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Dal Canavese un mezzo blindato per salvare i bambini Ucraini dalle bombe russe (VIDEO)

I volontari dell'associazione "Memoria Viva" sono arrivati oggi a Kramatorsk

Dal Canavese un mezzo blindato per salvare i bambini Ucraini dalle bombe russe (VIDEO)

Dal Canavese un mezzo blindato per salvare i bambini Ucraini dalle bombe russe (VIDEO)

Un furgone blindato è arrivato a Kramatorsk. Non è una notizia qualunque. È un mezzo carico di medicinali, generatori, coperte. Ma soprattutto è un mezzo carico di memoria. E di responsabilità.

Oggi è il 25 febbraio. Ieri, 24 febbraio, sono passati quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Quattro anni esatti. Millequattrocentosessantadue giorni di guerra. E proprio mentre in Europa si discute, si calcola, si pesa il conflitto con la freddezza dei tavoli diplomatici, un gruppo di volontari di Castellamonte, dall’altra parte del continente, è entrato di nuovo nel Donbass.

Destinazione: Kramatorsk.

La partenza del furgone da Castellamonte

La stazione di Kramatorsk non è un luogo qualsiasi. Nell’aprile del 2022 è diventata il simbolo di una ferita che non si rimargina. Un missile russo colpì la folla in attesa di un treno per fuggire. Civili. Donne. Bambini. Sulla carcassa del missile una scritta agghiacciante: “Per i vostri bambini”. Un cinismo che pesa come piombo nella memoria europea.

Nel quarto anniversario di quella tragedia, l’associazione La Memoria Viva non ha organizzato un convegno. Non ha acceso una candela. Ha consegnato un furgone blindato per evacuazioni mediche, dedicato alla memoria di Mario Masiero. Sulle fiancate non slogan politici, ma frasi scritte dagli studenti della scuola media “Cresto” di Castellamonte: «Forza Ucraina, non vi lasciamo soli». «La Pace è l’unica vittoria, uno stile di vita». «Per favore: non abituiamoci alla guerra».

Parole semplici. Ma quando viaggiano a quattro o cinque chilometri dal fronte, sotto i droni russi, diventano qualcosa di più di un compito in classe.

La missione si chiama “Accendi una luce e il buio diventa avventura”. Un nome che suona quasi leggero, se non fosse che quel buio è reale: è quello delle cantine dove bambini e anziani vivono a meno venti gradi senza corrente. È quello della cosiddetta zona grigia, la fascia a ridosso delle linee zero, dove l’umanità si misura in minuti.

Tre o quattro minuti. È il tempo che i volontari hanno per fermarsi, caricare una persona ferita o un anziano, ripartire prima che un drone intercetti il mezzo. Tre o quattro minuti tra la vita e la morte.

«Siamo tornati dalla missione di Natale con una richiesta precisa – racconta Roberto Falletti mentre guida verso Kramatorsk – portare generatori nelle zone dove bambini e anziani sono costretti a vivere senza corrente, spesso a -20 gradi».

Non retorica. Generatori.

Grazie a un contributo di 20mila euro dell’Agenzia regionale di Protezione civile dell’Abruzzo, diretta da Maurizio Scelli, sono stati acquistati 54 generatori da 3,2 kW. Un filo che lega due tragedie: il terremoto dell’Aquila del 2009 e la guerra nel Donbass. Allora furono i volontari piemontesi a partire per l’Abruzzo. Oggi è l’Abruzzo che restituisce solidarietà.

La memoria non è un archivio. È una staffetta.

Quella di ieri è stata la 75ª missione umanitaria de La Memoria Viva dall’inizio del conflitto. Settantacinque viaggi tra andata e ritorno, tra carichi di aiuti e rientri con gli occhi pieni di macerie. Non solo coperte e medicinali. Anche scuolabus, ambulanze, veicoli blindati recuperati tra ex portavalori con oltre 250mila chilometri, revisionati, rattoppati, portati al fronte per offrire una protezione minima ma vitale.

Perché oggi persino le ambulanze sono bersagli.

Il nuovo furgone, arrivato l’altro ieri dopo un lungo viaggio su un tir, ha avuto bisogno di riparazioni urgenti: il freddo polare, trenta gradi sotto zero, ha fatto saltare il radiatore. I meccanici ucraini hanno lavorato tutta la notte per rimetterlo in strada.

