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Lo Stiletto di Clio
25 Febbraio 2026 - 16:34
La piazza Vittorio Veneto a Settimo Torinese negli anni Cinquanta del secolo scorso
«Se continui così finirai a fare lo spazzino! Questa era la minaccia quando, adolescente, portavo a casa una pagella accompagnata dal commento: può fare di meglio.» Sennonché, come afferma un vecchio proverbio, ormai «sembra che il meglio sia diventato nemico del bene». Sul quotidiano «Avvenire» di una decina di anni or sono, lo scrittore e filosofo francese Fabrice Hadjadj, cattolico di origini ebraiche, nato a Nanterre, nella banlieue parigina, da genitori tunisini, pubblicò un elogio dei mestieri umili.
Spiega Hadjadj: «Nella pièce teatrale “Cassé” di Rémi de Vos, Federico è vittima di una ristrutturazione aziendale. È scampato a tre campagne di licenziamenti e a due ondate di suicidi che si sono abbattute sulla ditta. Ora, sebbene sia laureato, ha il compito di svuotare le pattumiere.» Bernardo, il suo amico sindacalista, scandalizzato, lo rimprovera: «Dov’è la tua dignità?». «La veemenza con cui glielo chiede – prosegue Hadjadj – viene dalla convinzione che il suo collega sia demoralizzato, sottomesso, schiacciato dal “grande capitale” e probabilmente già sull’orlo del suicidio.

Lo spazzino, un mestiere di lunga tradizione

Uno spazzino d'inizio Novecento
Federico ribatte che sta molto bene, che non è mai stato così bene.» Il suo ragionamento è limpido: «Cominciavo ad averne abbastanza dell’informatica. È talmente disumana, l’informatica. Adesso parlo con le persone, e le persone mi parlano. Non sapevo fino a che punto mi mancasse il contatto umano. Da quando porto giù la spazzatura, ho ritrovato il gusto della vita. […] Avevo muscoli che non funzionavano più e che si rimettono in moto. Da informatico muovevo solamente le dita delle mani. Adesso faccio uso di tutto il mio corpo. Lo ritrovo e credo che non potrei più farne a meno».
La falsa idea che alcuni mestieri siano meno dignitosi di altri è vecchia quanto il mondo. A dire il vero, nei nostri paesi, anticamente, la figura professionale dello spazzino neppure esisteva, essendo la pulizia delle vie demandata alla sensibilità delle singole persone. A Settimo Torinese, ad esempio, i bandi campestri del 1739 imponevano agli abitanti del borgo di tenere pulite le strade. «Nissuno potrà rifiutare di scopare e polire le contrade, quando così li verrà dalla comunità ordinato, e massime quelle in cui sogliono passare le processioni, sotto pena di soldi cinque per caduna volta, oltre la restituzione della somma che verrà pagata a chi avrà quelle scopate in sua vece.»
Malgrado i buoni propositi dei pubblici amministratori, le lamentele per la scarsa pulizia delle strade furono sempre all’ordine del giorno, anche dopo che il Comune di Settimo decise di affidare in appalto il servizio della nettezza urbana. Emblematica, a tale proposito, è la lettera che un bottegaio, tal Francesco Castagneri, scrisse all’intendente generale della Provincia, nella primavera del 1841. L’appaltatore della pulizia – denunciò Castagneri – non solo trascurava di rinfrescare la contrada antistante alla sua bottega di pizzicagnolo – ossia di salumiere e formaggiaio – durante i periodi di siccità, ma neppure si curava di innaffiarla «prima di effettuare le spazzature». La qualcosa – proseguì il ricorrente – «cagiona un polverio che s’introduce sui generi» alimentari in esposizione e rende «insopportabile il soggiorno negl’alloggi» prospicienti la strada.
Il contratto stipulato dal Comune, nel 1892, con i settimesi Cairola e Cravero prevedeva che le strade del borgo venissero pulite ogni giorno «prima delle sei antimeridiane in primavera, estate ed autunno, e in qualunque ora nell’inverno». Il pattume doveva essere rimosso «prima delle dieci antimeridiane, ad eccezione dell’inverno». Nei giorni di mercato, i netturbini erano tenuti a spazzare la piazza non appena gli ambulanti avessero liberato gli spazi assegnati, rimuovendo comunque le immondizie prima di mezzogiorno.
Ovviamente la realtà quotidiana era meno serena di quanto non appaia. «Le vie del paese [...] sono ricettacolo di ogni sorta di rifiuti e di spazzature», riferì nel 1913 la guardia civica Amedeo De Angelis al sindaco Domenico Aragno. «Il fango duro – seguitò – viene lasciato in deposito negli angoli delle vie finché altra pioggia non pensi a scioglierlo [...]. Lo spazzino, ad eccezione della pulizia della via Umberto [l’attuale via Italia], fa rare comparse nelle altre vie. La sporcizia si accumula dando motivo di considerare ogni angolo delle vie [...] deposito di spazzatura.»
I mali di oggi, insomma, hanno origini lontane.
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