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Svezia, a 18 anni perdi il permesso e vieni espulso: la legge che divide le famiglie dei migranti

Il caso di Donya e Darya Javid Gonbadi riaccende il dibattito sulle espulsioni dei giovani maggiorenni: cosa prevede la normativa della Migrationsverket, cosa sta facendo il governo e perché il sistema svedese è diventato tra i più rigidi in Europa

Svezia, a 18 anni perdi il permesso e vieni espulso: la legge che divide le famiglie dei migranti

Svezia, a 18 anni perdi il permesso e vieni espulso: la legge che divide le famiglie dei migranti

In una cucina di Mölndal, sulla costa occidentale della Svezia, uno smartphone appoggiato sul tavolo ha fatto da collegamento tra due parti della stessa famiglia. Sullo schermo sono apparsi i volti di Donya Javid Gonbadi e Darya Javid Gonbadi, 21 e 24 anni, rimaste a Urmia, nel nord-ovest dell’Iran. I genitori e i fratelli più piccoli sono invece a Göteborg. Dall’ottobre 2025 le due sorelle hanno atteso una risposta definitiva: il loro permesso di soggiorno non è stato rinnovato e il ritorno in Svezia, dove hanno studiato e lavorato, si è allontanato. Il loro caso ha acceso un dibattito più ampio. Negli ultimi mesi altri giovani hanno ricevuto comunicazioni simili: al compimento dei 18 anni devono lasciare il Paese, anche se la famiglia è regolarmente residente e inserita nella società.

Le vicende di Donya e Darya hanno reso visibile un passaggio giuridico che negli ultimi anni è diventato più stringente. Una volta raggiunta la maggiore età, i figli ricongiunti non rientrano più nella categoria dei minori per i quali vale automaticamente il diritto all’unità familiare. Se non hanno ottenuto un titolo di soggiorno autonomo per studio, lavoro o protezione individuale, l’autorità può avviare la procedura di allontanamento. Le informazioni pubblicate dalla Migrationsverket (Agenzia svedese per le migrazioni) hanno chiarito che dal 2021 il sistema si è basato in via ordinaria su permessi temporanei, rinnovabili e subordinati a requisiti più severi per accedere alla residenza permanente.

Secondo quanto ricostruito da Le Monde, le due sorelle erano arrivate in Svezia nel 2018 con i genitori e i fratelli minori. Avevano iniziato studi infermieristici e avevano tentato di ottenere un permesso di lavoro. Un errore amministrativo del datore di lavoro ha però compromesso la pratica. Le autorità le hanno invitate a rientrare in Iran per presentare una nuova domanda di visto per studio. L’istanza è stata respinta una prima volta nel novembre 2025 e di nuovo nel febbraio 2026. Nel frattempo i fratelli minori hanno ottenuto la cittadinanza svedese. Per le due sorelle maggiorenni la posizione si è chiusa. Ci siamo sentite intrappolate, hanno raccontato.

Nei media svedesi si è diffuso il termine “tonårsutvisningar”, espulsioni di adolescenti. Non esistono dati ufficiali consolidati, ma diversi casi sono stati segnalati negli ultimi mesi. Il 6 febbraio 2026, nel programma SVT Aktuelltdell’emittente pubblica SVT, il ministro per le migrazioni Johan Forssell, esponente dei Moderaterna, ha difeso l’impianto normativo sostenendo che le decisioni vengono prese da tribunali indipendenti e che la maggiore età segna un passaggio giuridico chiaro. Annika Hirvonen, del Miljöpartiet, ha criticato il sistema affermando che l’allontanamento di giovani cresciuti in Svezia rappresenta una rigidità eccessiva.

