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Meno diritti, più armi: tutti in piazza a Ivrea per la “sicurezza”

A Ivrea il Comitato per la Palestina scende in piazza contro riarmo, tagli sociali e repressione: «Si investe in armi mentre qui si muore di lavoro, di precarietà e di disuguaglianze». Sabato 28 febbraio presidio in Piazza Ottinetti, verso la manifestazione regionale del 14 marzo

Meno diritti, più armi: la piazza contesta la “sicurezza”

“Sicurezza”. La parola che domina decreti, conferenze stampa, campagne politiche. La parola che promette protezione. Ma protezione da cosa? E per chi?

A Ivrea la risposta arriva dal Comitato Ivrea per la Palestina, che sta organizzando un presidio per sabato 28 febbraio alle 16 in Piazza Ottinetti. Non una mobilitazione simbolica, ma un atto d’accusa preciso: «Siamo in piena economia di guerra».

Il quadro tracciato è netto. Il 24 febbraio segna il quarto anniversario dall’inasprimento del conflitto in Ucraina. In Palestina e in Sudan si continua a morire. «Continuano genocidio e occupazioni coloniali». E l’Europa, Italia compresa, non arretra. Al contrario si ipotizzano nuove spese militari, persino il ritorno della leva obbligatoria. «Si prepara un grande riarmo», denunciano, parlando di un massacro globale che non si ferma.

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Ma la guerra, sostengono, non è solo altrove. "È anche nelle scelte economiche di casa nostra".

Risorse spostate verso la macchina bellica mentre si svuotano sanità, scuola, trasporti, controlli sul lavoro.

«Si tagliano risorse e si tolgono diritti in Italia per investire in armi finanziando e supportando genocidi e occupazioni coloniali all’estero». È qui che la parola sicurezza cambia volto.

In Italia si muore tre volte al giorno lavorando o andando al lavoro. Non per fatalità. Per assenza di controlli, per organici ridotti, per una macchina statale sotto la media europea. Si accettano condizioni sempre peggiori perché salari fermi da trent’anni e inflazione crescente non lasciano alternative. La precarietà non è un incidente: è un metodo.

Si muore perché si è donna. Ogni tre giorni. Spesso in casa. Spesso per mano di chi avrebbe dovuto proteggere. L’autonomia economica diventa una linea di confine tra libertà e dipendenza. La sicurezza promessa nei decreti non entra nelle case dove si consuma la violenza.

Si muore perché la sanità non è più davvero universale. «Chi non può permettersi la sanità privata vive peggio e muore prima». Liste d’attesa, carenza di personale, servizi ridotti: il diritto alla cura diventa sempre più legato al reddito.

Si muore attraversando il Mediterraneo. Si muore nei CPR, nelle carceri. Si vive sotto il ricatto quotidiano del permesso di soggiorno, costretti ad accettare «le condizioni economiche e lavorative dei peggiori padroni senza scrupoli». Una precarietà giuridica che diventa precarietà esistenziale.

Infine il passaggio più duro che non lascia scampo: «L’immigrato ucciso dal poliziotto che gli chiede il pizzo, la donna uccisa dal compagno da cui dipendeva economicamente, il lavoratore che muore sul lavoro e viene lasciato lì dal padrone che lo sfruttava hanno avuto la sicurezza di non poter vivere bene e di non poter vivere affatto».

È l’immagine di una sicurezza rovesciata. La sicurezza che garantisce solo precarietà, controllo, morte.

E quando si scende in piazza contro tutto questo? Scatta l’allarme. Ordine pubblico. Decreti. Restrizioni.

"Il movimento globale per la Palestina - sostengono gli organizzatori - ha mostrato il legame tra le violenze subite qui e quelle inflitte altrove."

Il decreto Romeo viene indicato come un ulteriore passo, con il rischio di equiparare antisemitismo e antisionismo e di colpire la solidarietà verso il popolo palestinese, indebolendo «la forza della classe lavoratrice che si sta risvegliando e sta reagendo consapevole di avere gli stessi padroni in tutto il mondo».

Il filo che tiene insieme tutto è uno solo: insicurezza sociale. Giovani che non riescono a costruirsi un futuro. Lavoratori che non arrivano a fine mese. Pensionati schiacciati dal carovita. Servizi pubblici impoveriti. 

E allora la parola cambia senso. «Sicurezza? Sì. Ma quella che ci garantisce una vita dignitosa senza prospettive di guerra». Non la sicurezza delle armi. Non quella dei manganelli. Ma la sicurezza di vivere sapendo di non esportare morte altrove.

«Noi - dice il Comitato  - vogliamo la sicurezza di vivere, di vivere bene, in pace e in autonomia».

Il presidio del 28 febbraio è solo l’inizio. Si guarda già al 14 marzo, a una manifestazione regionale più ampia.

Sabato, in Piazza Ottinetti, la parola sicurezza verrà messa sotto processo. E la città sarà chiamata a scegliere quale significato darle.  «Tocca a tutti noi essere protagonisti di queste aspirazioni».

