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Cresci Piemonte, Deambrogio all’attacco: “È il trionfo della vergogna comune”

Il segretario regionale PRC-SE accusa Cirio e Lo Russo di aver smantellato la pianificazione pubblica con l’asse PD–Lega: “Altro che semplificazione, così si tradisce la lezione di Astengo e si spalancano le porte alla speculazione”

Cresci Piemonte, Deambrogio all’attacco: “È il trionfo della vergogna comune”

Alberto Deambrogio

Mentre nei palazzi si brinda al “trionfo del dialogo”, fuori dall’aula resta l’impressione di una resa silenziosa. Per Alberto Deambrogio, segretario regionale PRC-SE Piemonte e Valle d’Aosta, l’approvazione della legge “Cresci Piemonte” non è una pagina di buona politica, ma un passaggio che segna uno spartiacque: “non è efficienza, è la capitolazione della pianificazione pubblica”. Parole che pesano, perché chiamano in causa non solo un provvedimento tecnico, ma l’idea stessa di governo del territorio.

Secondo Deambrogio, sotto l’etichetta rassicurante della semplificazione si consuma uno svuotamento progressivo delle regole. La riduzione dei poteri della conferenza di copianificazione e il dimezzamento dei tempi per le varianti urbanistiche vengono presentati come strumenti per accelerare lo sviluppo. Ma accelerare cosa, e per chi? La sensazione, denuncia il segretario di Rifondazione, è che si stiano allargando le maglie proprio laddove servirebbero rigore, visione e controllo pubblico. “Non sono semplificazioni – sostiene – ma varchi aperti a chi vuole costruire senza l’ingombro di un confronto vero”.

Il dato politico è ancora più significativo. Centrodestra e centrosinistra trovano un terreno comune quando si tratta di intervenire sulle regole urbanistiche. Lega e Partito Democratico votano nella stessa direzione, con Cirio e Lo Russo che, pur su fronti opposti, finiscono per condividere una scelta che ridisegna gli equilibri tra pubblico e privato. È qui che l’attacco di Deambrogio si fa più duro: quella che viene raccontata come responsabilità istituzionale appare, ai suoi occhi, come una saldatura che sacrifica la qualità democratica in nome della velocità.

Il rischio evocato è quello di un’“urbanistica del fatto compiuto”, dove il tempo del confronto si restringe e la pianificazione si piega alle esigenze della rendita. In una regione già segnata da consumo di suolo, aree dismesse e periferie in cerca di rigenerazione, l’idea di crescita affidata alla scorciatoia normativa appare, per Rifondazione, un ritorno al passato. Non una visione innovativa, ma la riproposizione di un modello che misura lo sviluppo in metri cubi.

Il richiamo a Giovanni Astengo non è ornamentale. È un atto d’accusa simbolico. Proprio in Piemonte, dove Astengoaveva teorizzato il piano regolatore come baluardo del bene pubblico contro la speculazione, oggi si sceglie di comprimere gli strumenti di controllo e indirizzo. Per Deambrogio, è un tradimento di quella lezione: i Comuni rischiano di trasformarsi in snodi amministrativi che certificano decisioni già orientate altrove, più che in soggetti capaci di guidare lo sviluppo.

“È il trionfo della vergogna comune”, conclude Deambrogio, ribaltando la retorica celebrativa che ha accompagnato il voto. Una formula che fotografa una frattura politica e culturale: da un lato chi rivendica la necessità di rendere il Piemonte più competitivo; dall’altro chi vede in questa legge l’ennesimo passo verso la marginalizzazione dell’interesse collettivo. Sullo sfondo resta una domanda che pesa più del provvedimento stesso: se il futuro del territorio debba essere governato dalla pianificazione pubblica o accompagnato, senza troppe resistenze, dalla forza della rendita fondiaria.

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