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Colonie feline, la Lega porta i gatti in Consiglio comunale

Maugeri chiede un elenco ufficiale di volontari e più coordinamento con Comune, Polizia Municipale e ASL. La maggioranza di Elena Piastra dovrà decidere se strutturare il volontariato o lasciare tutto com’è.

Colonie feline, la Lega porta i gatti in Consiglio comunale

Moreno e Manolo Maugeri, consiglieri della Lega a Settimo Torinese

I gatti entrano in Consiglio comunale. Non fisicamente, per carità. Ma politicamente sì. E quando succede a Settimo Torinese, qualcosa vuol dire.

Al prossimo Consiglio approda una mozione del gruppo consiliare Lega Salvini Piemonte, firmata da Manolo e Moreno Maugeri, che mette sotto i riflettori un tema che in città conoscono bene: le colonie feline e il ruolo dei volontari che, spesso in silenzio, se ne prendono cura.

Perché diciamolo chiaramente: i gatti a Settimo non sono un dettaglio folkloristico. Sono una presenza stabile, diffusa, radicata anche su aree e immobili comunali. E intorno a loro si muove un mondo fatto di associazioni, convenzioni, cittadini che ogni giorno portano cibo, segnalano problemi, controllano che tutto fili liscio. Un lavoro che raramente finisce nei comunicati e nei post su Facebook dell'Amministrazione comunale, ma che esiste.

La Lega chiede una cosa semplice, almeno sulla carta: strutturare meglio questo impegno. Creare un elenco comunale di volontari, attivare un avviso pubblico per raccogliere disponibilità, definire criteri chiari di collaborazione con la Polizia Municipale e con l’ASL veterinaria. Tradotto: meno improvvisazione, più coordinamento.

gatti

Il ragionamento è lineare. Il territorio è ampio, le colonie non sono poche e la gestione, se lasciata solo alla buona volontà dei singoli, rischia di diventare disomogenea. Chi fa cosa? Con quali responsabilità? Con quali limiti? La proposta punta proprio a questo: delimitare con precisione le attività volontarie, senza sovrapporsi ai servizi già coperti da convenzioni, ma affiancandoli in modo ordinato.

E qui entra la politica, quella vera. Perché dietro la parola “volontariato” c’è un principio costituzionale – la sussidiarietà – che spesso viene evocato, meno spesso applicato. Se i cittadini sono già attivi, perché non riconoscerli formalmente? Perché non costruire uno strumento trasparente che metta in rete chi segnala, chi monitora, chi interviene?

C’è poi un altro nodo, meno romantico e più concreto: le spese. La mozione parla di un eventuale supporto minimo per costi documentati, compatibilmente con le risorse e i vincoli di bilancio. E qui si capirà molto della posizione della maggioranza guidata dalla sindaca Elena Piastra. Perché quando si parla di animali, il consenso emotivo è facile. Quando si parla di soldi, improvvisamente tutto diventa complicato.

La questione non è solo “pro” o “contro” i gatti. È un tema di gestione urbana, di prevenzione del randagismo, di decoro e anche di convivenza tra residenti. Le colonie feline, se monitorate e coordinate, sono una realtà tutelata dalla legge. Se lasciate a se stesse, diventano terreno di polemiche infinite tra chi nutre e chi protesta.

Il Consiglio comunale sarà chiamato a scegliere: limitarsi a dire che “va tutto bene così”, oppure fare un passo in più e costruire un modello più chiaro di collaborazione civica. Non è una rivoluzione. Non è un maxi-investimento. È una scelta di metodo.

E forse, in una città dove spesso si parla di grandi progetti e visioni strategiche, fermarsi sui dettagli – quelli veri, quelli quotidiani – non sarebbe nemmeno un male.

La verità è che la qualità di una comunità si misura anche da come tratta gli animali, ma soprattutto da come organizza chi se ne prende cura.

A Settimo, intanto, i gatti continuano a vivere tra cortili, aree verdi e spazi pubblici. Silenziosi, indifferenti alle maggioranze e alle opposizioni. Ma questa volta, almeno per una sera, saranno loro i protagonisti della politica cittadina. E non è detto che sia un dettaglio.

Da "prima gli italiani" a "prima i gatti"!

C’è qualcosa di tenero, quasi commovente, nel nuovo slancio animalista della Lega. Tenero come un gattino in uno scatolone. Commovente come un post su Facebook con sottofondo musicale e scritta “Anche loro hanno un cuore”.

A Settimo Torinese, improvvisamente, il centro del dibattito politico non è più il traffico, non è più la sicurezza, non sono le tasse, l'erba alta, le strade scassate, i marciapiedi, l'illuminazione che va e viene, gli autobus in ritardo. Sono le colonie feline. I mici. I baffi. Le crocchette. 

Sia chiaro: occuparsi degli animali è cosa seria. Le colonie feline sono tutelate dalla legge, il randagismo è un problema concreto, il volontariato è una risorsa autentica. Non c’è nulla da ridere. E infatti non si ride.

Si sorride.

Perché quando un partito che ha costruito la propria identità politica su confini, ordine, ruspe e controllo del territorio scopre la delicatezza del monitoraggio felino, il contrasto è irresistibile. È un’evoluzione darwiniana che nemmeno l’etologia aveva previsto: dal “prima gli italiani” al “prima i gatti… purché censiti”.

La mozione è scritta con tono serio, istituzionale. Elenchi, procedure, avvisi pubblici, collaborazione con l’ASL veterinaria. Tutto impeccabile. Ma ciò che colpisce non è il contenuto – che può anche essere condivisibile – bensì la conversione semantica. Il vocabolario della fermezza declinato in chiave felina.

Non più solo controllo del territorio, ma monitoraggio degli animali vaganti. Non solo sicurezza urbana, ma decoro delle colonie feline. La grammatica è la stessa, cambiano i protagonisti. Al posto degli uomini con il cappuccio, i gatti con la coda alta.

È un ritrovato interesse che merita rispetto. Davvero. Perché gli animali non hanno colore politico. Ma la politica sì. E quando la politica scopre all’improvviso una nuova sensibilità, la domanda non è mai “perché no?”, bensì “perché ora?”.

Forse perché il volontariato funziona. Forse perché il tema è trasversale. Forse perché parlare di gatti è meno divisivo che parlare di migranti. O forse, più semplicemente, perché la politica è anche questo: intercettare umori, affetti, piccoli mondi quotidiani che generano consenso silenzioso.

In fondo il gatto è perfetto: non vota, non contesta, non twitta. Ma chi lo accudisce sì.

C’è poi un elemento poetico. La Lega che invoca la sussidiarietà orizzontale per valorizzare i volontari. Una parola costituzionale, elegante, quasi progressista. Insomma, il partito della concretezza che cita l’articolo 118...

E qui la tentazione di ironizzare è forte. Ma sarebbe ingiusto. Perché la tutela degli animali è una battaglia civile, e ogni forza politica che la assume come priorità compie, in teoria, un passo avanti.

Resta l'interrogativo sospeso, come una zampata a mezz’aria: l’animalismo è una nuova frontiera identitaria o un episodio?

Gli animali, si sa, non giudicano. I cittadini sì.

E allora forse la vera novità non è che la Lega si occupi di gatti. La vera novità sarà capire se questo interesse diventerà cultura amministrativa, investimento stabile, visione coerente. O se resterà una parentesi in un’agenda politica solitamente più muscolare.

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