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24 Febbraio 2026 - 09:14
Alberto Cirio
Salone dopo salone, vertice dopo vertice, la liturgia si ripete. Stavolta la scena è quella del Grattacielo Piemonte, tempio laico del potere regionale, dove ieri è andato in onda l’annuale incontro bilaterale tra Regione Piemonte e Confindustria Piemonte. Tutti presenti, tutti allineati: il presidente Alberto Cirio, la vicepresidente Elena Chiorino, l’intera giunta regionale schierata compatta, il presidente degli industriali Andrea Amalberto, otto presidenti territoriali, Giovani Imprenditori, Piccola Industria, sei gruppi di lavoro e pure Ance Piemonte. Una platea completa. Se non fosse che a mancare, come spesso accade, sono altri pezzi di Piemonte.
Dopo la plenaria – con il consueto campionario di parole chiave – via ai tavoli tecnici per fissare gli obiettivi 2026 del Pieno Industriale del Piemonte (Pip), il documento che dal 2021 guida l’asse strutturato tra Palazzo Piemonte e il mondo confindustriale. Un piano “condiviso”, si dice. Condiviso tra chi governa e chi produce. Molto meno con chi lavora, con chi abita nei territori segnati dalle crisi industriali, con chi aspetta da anni una bonifica o una riconversione promessa.
Alberto Cirio snocciola dati e visione strategica: Pil in recupero rispetto alle altre regioni del Nord, disoccupazione ai minimi da 26 anni, aerospazio che compensa le difficoltà di altri comparti. “Il confronto costante e la collaborazione con le categorie economiche rappresentano per noi una priorità strategica”, afferma. E su questo non ci sono dubbi: l’asse con Confindustria è solido, stabile, strutturato. Talmente strutturato da sembrare l’unico vero tavolo permanente di questa legislatura.
Il presidente elenca le priorità: grandi infrastrutture, logistica, innovazione, formazione, attrazione investimenti. E poi la parola che fa brillare gli occhi agli imprenditori: Zes. Una Zona economica semplificata “davvero efficace” per alcune aree del Piemonte, in particolare Torinese e Basso Alessandrino, con incentivi fiscali, credito d’imposta e sburocratizzazione. Operazione già condivisa con il governo e con il ministro Urso. Tutto pronto? Non ancora. Ma intanto l’annuncio è servito.
Si parla anche di un fondo europeo 2028-2034 per bonificare i siti industriali dismessi, trasformando relitti produttivi in occasioni di investimento. Una leva di rilancio, viene definita. E qui la domanda è inevitabile: se è una leva così potente, perché i siti abbandonati continuano a punteggiare il territorio da anni? Perché la stagione delle bonifiche resta sempre proiettata alla prossima programmazione europea?




Sul fronte energia, la Regione rivendica di essere la prima in Italia ad aver approvato una legge per mettere a gara le concessioni idroelettriche, con la possibilità di energia a prezzi calmierati per categorie fragili e aziende. Un segnale forte, si dice. Ma mentre si aprono le buste delle manifestazioni d’interesse, famiglie e imprese continuano a fare i conti con bollette che hanno già lasciato il segno. La competitività si costruisce sulle gare future; la sopravvivenza si gioca nel presente.
E poi c’è il “Cresci Piemonte”, il provvedimento che dimezza le tempistiche delle procedure urbanistiche regionali. Un testo fortemente voluto anche dalle associazioni di categoria. Non un dettaglio. Perché se c’è un filo rosso che attraversa l’intero vertice è proprio questo: la semplificazione come priorità assoluta. Meno vincoli, meno tempi, meno ostacoli. La burocrazia è il nemico comune. Resta da capire se nel pacchetto della semplificazione finiranno sacrificati anche controlli e tutele.
Dall’altra parte del tavolo, Andrea Amalberto conferma che il rapporto con la Regione è “stabile e produttivo”. “Un gioco di squadra efficiente fatto di proposte che generano risposte concrete”, afferma. E in effetti le risposte arrivano: Zes, urbanistica accelerata, energia calmierata, fondi per bonifiche. Il dialogo funziona. La filiera istituzionale è oliata.
