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03 Febbraio 2026 - 17:44
ASA, il milione della Regione e la corsa al cappello: 52 sindaci valgono bene una battaglia politica
Cinquantadue sindaci. Cinquantadue. Un numero che, già da solo, basterebbe a spiegare perché sul caso ASA si sia scatenata una vera e propria corsa a chi arriva primo a metterci il cappello sopra. Perché va bene tutto, ma quando in ballo ci sono i bilanci di mezzo Canavese, il rischio default di decine di Comuni e una vicenda che pesa da oltre vent’anni come un macigno, allora la politica — tutta — sente improvvisamente il bisogno di farsi vedere, di rivendicare, di intestarsi il risultato. Possibilmente a favore di telecamera.
Fiato alle trombe, rullo di tamburi, il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato il Disegno di legge che stanzia 1 milione di euro per consentire la chiusura transattiva del contenzioso tra i Comuni e il Consorzio Azienda Servizi Ambiente, oggi in amministrazione straordinaria. Un passaggio decisivo, che apre la strada a una transazione complessiva da circa 8 milioni di euro, evitando che torni a gravare sui territori l’intero debito, che supera abbondantemente i 70 milioni. Tradotto: senza questo intervento, per molti Comuni sarebbe stata una condanna finanziaria senza appello.
Ed è proprio qui che iniziano le narrazioni parallele. Da una parte il Partito Democratico, che con Alberto Avetta e Gianna Pentenero punta il dito contro la Giunta Cirio, accusata di aver affrontato una questione «giuridicamente complessa» in modo «sguaiato», passando da emendamenti ritirati a disegni di legge approdati in Aula senza audizioni, con il sospetto — neppure troppo velato — che l’urgenza fosse più elettorale che istituzionale. Il Pd rivendica un approccio diverso, richiama l’esperienza della Giunta Chiamparino, parla di credibilità delle istituzioni e mette in guardia da un precedente che potrebbe aprire la strada a richieste analoghe da parte di altri Comuni piemontesi in difficoltà. Non è così, sostengono, che si affrontano crisi di questa portata.
Dall’altra parte, il centrodestra risponde compatto — ma non troppo — rivendicando risultati, tempi rapidi e concretezza. La Lega, con Alessandro Giglio Vigna, parla apertamente di vittoria politica del territorio: quando la Lega del Canavese si impegna, dice, l’obiettivo arriva. E il messaggio è chiaro: unità dei sindaci, pressing sulla Regione, lavoro quotidiano con l’assessore Enrico Bussalino, fino all’approvazione del Ddl che mette finalmente fine a una vicenda ventennale. A rincarare la dose ci pensa Andrea Cane, che descrive ASA come una bomba a orologeria pronta a far saltare i bilanci comunali e ringrazia tutti — anche quelli che all’inizio avevano “tentennato”, colpevoli di non conoscere abbastanza bene il territorio.
Il capogruppo leghista Fabrizio Ricca sceglie invece la linea della responsabilità: 52 Comuni non possono rischiare il fallimento per la mala amministrazione di un consorzio. Serviva una legge ad hoc, dice, e ora finalmente c’è. Una soluzione che restituisce “dignità e tranquillità” al Canavese e che — almeno nelle dichiarazioni — va oltre le rivendicazioni personali. Dichiarazioni che, lette tutte insieme, suonano però come una sinfonia ben orchestrata di meriti attribuiti, ringraziamenti incrociati e sottolineature strategiche.
Anche Forza Italia, con Mauro Fava, rivendica il carattere “istituzionale” dell’intervento: non un semplice atto contabile, ma una scelta di responsabilità che chiude una lunga stagione di incertezza. Il milione regionale, subordinato alla sottoscrizione dell’accordo e alla compartecipazione dei Comuni, viene presentato come la chiave per restituire capacità di programmazione agli enti locali, dopo anni di accantonamenti forzati e risorse sottratte ai servizi per i cittadini.
Fratelli d’Italia, con Paola Antonetto e Roberto Ravello, alza ulteriormente il tono. “Dalle parole ai fatti”, “smentiti i profeti di sventura”, “risorse vere e non annunci”: il messaggio è che la politica, questa volta, ha mantenuto gli impegni. Il Disegno di legge 129 viene raccontato come l’ultima occasione utile per evitare che il debito torni a schiantarsi sui Comuni, una vera e propria spada di Damocle che teneva sotto scacco intere comunità. E anche qui non mancano ringraziamenti, richiami alla concretezza, alla rapidità, alla responsabilità.
In mezzo, la Lista Civica Cirio Presidente, con Sergio Bartoli, prova a smorzare i toni e a ricordare che il risultato è frutto di un lavoro collettivo, non di meriti personali. Una puntualizzazione che suona quasi ironica, se inserita in un contesto dove praticamente ogni forza politica rivendica un pezzo della paternità del provvedimento.
La verità, probabilmente, sta tutta in quei 52 sindaci e nei loro Comuni. Perché al netto delle dichiarazioni, delle bandierine piantate e delle conferenze stampa, il punto resta uno solo: si è finalmente aperta una strada per chiudere una vicenda che ha paralizzato bilanci, bloccato investimenti e creato incertezza per oltre vent’anni. Tutto il resto è politica. E quando la posta in gioco è così alta — e il bacino elettorale così ampio — è quasi inevitabile che tutti, ma proprio tutti, cerchino di metterci il cappello sopra.
Insomma: il milione arriva, la transazione si avvicina, i Comuni respirano. E la politica, come da copione, applaude. Ognuno dal proprio palco.

