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Israele apre il catasto in Cisgiordania: così accelera l’espansione delle colonie e svuota l’ipotesi dei due Stati

Sbloccati i registri fondiari nell’Area C, cancellati vincoli alle compravendite e riattivate le acquisizioni statali: le nuove decisioni del Governo israeliano cambiano la mappa della proprietà e spostano l’equilibrio politico nei territori occupati

Israele apre il catasto in Cisgiordania: così accelera l’espansione delle colonie e svuota l’ipotesi dei due Stati

Israele apre il catasto in Cisgiordania: così accelera l’espansione delle colonie e svuota l’ipotesi dei due Stati

Un uomo palestinese ha stretto un mazzo di chiavi arrugginite davanti a un ufficio del catasto. Quelle chiavi appartenevano a una casa demolita anni fa. Fino a poche settimane prima, consultare i registri fondiari era quasi impossibile. Ora quei dati sono accessibili online. In pochi passaggi, un potenziale acquirente può individuare il nome di un proprietario palestinese e contattarlo con una proposta di acquisto. In Cisgiordania, dove i titoli di proprietà sono spesso incompleti e le linee amministrative cambiano a seconda delle decisioni militari e civili, l’accesso alle informazioni sulla terra non è un dettaglio tecnico. È uno strumento che incide sugli equilibri politici.

Nel fine settimana dell’8 e 9 febbraio 2026, il Gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un pacchetto di misure che ha ampliato il controllo amministrativo su ampie porzioni del territorio occupato dal 1967. La decisione ha previsto l’eliminazione della riservatezza sui registri fondiari nell’Area C, che rappresenta circa il 60 per cento della Cisgiordania ed è sotto pieno controllo israeliano secondo gli Accordi di Oslo del 1993. Sono stati rimossi vincoli e licenze speciali per le compravendite immobiliari ed è stata disapplicata una norma di epoca giordana che limitava alcune transazioni. Il governo ha inoltre riattivato un comitato statale per le acquisizioni di terreni, inattivo da circa vent’anni, e ha accelerato le procedure di ricomposizione dei titoli di proprietà.

cisgiordania

Le autorità hanno presentato queste scelte come una “normalizzazione” per i cittadini israeliani che vivono negli insediamenti. Nei fatti, le nuove regole hanno semplificato l’acquisto diretto di terreni da parte di soggetti israeliani e hanno reso più rapida la classificazione di aree come “terre statali”. Alcune competenze edilizie a Hebron, città divisa e sede della Tomba dei Patriarchi, sono state trasferite dalle autorità palestinesi agli organi di pianificazione dell’Amministrazione Civile israeliana, l’ente che gestisce gli affari civili nei territori occupati.

La cornice politica è stata esplicita. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del partito Sionismo Religioso, ha dichiarato più volte che l’obiettivo è impedire la nascita di uno Stato palestinese. Anche il ministro della Difesa Israel Katz ha collegato il pacchetto di misure alla volontà di evitare “l’emergere di uno Stato palestinese sovrano”. Le dichiarazioni hanno dato un significato politico chiaro a provvedimenti che, formalmente, riguardano procedure amministrative.

Le decisioni di febbraio si sono inserite in una traiettoria già visibile negli anni precedenti. Nel 2024, Israele ha approvato l’appropriazione di circa 12,7 chilometri quadrati nella Valle del Giordano, definita dall’organizzazione israeliana Peace Now la più ampia dalla firma degli Accordi di Oslo. Nei mesi precedenti erano stati dichiarati “terre statali” altri 8 e 2,6 chilometri quadrati. Parallelamente, una parte crescente di poteri è passata dall’IDF (Israel Defense Forces, Forze di Difesa Israeliane) a funzionari civili vicini al movimento dei coloni all’interno dell’Amministrazione Civile. Diversi giuristi hanno interpretato questo passaggio come un’evoluzione verso un’annessione di fatto.

La riattivazione della cosiddetta “ricomposizione fondiaria”, congelata dal 1967, ha effetti concreti. Chi rivendica un terreno deve presentare documenti spesso frammentari, risalenti a periodi ottomani, britannici o giordani. In un contesto segnato da demolizioni, confische e cambi normativi, dimostrare la continuità del diritto di proprietà è complesso. Accelerare questo processo significa aumentare le possibilità che vaste aree vengano registrate come proprietà statale israeliana. La Presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese ha definito la decisione una grave escalation e un passo verso l’annessione.