Ma nel documento confindustriale emergono anche le pressioni: sull’automotive si chiede alla Regione di farsi sentire con Roma e Bruxelles per promuovere la neutralità tecnologica. Meno vincoli sull’elettrico, più margine per tutte le tecnologie. Coinvolgere le grandi case automobilistiche e rafforzare la supply chain piemontese. Tutto condivisibile. Ma mentre si discute di neutralità tecnologica, migliaia di lavoratori del comparto vivono una transizione tutt’altro che neutra.
Sull’agroalimentare si invoca concertazione sui fondi CSR 2023-2027. Sull’aerospazio si chiede di promuovere il centro ASI. Sul life science si ammette che, nonostante il riconoscimento del ruolo del privato, poco si è mosso in politiche selettive sulle eccellenze e nel collegamento tra grandi opere sanitarie e imprese. Una critica, questa, che suona come un richiamo diretto alla politica regionale: meno distribuzione a pioggia, più scelte nette.
Costruzioni? Caro materiali, dissesto idrogeologico, Case Green, bonifiche. Turismo? Il Piano Strategico regionale ancora non è definito, ma dovrebbe integrarsi con Liguria e Valle d’Aosta. Dovrebbe. Energia e ambiente? Più coordinamento nazionale e meno rigidità. Capitale umano? Le Accademie di Filiera funzionano, ma bisogna investire su orientamento e, soprattutto, gestire la componente immigrazione in un contesto di denatalità.
Ed è qui che il quadro si fa politico. Perché mentre si parla di immigrazione come leva per garantire competenze, nel dibattito pubblico piemontese – e nazionale – il tema viene spesso declinato in tutt’altra chiave. Al tavolo del Grattacielo, però, prevale il pragmatismo produttivo.
La cronaca racconta un vertice ordinato, costruttivo, senza strappi. Il commento racconta un’altra cosa: un modello di governance in cui l’interlocuzione privilegiata è chiara, stabile, strutturata. Legittima, certo. Ma esclusiva.
Il Piemonte che cresce è quello dei dati macroeconomici. Il Piemonte che fatica è quello delle aree interne, delle piccole imprese schiacciate tra burocrazia e mercati globali, dei lavoratori in cassa integrazione, dei territori che aspettano infrastrutture annunciate da anni. Di questo, nel vertice, si è parlato solo per accenni.
La transizione industriale viene evocata come opportunità. Ma ogni transizione ha costi sociali. Chi li paga? Chi li accompagna? Quale spazio hanno sindacati, enti locali, associazioni ambientaliste in questo “gioco di squadra”? Se il tavolo strategico è solo a due, il rischio è che lo sviluppo diventi un affare per addetti ai lavori.
Il Pip 2026 prende forma tra strette di mano e documenti programmatici. Ma la credibilità si misurerà altrove: nei cantieri che partono davvero, nei siti bonificati senza rinvii, nei posti di lavoro che non restano numeri in una slide, nelle bollette che scendono davvero, nelle imprese che non chiudono prima che arrivi la prossima Zes promessa.
Al Grattacielo si è celebrata l’alleanza tra politica regionale e industria. Ora resta da capire se quell’alleanza saprà trasformarsi in sviluppo diffuso o se resterà, ancora una volta, una fotografia ben illuminata di un Piemonte che decide ai piani alti e chiede agli altri di fidarsi.
In Piemonte le apparizioni non sono una novità. Abbiamo la Sindone, abbiamo i santi sociali, abbiamo una certa dimestichezza con il soprannaturale. Ma negli ultimi anni, a sentire le conferenze stampa, pare che sul Grattacielo della Regione si sia aperto un nuovo capitolo: quello delle visioni di Alberto Cirio. Amen!
Ogni volta è un evento mistico. Si sale ai piani alti, si aprono le slide e zac: il Piemonte cresce, recupera Pil, vola nell’aerospazio, attrae investimenti, semplifica, sburocratizza, dimezza, accelera. Un rosario di parole che scorre fluido come l’acqua di Lourdes.