Un altro caso che ha avuto risonanza è quello di Ayla, 21 anni, raccontato da Aftonbladet. Era arrivata a 15 anni dall’Iran con la madre e il fratello, ha conseguito il diploma, parla svedese fluentemente e lavora nell’assistenza. Dopo i 18 anni il permesso come figlia non è stato rinnovato. Per restare avrebbe dovuto ottenere un titolo autonomo che la Migrationsdomstolen (Tribunale per l’immigrazione) non le ha riconosciuto. Il leader dei Sverigedemokraterna, Jimmie Åkesson, ha dichiarato in televisione di essere disponibile a discutere soluzioni per giovani integrati che rispettano le regole, un’apertura che ha segnato un cambio di tono nel dibattito politico.

Il nodo principale è l’età. Per i figli ricongiunti a persone con protezione internazionale o altri permessi, la soglia ordinaria è 18 anni. In alcuni casi, per figli di lavoratori, può arrivare a 21 anni, ma con condizioni restrittive. La riforma del 2021 ha consolidato il sistema dei permessi temporanei, rendendo più difficile accumulare il periodo necessario per la residenza permanente prima del compimento della maggiore età.

Il contesto normativo si è irrigidito progressivamente dal 2016, quando la Svezia ha introdotto restrizioni dopo l’arrivo di circa 240.000 richiedenti asilo in due anni. Con l’accordo politico di Tidö del 2022, sostenuto anche dai Sverigedemokraterna, il governo ha adottato ulteriori misure. Nel 2024 le domande di asilo sono scese a 9.645, il dato più basso dal 1996. Sono stati ridotti i permessi per ricongiungimento familiare e alzata la soglia salariale per i lavoratori stranieri fino all’80 per cento del salario mediano.

Alcuni casi mostrano che il problema non riguarda solo la norma, ma anche i tempi amministrativi. TV4 ha raccontato la vicenda di Anastasiia Bigun, arrivata in Svezia da minorenne. La famiglia aveva chiesto la residenza permanente quando lei aveva 16 anni. La decisione è arrivata due anni dopo, quando aveva già compiuto 18 anni. Per lei è scattato l’ordine di lasciare il Paese, mentre i genitori e i fratelli sono rimasti.

La Migrationsverket ha sostenuto che l’età di 18 anni è uno standard diffuso in Europa per delimitare la famiglia ai fini migratori. Ha ricordato che chi diventa adulto può presentare domanda su basi autonome, ma in molti casi la regola generale impone di farlo dall’estero. Il governo e il Riksdag (Parlamento svedese) hanno finora respinto proposte di modifica della soglia anagrafica.

Le organizzazioni per i diritti dei minori hanno richiamato la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, sostenendo che il principio del miglior interesse del minore dovrebbe essere considerato anche quando il ragazzo ha appena superato i 18 anni ed è ancora parte di un nucleo familiare stabile. Il Barnombudsmannen (Garante svedese per l’infanzia) e UNICEF Svezia hanno espresso preoccupazioni per alcune proposte legislative che rafforzano i rimpatri e la cooperazione tra enti pubblici.

Il dibattito si inserisce in un quadro più ampio. La Svezia segnala carenze di personale sanitario e in altri settori essenziali, mentre le regole sui permessi di lavoro sono diventate più severe. In questo contesto, l’allontanamento di giovani che hanno completato percorsi scolastici e formativi nel Paese solleva interrogativi sull’equilibrio tra controllo migratorio e integrazione.

A Urmia, Donya e Darya attendono l’esito delle prossime iniziative legali. In Göteborg i genitori continuano a confrontarsi con avvocati e autorità. I fratelli più piccoli, oggi cittadini svedesi, restano in Svezia. La distanza tra le due parti della famiglia è diventata la conseguenza concreta di una soglia anagrafica che, per le autorità, rappresenta un criterio oggettivo e per molti osservatori segna invece una frattura.

Fonti: Migrationsverket, SVT Aktuellt, Aftonbladet, TV4, Riksdag, Barnombudsmannen, UNICEF Svezia, documenti sull’accordo di Tidö.

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