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Egitto, oltre 3.000 eritrei arrestati dal 10 gennaio: accuse di torture, violenze sessuali e rimpatri forzati anche per rifugiati ONU

Sono registrati con l’UNHCR ma finiscono in cella. Le ONG denunciano percosse, ustioni, cure negate e deportazioni verso l’Eritrea. Il governo non pubblica dati ufficiali

Egitto, oltre 3.000 eritrei arrestati dal 10 gennaio: accuse di torture, violenze sessuali e rimpatri forzati anche per rifugiati ONU

Il Cairo

All’alba, quando il Cairo è ancora una distesa di finestre spente, una porta di lamiera ha vibrato sotto i colpi. “Documenti!”, hanno gridato alcune voci. La donna che ha aperto teneva in braccio un neonato; dietro di lei c’era un trolley già pronto e un fascio di fogli plastificati con il logo dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Non è bastato. In pochi minuti l’appartamento si è svuotato: il marito è stato caricato su una camionetta, a lei è stato ordinato di rientrare e non uscire. È una scena che ricorre in decine di testimonianze raccolte nelle ultime settimane. Dal 10 gennaio 2026, secondo l’organizzazione eritrea Human Rights Concern – Eritrea (HRCE), oltre 3.000 rifugiati e richiedenti asilo eritrei sono stati fermati o arrestati in Egitto. Alcuni hanno denunciato percosse, ustioni con acqua bollente o sostanze corrosive, violenze sessuali, diniego di cure mediche e, in diversi casi segnalati, rimpatri forzati in Eritrea anche di persone registrate con l’UNHCR.

eritrei

La stretta sugli eritrei si è inserita in un irrigidimento più ampio delle politiche migratorie egiziane avviato dal 2023, con controlli d’identità diffusi, fermi senza mandato, detenzioni prolungate ed espulsioni rapide di gruppi vulnerabili, in particolare cittadini sudanesi fuggiti dalla guerra iniziata nell’aprile 2023. Nel 2024 Amnesty International ha documentato campagne di arresti di massa e rimpatri forzati di sudanesi. Stime dell’UNHCR hanno indicato circa 3.000 deportazioni nel solo settembre 2023. Si tratta di pratiche che contrastano con il principio di non-refoulement, il divieto di respingere una persona verso un Paese dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani, principio che l’Egitto è tenuto a rispettare in base agli accordi internazionali sottoscritti.

Nel gennaio 2026 Amnesty International ha descritto rifugiati costretti a vivere nascosti per evitare l’arresto o il rimpatrio. L’organizzazione ha riferito di persone fermate nonostante la tessera UNHCR o convocate agli uffici immigrazione, con casi di documenti sequestrati. Nella stessa comunicazione si legge che a inizio 2026 in Egitto risultavano registrati 1.099.024 rifugiati e richiedenti asilo.

Per capire la vulnerabilità degli eritrei occorre guardare al Paese d’origine. L’Eritrea è governata dal 1993 dal presidente Isaias Afwerki. Human Rights Watch ha descritto il sistema politico come privo di libertà politiche, con servizio militare a tempo indeterminato, detenzioni arbitrarie e torture. A fine 2024 oltre 660.000 eritrei vivevano in esilio, circa il 18 per cento della popolazione stimata. In passato, persone rimpatriate con la forza hanno riferito di essere state inviate direttamente al servizio militare o detenute al rientro. Le organizzazioni per i diritti umani hanno sostenuto che il ritorno coatto espone a un rischio concreto di trattamenti inumani.

Secondo HRCE, dal 10 gennaio 2026 le autorità egiziane hanno effettuato operazioni estese: controlli in strada, sui mezzi pubblici, nei mercati e in abitazioni private. Tra i casi raccolti figurano ustioni provocate con liquidi bollenti o caustici, percosse e violenze sessuali, anche su minori. L’organizzazione ha affermato di avere acquisito fotografie e testimonianze a sostegno delle accuse. Ha inoltre segnalato deportazioni già eseguite verso l’Eritrea, comprese quelle di persone registrate presso l’UNHCR, e separazioni familiari durante i trasferimenti. La direttrice Elizabeth Chyrum ha parlato di un fallimento del sistema di protezione e ha denunciato che i documenti rilasciati dall’agenzia delle Nazioni Unite non vengono sempre riconosciuti nella pratica.