«Quando diciamo che bisogna essere Ucraina e non solo venire in Ucraina, testimoniamo la resilienza di un popolo meraviglioso – dice Falletti – i meccanici hanno cercato i pezzi per farci ripartire subito. Questa è la bellezza del popolo ucraino. Come fa a essere sconfitto?».

Domanda che pesa più di qualsiasi analisi geopolitica.

Nel frattempo, sui social dell’associazione scorrono numeri che fanno male: 24 febbraio 2022, il giorno maledetto dell’invasione. 26 febbraio 2022, la prima missione da Castellamonte. 1.462 giorni di lotta. 75 missioni. Non a mani vuote con bandiere sulle spalle, ma con aiuti concreti.

E qui si apre un nodo che riguarda anche noi. L’Europa si sta abituando alla guerra? Stiamo trasformando l’invasione in uno sfondo permanente, in una notizia di seconda fascia? Le frasi dei ragazzi – «Per favore: non abituiamoci alla guerra» – non sono ingenuità adolescenziali. Sono un richiamo agli adulti.

Perché la guerra, quando diventa abitudine, diventa accettazione.

In questi quattro anni abbiamo assistito a tutto: promesse solenni, pacchetti di sanzioni, vertici straordinari, dichiarazioni roboanti. E poi stanchezza. E poi calcoli. E poi distinguo. Intanto, nella zona grigia del Donbass, la corrente manca davvero. Il freddo morde davvero. I droni arrivano davvero.

E allora la differenza la fanno anche cinquantaquattro generatori caricati su un camion partito dal Canavese.

Non è eroismo da copertina. È ostinazione. È la scelta di non voltarsi dall’altra parte. È decidere che una comunità di provincia può ancora incidere nella storia, anche solo salvando una manciata di vite alla volta.

C’è un dettaglio che non andrebbe sottovalutato: sulle fiancate del furgone non c’è odio. Non c’è vendetta. C’è scritto Pace, fratellanza e libertà. Parole che in tempo di guerra sembrano fragili. Ma sono esattamente ciò che una guerra tenta di cancellare.

La stazione di Kramatorsk resta lì, con la sua memoria di sangue. Il missile con quella scritta infame resta nella storia come una firma di barbarie. A distanza di quattro anni, un altro mezzo arriva nello stesso territorio. Non porta morte. Porta evacuazioni. Porta luce elettrica. Porta la possibilità di uscire da una cantina.

È poco? Forse. Ma è concreto.

La verità è che la solidarietà ha un costo. Economico, prima ancora che emotivo. I volontari lo dicono senza giri di parole: le risorse personali sono quasi esaurite. I costi sono sempre più alti. Questa potrebbe essere l’ultima missione.

E qui la domanda torna a noi.

Vogliamo che sia l’ultima?

Perché dietro ogni missione non c’è solo un’associazione. C’è un territorio che decide se essere spettatore o parte in causa. C’è una comunità che sceglie se la parola “memoria” deve restare nel nome o diventare azione quotidiana.

Quattro anni fa l’Europa fu scossa da immagini che nessuno avrebbe voluto rivedere sul proprio continente. Oggi quelle immagini non aprono più sempre i telegiornali. Ma non per questo sono meno reali.

Il furgone blindato dedicato a Mario Masiero ora percorre le strade martoriate intorno a Kramatorsk. Dentro ci sono viveri, medicinali, perfino cibo per cani e gatti rimasti soli tra le macerie. E poi, al ritorno, donne, anziani, bambini.

Non risolverà la guerra. Non cambierà gli equilibri strategici. Ma cambierà il destino di qualcuno.

E in tempi in cui tutto sembra gigantesco e incontrollabile, forse è proprio questo il punto: ricordarsi che la storia non è fatta solo da trattati e missili. È fatta anche da persone che, a 2.500 chilometri di distanza, decidono di caricare un generatore su un furgone e attraversare l’Europa.

Il coraggio, scrivono loro, è essere Ucraina, non solo venire in Ucraina.

Una frase che non è uno slogan. È una scelta.

E oggi, 25 febbraio, mentre contiamo i giorni di una guerra che sembra infinita, quella scelta parla anche a noi.

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