Il Comunicato

Siamo in piena economia di guerra: ingenti risorse economiche vanno a guerre e armamenti; in Ucraina (il 24 febbraio è il quarto anniversario dall'inasprimento del conflitto) si versa il sangue di migliaia di esseri umani russi e ucraini; dalla Palestina al Sudan continuano genocidio e occupazioni coloniali; eppure, i governi europei e quello italiano insistono nel continuare il massacro globale, preparando un grande riarmo e persino la riattivazione della leva militare obbligatoria.

Peggiorano le condizioni di vita di tutti noi: vengono approvati misure e provvedimenti che lentamente agiscono contro lavoratrici, lavoratori, precari/e, immigrati/e, pensionati/e, ecc., rendendo più difficile la nostra vita.

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In Italia si muore sul lavoro (o andando a lavoro) 3 volte al giorno perché manca la sicurezza e mancano i controlli. Mancano i controlli perché la macchina statale Italiana è sotto organico rispetto alla media europea. Manca la sicurezza perché l'inflazione, i bassi salari, la mancanza di servizi pubblici e il rafforzamento della repressione intimidiscono chi lavora, spingendo a ribasso le condizioni di lavoro che si accettano.

In Italia si muore perché si è donna ogni 3 giorni, di solito per mano di familiari, coniugi o partner. La vicinanza familiare o partneriale è determinata dalla difficoltà ad emanciparsi economicamente. E questa difficoltà ad essere autonome espone ancora di più le donne e le soggettività non conformi ad essere dipendenti dalle stesse mani che poi le violentano e uccidono.

In Italia si muore perché non c'è più una sanità garantita universalmente, così chi non può permettersi la sanità privata vive peggio e muore prima.

In Italia si muore da immigrato arrivando dal Mediterraneo sui barconi, si muore nei carceri, nei CPR e si vive ancora più sotto ricatto quando non si ha la cittadinanza o non la si può ricevere, nell'incertezza esistenziale quotidiana, a partire dal ricatto del permesso di soggiorno, che costringe spesso ad accettare le condizioni economiche e lavorative dei peggiori padroni senza scrupoli.

In Italia si vive male perché i salari sono fermi da trent'anni e l'inflazione aumenta.

Queste condizioni sono il risultato dei tagli alla sanità e all'istruzione, dei mancati investimenti per un trasporto sicuro, universale e accessibile, della mancanza di assunzioni pubbliche per i controlli sul lavoro, della costante precarizzazione del lavoro per indebolire il potere sociale della classe lavoratrice.

Insomma, si tagliano risorse e si tolgono diritti in Italia per investire in armi finanziando e supportando genocidi e occupazioni coloniali all'estero.

Quando poi si protesta, si sciopera e si mobilita per opporsi a queste politiche dello sfruttamento e della morte arriva subito l'allarme “sicurezza” per le nostre città. Il movimento per la Palestina globale ha svelato il legame tra le violenze che subiamo e viviamo in Italia e le atrocità vissute e sofferte in Palestina così come altrove.

E i decreti “sicurezza” del governo sono messi in gioco in previsione delle nostre proteste. Ultimo il decreto Romeo, che vuole equiparare l'antisemitismo con l'antisionismo e minare la solidarietà al popolo palestinese e indebolire la forza della classe lavoratrice che si sta risvegliando e sta reagendo consapevole di avere gli stessi padroni in tutto il mondo.

Paradossalmente viviamo in un clima di INSICUREZZA SOCIALE: chi lavora fatica a sopravvivere, i giovani sono incerti del futuro mentre faticano a crearsi un’autonoma esistenza tra un lavoro precario o sottopagato, il carovita schiaccia anche chi ha un lavoro “migliore”.

O per dirla in altro modo, il governo vuole garantirci la “sicurezza” di una vita di bassa qualità, precaria e sempre più facile da togliere. L'immigrato ucciso dal poliziotto che gli chiede il pizzo, la donna uccisa dal compagno da cui dipendeva economicamente, il lavoratore che muore sul lavoro e viene lasciato lì dal padrone che lo sfruttava hanno avuto la sicurezza di non poter vivere bene e di non poter vivere affatto.

Noi vogliamo la sicurezza di vivere, di vivere sapendo che non stiamo esportando morte altrove, di vivere bene, di vivere felici, in pace e in autonomia.

SICUREZZA? SÌ!
MA QUELLA CHE CI GARANTISCE UNA VITA DIGNITOSA SENZA PROSPETTIVE DI GUERRA

TOCCA A TUTTI NOI ESSERE PROTAGONISTI DI QUESTE ASPIRAZIONI
PREPARIAMOCI A UNA GRANDE MANIFESTAZIONE REGIONALE IL 14 MARZO

SABATO 28 FEBBRAIO – ORE 16.00
PRESIDIO – IVREA – PIAZZA OTTINETTI

COMITATO DI IVREA PER LA PALESTINA

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