L’apertura dei registri ha anche un effetto sul mercato privato. Proprietari palestinesi possono essere contattati direttamente da acquirenti israeliani o intermediari. Organizzazioni non governative palestinesi e israeliane hanno segnalato che le trattative avvengono in un contesto segnato da forti asimmetrie economiche e da restrizioni alla mobilità, tra posti di blocco e limitazioni agli spostamenti. In queste condizioni, la libertà contrattuale è oggetto di discussione.

Le reazioni internazionali sono arrivate rapidamente. L’Unione europea ha dichiarato che le misure sono incompatibili con il diritto internazionale e ha ribadito la politica di non riconoscimento della sovranità israeliana sui territori occupati dal giugno 1967. Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha espresso grave preoccupazione, ricordando che gli insediamenti non hanno validità legale secondo il diritto internazionale umanitario. In sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Risoluzione 2334 del 2016 aveva già affermato l’illegalità delle colonie israeliane. Diversi Stati europei, tra cui Irlanda, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Svizzera, hanno chiesto il ritiro dei provvedimenti.

Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est può configurare una violazione grave del diritto internazionale. Tra novembre 2022 e ottobre 2023 sono state avanzate circa 24.300 unità abitative negli insediamenti, il numero annuo più alto dall’inizio del monitoraggio sistematico nel 2017. Nel 2024 e 2025 il ritmo è rimasto sostenuto, con nuove pianificazioni e la regolarizzazione di avamposti prima considerati non autorizzati.

L’impatto si misura anche nella vita quotidiana. Le colonie sono collegate tra loro e con Israele da reti stradali dedicate. Checkpoint e chiusure temporanee incidono sugli spostamenti dei palestinesi. L’accesso a risorse come acqua e terreni agricoli è regolato da permessi differenziati. In questo contesto, la modifica delle norme sui registri e sulle vendite introduce un ulteriore fattore di trasformazione: cambia la mappa della proprietà, non solo quella delle costruzioni.

Sul piano economico, l’ONU ha ampliato negli ultimi mesi la lista delle aziende coinvolte in attività legate agli insediamenti, includendo 68 nuove società per un totale di 158. Alcune contestano l’inserimento. Negli Stati Uniti, l’amministrazione precedente aveva imposto sanzioni contro organizzazioni e individui collegati a violenze dei coloni nel novembre 2024. Nel gennaio 2025, con un cambio politico, alcune misure sono state riviste. Le oscillazioni della politica americana hanno influito sul contesto diplomatico.

A Hebron, il trasferimento di competenze edilizie in aree sensibili ha sollevato timori per la stabilità di un equilibrio già fragile, definito dal Protocollo di Hebron del 1997. Modifiche amministrative in prossimità di siti religiosi hanno in passato avuto conseguenze rilevanti sul piano della sicurezza.

Il passaggio di competenze dall’ambito militare a quello civile è considerato da diversi analisti un elemento chiave. L’amministrazione militare è formalmente temporanea. L’estensione di procedure civili israeliane a territori occupati tende invece a stabilizzare nel tempo le decisioni. Le misure sui registri e sulle acquisizioni si collocano in questa evoluzione.

Il risultato complessivo è un territorio sempre più frammentato. Le colonie non sono soltanto edifici, ma infrastrutture, collegamenti e diritti fondiari. La possibilità di ridefinire rapidamente la titolarità delle terre incide sulla continuità territoriale necessaria a uno Stato palestinese funzionale. Le dichiarazioni di Bezalel Smotrich e di Israel Katz hanno reso esplicita la finalità politica di queste scelte.

Nei prossimi mesi saranno decisivi i dettagli attuativi: le modalità concrete di accesso ai registri, i criteri di pubblicità dei dati, i tempi delle procedure di ricomposizione fondiaria e le eventuali reazioni coordinate di Unione europea e Stati Uniti. La questione non riguarda soltanto quante case verranno costruite, ma come verranno ridistribuiti i diritti di proprietà. In Cisgiordania, la mappa politica passa anche dagli archivi catastali.

Fonti: Unione europea, Nazioni Unite, Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Peace Now, principali testate internazionali di area anglosassone, report di organizzazioni non governative israeliane e palestinesi.

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