E infatti il clima è quello. Si attende il miracolo.
La Zes “davvero efficace” è un po’ come la sorgente miracolosa: basterà delimitare un’area tra Torinese e Basso Alessandrino, versarci sopra incentivi fiscali e credito d’imposta, e improvvisamente i capannoni vuoti torneranno a riempirsi, le gru svetteranno all’orizzonte e gli imprenditori faranno la fila come pellegrini. Basta crederci.
Poi c’è il “Cresci Piemonte”, il provvedimento che dimezza le tempistiche urbanistiche. Dimezza. Una parola che fa sognare il sindaco di Torino Stefano Lo Russo. Dimezzare in Piemonte è un atto quasi rivoluzionario: dimezzare l’attesa, dimezzare i passaggi, dimezzare la burocrazia. Se funziona davvero, siamo davanti a un prodigio. Se non funziona, resterà una bella preghiera.
E l’energia? Anche lì siamo nel campo del soprannaturale. Gare idroelettriche, prezzi calmierati, competitività garantita. Le buste si apriranno nei prossimi giorni, come reliquie. Nel frattempo le bollette arrivano puntuali e molto poco mistiche. Ma non bisogna dubitare: il miracolo richiede fede.
Le visioni di Cirio sono ordinate, coerenti, sempre proiettate in avanti. Programmazione europea 2028-2034, fondi per le bonifiche, re-green dei siti industriali dismessi. Il futuro è luminoso, basta aspettare la prossima programmazione. In Piemonte siamo diventati specialisti dell’orizzonte: è sempre un po’ più in là.
Intendiamoci: avere una visione è meglio che navigare a vista. Ma quando ogni anno si annuncia la svolta epocale, la transizione decisiva, la competitività ritrovata, il rischio è che l’annuncio diventi liturgia. E il Grattacielo assomigli sempre più a una grotta in cui i fedeli ascoltano il racconto dell’apparizione.
Intanto, giù in pianura, il Piemonte reale continua con la sua devozione meno entusiasta. Le piccole imprese fanno i conti con margini stretti, l’automotive attraversa una transizione che di miracoloso ha ben poco, le aree interne si spopolano con una costanza quasi biblica. Ma nelle visioni tutto trova compensazione: se un settore soffre, un altro risorge. Se un’azienda chiude, un investimento atterra. È la moltiplicazione dei pani e dei distretti.
Si aspetta il miracolo anche sulla semplificazione ambientale. Perché ogni volta che si pronuncia quella parola – semplificare – qualcuno immagina carte che si dissolvono nell’aria e autorizzazioni che scendono dal cielo già firmate. Il confine tra efficienza e indulgenza plenaria, però, è sottile. E non sempre le apparizioni chiariscono i dettagli tecnici.
La verità è che il Piemonte avrebbe bisogno di meno miracoli e più manutenzione ordinaria. Meno rendering e più cantieri finiti. Meno annunci di neutralità tecnologica e più certezze per chi lavora nelle filiere in trasformazione. Meno fede nel futuro e più verifiche nel presente.
Ma la politica, si sa, vive anche di simboli. E le visioni funzionano: danno speranza, tracciano una rotta, tengono insieme alleanze. Al Grattacielo la fede nella crescita è solida. Il dialogo con l’industria è costante, quasi confessionale. Ci si parla, ci si ascolta, ci si assolve a vicenda dalle lentezze del sistema.
Resta solo un dettaglio: a Lourdes, i miracoli riconosciuti sono pochissimi rispetto alle richieste. E richiedono anni di verifiche.
In Piemonte, invece, il miracolo viene annunciato in anticipo, con tanto di conferenza stampa.
Noi continuiamo ad aspettare. Con rispetto, con attenzione, magari anche con un cero acceso. Ma con quella tipica prudenza sabauda che suggerisce di controllare prima l’estratto conto, poi la visione.
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