Un nodo centrale riguarda i tempi amministrativi. HRCE ha descritto un sistema in cui molti richiedenti asilo ricevono appuntamenti a uno o due anni di distanza, restando nel frattempo con ricevute provvisorie o senza documenti considerati validi agli occhi delle forze di sicurezza. Questa situazione li espone al fermo. Organizzazioni egiziane per i diritti umani e Amnesty International hanno segnalato posti di polizia sovraffollati, identificazioni sommarie e prassi discriminatorie basate sull’origine. Una comunicazione alle Nazioni Unite ripresa dall’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR) ha indicato che tra gennaio–agosto 2024 e lo stesso periodo del 2025 gli arresti e le detenzioni di persone registrate con l’UNHCR sono aumentati del 121 per cento.

I dati mostrano che l’Egitto è diventato un grande Paese di accoglienza. A inizio 2025 i rifugiati e richiedenti asilo registrati erano 902.700, con una forte presenza di sudanesi, oltre 630.000 persone. Gli eritrei registrati erano quasi 40.000. Le presenze si concentrano nel Grande Cairo, ad Alessandria e nel Delta del Nilo. Nel marzo 2025 l’UNHCRha annunciato la sospensione di parte dell’assistenza sanitaria per mancanza di fondi, inclusi servizi essenziali per circa 20.000 pazienti. Il taglio ha aggravato la vulnerabilità di chi teme l’arresto e rinuncia a recarsi negli ospedali.

Nel dicembre 2024 il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha ratificato una nuova legge quadro sull’asilo. Il governo ha ribadito l’adesione alla Convenzione di Ginevra del 1951, alla Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana del 1969 e alla Convenzione contro la tortura del 1984. Formalmente il principio di non-refoulement è recepito. Tuttavia, negli ultimi anni Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno documentato casi di detenzioni arbitrarie e rimpatri forzati verso Paesi considerati non sicuri, tra cui l’Eritrea. Il divario tra norme e applicazione è oggi al centro delle richieste di monitoraggio indipendente.

Fonti legali locali hanno descritto stazioni di polizia trasformate in luoghi di detenzione sovraffollati, con persone costrette a dormire a turni o all’aperto. L’EIPR ha riferito ad Agence France-Presse (AFP) di almeno due morti in custodia in contesti di forte affollamento, tra cui un minorenne sudanese. Altri casi hanno riguardato detenuti anziani rimasti senza cure.

Al momento della pubblicazione non risultano dati ufficiali diffusi dal Ministero dell’Interno egiziano sugli arresti di cittadini eritrei dall’inizio del 2026. Richieste di commento da parte di media internazionali non hanno ricevuto risposta. L’ambasciata sudanese al Cairo ha comunicato che nel dicembre 2025 sono rientrati 207 cittadini e nel gennaio 2026 altri 371, senza precisare la natura volontaria o meno delle procedure.

Le persone colpite dai controlli sono in gran parte giovani adulti fuggiti dal servizio militare obbligatorio a tempo indefinito, donne con figli piccoli e minori non accompagnati transitati attraverso Sudan o Etiopia. Tra i fermati vi sono nuovi arrivati in attesa di registrazione e persone già registrate le cui tessere risultano scadute o in rinnovo da mesi. In assenza di un sistema amministrativo rapido e di assistenza legale accessibile, la distinzione tra regolare e irregolare si è fatta incerta sul terreno.

Le accuse più gravi riguardano percosse, ustioni e violenze sessuali durante la detenzione, oltre alla negazione di cure mediche. Particolarmente sensibili sono le segnalazioni di deportazioni verso l’Eritrea, considerata dalle organizzazioni internazionali un Paese dove il rischio di tortura è documentato. In passato sono stati denunciati casi di identificazione consolare forzata e pressioni sui detenuti perché firmassero documenti che non comprendevano.

Se i numeri diffusi da HRCE e le testimonianze raccolte saranno confermati da indagini indipendenti, l’Egitto dovrà rispondere di possibili violazioni del diritto internazionale. La questione riguarda anche la comunità internazionale, chiamata a garantire finanziamenti adeguati e procedure efficaci di protezione. Senza trasparenza sugli arresti, accesso regolare all’UNHCR, fine dei rimpatri forzati e monitoraggio esterno dei luoghi di detenzione, la protezione prevista dal diritto d’asilo rischia di restare solo formale.

Fonti: Human Rights Concern – Eritrea (HRCE); Amnesty International; UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati); Human Rights Watch; Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR); Agence France-Presse (AFP); Presidenza della Repubblica Araba d’Egitto.

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