Sergio Bartoli, Alessandro Giglio Vigna, Paola Antonetto
In Canavese c’è una vicenda che non appartiene al passato, anche se tutti vorrebbero archiviarla come tale. È una storia che nasce nei primi anni Duemila, esplode ufficialmente nel 2013 e da allora non smette di proiettare la sua ombrasui bilanci comunali e sulle tasche dei cittadini. È la storia di ASA, Azienda Servizi Ambiente, un consorzio pubblico che avrebbe dovuto semplificare la gestione dei servizi e che invece ha lasciato in eredità uno dei più grandi e longevi contenziosi amministrativi del territorio.
ASA non era una scatola vuota. Era un colosso pubblico che metteva insieme oltre cinquanta comuni del Canavese, comprese Unioni e Comunità montane. Gestiva raccolta e smaltimento dei rifiuti, lavori pubblici, infrastrutture, servizi ambientali. Aveva centinaia di dipendenti, appalti milionari, una presenza capillare sul territorio. Proprio per questo, per anni, nessuno ha davvero avuto il coraggio – o la forza politica – di fermare una gestione che diventava sempre più pesante, più costosa, più fuori controllo.
Quando nel 2013 ASA viene dichiarata fallita, emerge tutta la dimensione del disastro. Le prime stime parlano di oltre 70 milioni di euro di esposizione complessiva. Una cifra enorme, che nel tempo verrà ricalcolata, ridotta, riorganizzata, ma che continuerà a oscillare comunque attorno a numeri spaventosi: 36–37 milioni di debito residuo è la cifra che ritorna più spesso negli atti e nelle sentenze successive. Non sono numeri astratti. Sono soldi che, se richiesti, non possono che provenire da una sola fonte: i bilanci comunali.
È qui che inizia il vero incubo. Perché il fallimento di ASA non si chiude con la procedura fallimentare, ma si trasforma in una battaglia legale contro i comuni soci. La curatela sostiene che ASA non fosse una semplice società partecipata, ma un consorzio, e che quindi i comuni non possano chiamarsi fuori: devono rispondere dei debiti. I comuni ribattono che esiste una norma chiara che vieta agli enti pubblici di ripianare perdite di organismi partecipati, proprio per evitare che gestioni dissennate ricadano sui cittadini.
Il primo punto di svolta arriva con il lodo arbitrale, passato alla storia come “Lodo ASA”. Gli arbitri danno ragione alla curatela: i comuni devono pagare. È un terremoto. Per molti municipi del Canavese – da Rivarolo Canavese a Cuorgnè, da Valperga a Favria, da Feletto a Ozegna, da Oglianico a decine di piccoli comuni e Unioni montane – significa trovarsi improvvisamente esposti a cifre che possono azzerare anni di programmazione. In quelle settimane si parla apertamente di rischio default, di dissesto, di servizi da tagliare.
I comuni reagiscono e impugnano il lodo. E per un periodo sembra che la giustizia amministrativa restituisca un minimo di equilibrio. La Corte d’Appello di Torinoannulla il lodo arbitrale, ritenendo che la normativa che vieta agli enti pubblici di ripianare le perdite valga anche in questo caso. È una sentenza che viene letta come una liberazione: finalmente qualcuno dice che non è accettabile far pagare oggi ai cittadini errori e scelte gestionali del passato.
Ma la storia di ASA, come tutte le storie sbagliate, non si chiude quando dovrebbe.
Nel 2024 arriva la sentenza della Corte di Cassazione, ed è qui che tutto si riapre. La Suprema Corte ribalta l’impostazione della Corte d’Appello e stabilisce un principio che cambia completamente il quadro: il divieto di ripianare le perdite non si applica automaticamente ai consorzi come ASA. In altre parole, il fatto che ASA fosse un consorzio e non una società partecipata rende possibile – almeno in teoria – chiamare i comuni a rispondere dei debiti. Non è una condanna definitiva, ma è qualcosa di peggio: un rinvio, un ritorno alla Corte d’Appello di Torino per rifare tutto, con nuovi criteri.
Ed è così che, a oltre dieci anni dal fallimento, i comuni del Canavese si ritrovano di nuovo appesi a una sentenza. Di nuovo costretti a spiegare perché nei bilanci c’è una voce che non si riesce a cancellare. Di nuovo con la consapevolezza che, se il verdetto finale dovesse essere sfavorevole, il conto sarà pesantissimo.
Negli ultimi mesi, per evitare il peggio, prende forma l’ipotesi di una transazione. Una cifra molto più bassa rispetto al debito originario: circa 8 milioni di euro complessivi. Un accordo che dovrebbe coinvolgere tutti i comuni soci, con il contributo – ancora tutto da definire – di altri livelli istituzionali. È presentata come l’unica via d’uscita possibile, il modo per chiudere una volta per tutte una vicenda che logora amministratori e cittadini. Ma anche questa strada è fragile, contestata, politicamente delicata. Perché anche otto milioni, alla fine, non li paga ASA. Li pagano i territori.
Ed è questo il nodo che rende ASA una storia ancora viva, ancora scomoda. Non è una faccenda da tribunali lontani. È una questione che riguarda strade non asfaltate, scuole che aspettano manutenzione, servizi sociali sotto pressione, tasse che possono aumentare. È una vicenda che dimostra come, quando un sistema pubblico fallisce senza che nessuno paghi subito, il prezzo venga solo rimandato. E quando arriva, arriva sempre a chi non ha firmato contratti, non ha gestito appalti, non ha deciso nulla.
ASA oggi è questo: un fantasma amministrativo che continua a bussare alle porte dei municipi del Canavese.
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