenze concrete delle sue interpretazioni.
Il suo è un contributo che invita a riflettere, a discutere, forse anche a prendere posizione. Ed è proprio questo che rende necessario leggerlo fino in fondo.
Liborio La Mattina
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Siamo vicini all’8 marzo e quest’anno il tema quasi unico riguarderà Consenso/Dissenso. Parliamone anche noi.
Due donne importanti, la premier e la segretaria del più grande partito di opposizione, avevano deciso un emendamento radicale all’articolo del codice penale sulla violenza sessuale (609 bis per chi vuole approfondire).
Ossia: “chiunque compia atti sessuali senza il consenso libero e attuale è punito”.
Libero ed esplicito, senza condizionamenti di sorta, o che possa essere dedotto dal silenzio o da comportamenti ritenuti ambigui.
Attuale, presente nel momento stesso in cui l’atto avviene, in modo da spostare il focus dalla presenza della violenza alla volontà effettiva della vittima.
Viene affermato il diritto inviolabile di ogni persona di decidere del proprio corpo e, trattandosi di donne, si chiama autodeterminazione.
Quella cosa che dà tanto fastidio ai benpensanti e ai cultori del patriarcato, a partire dalla legge 194 sulla interruzione di gravidanza.
Il voto alla Camera è stato bipartisan: 227 sì il 19 novembre 2025, in attesa di passare alla Commissione Giustizia del Senato.

E qui avviene il ripensamento da parte di un’altra donna, l’avv. Buongiorno, presidente della Commissione in quota Lega.
La nuova scrittura: “chiunque contro la volontà di una persona compia nei confronti della stessa atti sessuali, la volontà contraria deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto”.
Ovvero si passa dal consenso a un dissenso che verrà valutato dal giudice, tenendo conto della situazione in cui avviene. Un ritorno alla vittimizzazione secondaria.
Nel primo caso a difendersi del reato commesso è chi lo compie; nel secondo è la vittima a dover dimostrare il dissenso, aprendo il campo a considerazioni come quella dei jeans così difficili da sfilare… senza un aiuto.
O ancora le 1675 domande di un avvocato non per capire cosa fosse oggettivamente successo, ma per scandagliare ogni aspetto dell’identità della vittima, della sua sessualità ed emotività, metterne in dubbio la credibilità per screditarla.
Nell’aria delle corti di giustizia sembra perdurare lo stereotipo secondo il quale, se la donna non vuole, è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale (Istat 39,3%).
Oppure che, se la donna è ubriaca, sia in parte responsabile (15,1%).
Infine, che il no mascheri per pudore o ritegno l’assenso. Pochi (7,2%), ma ancora troppi legati a una visione di comodo, anacronistica.
Del resto è recente (1996) che la violenza sessuale e gli atti di libidine violenta vengano spostati dai delitti contro la moralità pubblica e il buon costume ai delitti contro la libertà personale.
Eliminando il matrimonio riparatore per chi voleva evitare la pena.
Consenso/Dissenso rappresentano due mondi a confronto:
• Il primo, dove la donna è libera, soggetto di diritti nella vita sociale e nelle attività lavorative, consapevole di sé stessa e del suo valore.
• Il secondo, quello del patriarcato, che alla donna assegna non un ruolo ma una funzione: procreare e dare piacere.
Purtroppo il secondo mondo ci avvolge, si insinua fra noi e lo dimostrano gli stereotipi di genere, condivisi dagli stessi ragazzi che ritengono essere amore il possesso e la sessualità potere.
Ne consegue che le giuste campagne pubbliche dell’8 marzo sul tema della violenza debbano essere accompagnate dalla richiesta di attivare nella scuola corsi curriculari di affettività e sessualità.
Perché non succeda che una ragazza di 17 anni, che non ci sta, venga presa a pugni e buttata in una roggia come uno scarto, dall’amico di 19 anni.
L’indignazione non è più sufficiente: occorre individuare le cause per destrutturare realtà individuali fondate su stereotipi cari al patriarcato.
Dobbiamo proteggere le donne, ma anche gli adolescenti, a partire da sé stessi.
Ottavia Mermoz,
Casa delle donne, Ivrea
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